Come al solito, in quel periodo, m’innamoravo a caso e non riuscivo a vedere, per nessun motivo, chi voleva me. Una ragazza, molto bella, durante quell’anno, mi aveva corteggiato praticamente ovunque. Mi veniva a cercare sia presso il nostro punto di ritrovo che nei luoghi che frequentavamo la sera. Il sabato sera andavamo a ballare nei locali di una Contrada: era un appuntamento fisso per tutti i ragazzi di quell’età: ebbene la incontravo sempre anche là. Povera ragazza, cercava di parlarmi, nella speranza che potessi dirle qualcosa, invece niente.
Tra l’altro, dopo un certo periodo, mi mandò anche una lettera per rivelarsi. Ne ricordo un passo cruciale:” tutti quanti mi dicono che sei un cretino, ma non ci voglio credere, voglio solo te…”
Poverina, gli altri avevano ragione e lei aveva preso un incredibile abbaglio.
Ero proprio un imbranato cosmico. Anzi, ero l’imperatore interstellare degli imbranati.
L’ho incontrata, casualmente, la scorsa estate. Nel salutarla, ho apprezzato il fatto che fosse ancora molto bella…e mi sono disprezzato perché, stupidamente, non me ne ero accorto nel momento che contava. Andando a casa ho cercato la sua lettera e l’ho ritrovata.
Ho deciso di tenerla a portata di mano per ricordarmi di quanto sono stato stupido da giovane.
Ricordo il 1984 anche per altri motivi di divertimento. Ogni settimana c’era una festa privata organizzata in casa da chi festeggiava un compleanno. Le diciottenni facevano feste eccezionali. Diciamo eufemisticamente, che, spesso per non dire sempre, non eravamo invitati. Eravamo i Goliardi quindi non in linea con la visione della borghesia di quel momento. Naturalmente non ci scomponevamo perché non eravamo stati invitati e invadevamo sempre le feste. Una volta in via del Giglio, una via del centro, abbiamo apposto anche una scala per entrare di soppiatto da una finestra: ci eravamo messi d’accordo con una ragazza affinchè la aprisse ad una certa ora. Quando il primo di noi arrivò in vetta trovò il padrone di casa ad attenderlo, il quale non se lo fece dire due volte nel cacciarci a male parole. Era un vero spasso! Le volte che invece riuscivamo ad entrare, naturalmente mangiavamo ogni ben di Dio e immediatamente passavamo alla corte spinta di tutte le ragazze presenti. Quando gli astanti iniziavano a guardarci male, salutavamo il/la festeggiato/a e ce ne andavamo fra risate fragorose e innocenti.
Intanto, Mia madre cominciava a preoccuparsi.
Un mio amico goliardo venne un pomeriggio a casa mia e andandosene mi appellò scherzosamente con un nomignolo dispregiativo che, a Siena, indica i gay. Mi disse salutandomi: “ciao bucone!” e se ne andò. Mia madre interpretò subito male questo scherzoso modo di salutarsi. Le piaceva anche poco questo fatto che non frequentassi donne. Cominciò a sospettare che le stessi nascondendo qualcosa. Qualcosa di tremendo e di orribile e soprattutto di irraccontabile. Tantevvero che, ogni tanto, voleva appurare il fatto che non fossi assolutamente omosessuale. Non lo avrebbe accettato. Quelli non erano tempi politicamente corretti. Non era per niente facile per la società accettare ogni forma di diversità. Non credo che sia facile anche oggi, ma la morale cambia di continuo e così la storia. Nel bene e nel male.
Ad onor del vero si deve aggiungere che alcuni omosessuali storici a Siena erano più che tollerati. Erano accettati, anche amati e lo sono tuttora, dalla popolazione, per la loro estrema bravura nel lavoro, per la simpatia che facevano quando si avvicinavano gli altri nel loro modo di essere. Nonostante tutto la loro vita non deve essere stata facile. Ne ricordo uno, in particolare, che faceva il barman in un bar del centro, dove, alla fine, sono cresciuto. Ha svolto per gran parte della sua vita il suo lavoro dentro allo stesso bar, dagli anni cinquanta fino agli anni ottanta. Era bravissimo. Ricordava a memoria le preferenze di ogni cliente che entrava e i clienti lo premiavano tornando ogni giorno da lui. Aveva, inoltre, una parola per tutti, anche nei momenti di gran lavoro, sia per l’impiegato, sia per il direttore, sia per il nobile che per l’operaio, facendo sentire tutti a proprio agio, nel bar che era, poi, il salotto della città.
Era dotato di una grazia che, alla fine, è venuta a mancare a tutta la città, quando poi ha cessato di fare il barman. Anche oggi, entrando in quel bar, per chi ha vissuto quegli anni, viene spontaneo cercare la sua immagine dietro al banco. Purtroppo non è mai stato sostituito da nessun altro.
Un altro era un cantante, noto nella città, per aver cantato alla radio negli anni cinquanta. Una canzone dell’Operetta di quegli anni, ne sottolineava l’omosessualità. Anni difficili. Ma, ancora gira in buona salute, pur avendo un’età avanzatissima. Anche lui era sempre stato educatissimo nei confronti della città e la città lo aveva accettato, senza storcere troppo il naso.
L’anno successivo, 1984, ero al secondo anno, gli esami universitari procedevano con difficoltà. Non riuscivo a capire il ritmo universitario. Comunque ci provavo. Tutte le mattine andavo a studiare in un ufficio, ubicato in pieno centro, che mio padre aveva acquistato per me, affinchè fossi indipendente. Quell’ufficio è ancora di mia proprietà ed è stato, negli anni, il posto di ritrovo di studenti, amici, amiche, laboratorio teatrale, sito di riflessione, luogo di perdizione per me e per terzi. Insomma ha effettivamente risolto la mia vita quotidiana nelle esigenze più varie, sia individuali che collettive.
Più che studiavo e più che non apprendevo niente. Non saprei dire se fosse colpa dello studio scelto. Di fatto ero sempre molto distratto dalle cose che mi stavano intorno. Mi ponevo obbiettivi non seri, o quanto meno, mi parevano seri e non lo erano. Oggi, comunque, mi domando cosa ci sia nella vita di assolutamente serio e forse i desideri di allora erano assolutamente leciti e non, per forza, oggetto di una condanna di oggi.
Per esempio, avrei voluto arrivare al governo delle Feriae, la Balia. Avrei voluto diventare un attore dell’Operetta. Avrei voluto, come al solito, raggiungere l’agognata meta che non era ancora stata colta.
Sarà stato questo il vero motivo di distrazione?
Fare l’amore era diventato oggetivamente un’allucinazione.
A livello strategico sono sempre stato una frana. Quando dovevo essere duro con le ragazze, ero molle, quando dovevo esser dolce ero duro, quando, alla fine, dovevo esser serio e mantenere il silenzio, chiaccheravo per vantarmi con gli amici. Quindi non avevo capito un tubo di come mi dovevo comportare con il sesso opposto.
Perché?
Semplicemente per costruirmi come al solito una reputazione che non avevo.
In breve, la costruzione del mio alter ego, Fresco, è stata basata integralmente su fonti completamente diverse da ciò che era espresso da me medesimo.
A questo punto devo aggiungere che, nel corso degli anni, il soprannome, il mio alter ego, Fresco, a volte è stato utile e mi ha protetto o, addirittura, mi ha avvantaggiato.
In altre occasioni, invece, mi ha bellamente fregato.
Devo aggiungere, però, che ho sempre provato a tenere notevolmente separate le due figure, quella pubblica -Fresco- e quella privata –Luca-.
Fra noi, Luca e Fresco, oggi non ci prendiamo troppo sul serio e si vede. Ci sopportiamo e ci sosteniamo a vicenda, senza farci pesare troppo l’atteggiamento dell’uno sull’altro.
Ora che sono invecchiato, so anche che, chi mi vuol conoscere, dovrà trovarsi di fronte questa doppia immagine.Ovviamente non è stato e non sarà facile farci i conti.
Direi che si tratta di un fardello pesante soprattutto per me, viste le penalizzazioni che ne sorgono durante le relazioni umane.
Negli ultimi anni, avvertendo questa problematica, ho provato a togliere questo tipo d’immagine alternativa: è risultata sia un’operazione improba, visto che gran parte delle persone mi conosce per il soprannome e non per il nome, sia stupida perché, tutto sommato, sono entrambe le persone.
Con i miei alti ed i miei bassi. Con le mie espressioni migliori o con quelle peggiori.
Forse sono come tutti e non me ne accorgo.
I risultati di studio non ottimali non frenarono le mie ormai tradizionali vacanze al mare nel “bunker garconiere”. Come sempre speravo di riuscire ad acchiappare qualche signorina che consentisse a sbrogliare i miei dubbi in fatto di sesso.
Appena arrivavo al mare ero pieno di entusiasmo e di speranza: l’agognato evento sarebbe potuto avvenire da un momento all’altro. Invece i giorni scorrevano e già alla fine di luglio, inizi d’agosto non avevo trovato alcuna giovane pulzella.
Fino a che un pomeriggio un amico che mi aveva chiesto ospitalità, si presenta con due ragazze, sue conoscenti e mi chiese l’utilizzo della cameretta singola per appartarsi con una delle due. La sua era una pennellona, con la faccia simpatica e sorridente, l’altra era una biondina un po’ minuta sui sedici anni, con una faccia imbronciata e conturbante.
Non ci pensai due volte e mi ritrovai da solo con la biondina. Ne avevo venti allora e mi sentivo grande nei suoi confronti: a quell’età ti pare abbastanza vasta la differenza di esperienze. Ecco, dopo pochi minuti smisi di sentirmi grande e la differenza d’età mi parve veramente l’ultimo dei miei problemi. Mi ritrovai tirato per un braccio da costei in camera mia. Qui mi scaraventa a letto e mi infila la lingua in orecchia. Mi sentii infiammare completamente. Avevo progettato da un secolo quel momento: non volevo farmi prendere dalla foga. Temevo tutto e, per la prima volta, conoscevo il male del maschio moderno: l’ansia da prestazione! Chissà cosa si sarebbe aspettata la ragazza? Sarei stato all’altezza delle aspettative? Dovevo darle la sensazione di essere un vero esperto. Un vero montone di razza, un play boy, uno sciupafemmine. Decisi così di spogliarla lentamente, così mentre la baciavo dolcemente sulla bocca. Avvertivo il suo sospiro farsi affannoso e ispezionavo con la mia lingua la sua, traendone un’enorme eccitazione. Mi dovevo calmare! Ecco una difficoltà non prevista: il reggiseno! Non ne avevo mai sbottonato uno!!! Come diavolo si faceva? Caspita ma era estate, perché non portava niente? I seni in libertà sarebbero stati ben accetti, invece niente, dovevo dimostrarle che ero un imbranato! Che figura meschina! All’improvviso mi viene incontro lei: decide di slacciarselo.
Le fui estremamente grato e la baciai sui seni attaccandone prima uno e poi l’altro. I suoi capezzoli divennero duri e vedevo la sua testa che si inarcava, evidentemente travolta dal piacere.
Non potevo saltarle addosso a questo punto e decisi di continuare a baciarle il corpo scendendo piano verso il suo sesso. Le tolsi le mutandine bianche mentre le baciavo la pancia, poco sotto l’ombellico. Non opponeva alcuna resistenza e mi spingeva la testa e la tratteneva a suo piacimento, tirandomi i capelli. Giunsi all’agognata meta.
All’improvviso anni di immaginazioni si fecero avanti e, nonostante l’eccitazione, fu lo studio anatomico ad avere inizialmente la meglio: le piccole e le grandi labbra: eccole! Il clitoride, era piccolo e pulsante! Bagnata ed eccitata, la baciai a lungo con voluttà. Avevo appoggiato una mano sul suo ventre: lì avvertivo il sorgere dei suoi orgasmi. Mi chiedevo: quando potrò cessare di baciarla, senza fare una brutta figura, per poi cimentarmi in una penetrazione? Il quesito ebbe presto una risposta. Quando alla fine mi alzai, mi ringraziò con un lungo bacio. Riprese, quindi, le sue mutandine ed il suo reggiseno e cominciò a rivestirsi…Ferma!!!! Ma che fai? Guarda che ci sono anch’io! Mi guardò e disse: “ Laura ha finito.” Sottolineando:” Dobbiamo andare: è tardi!”
Non provai ad opporre la benchè minima resistenza e rimasi stordito dalla sensazione di essere stato utilizzato e, per di più, da una ragazzina di sedici anni.
Quando apparve il mio amico mi dette una pacca e mi disse:” Grazie! E’ andata bene a tutti e due, no?” Non seppi dire niente. Ammiccai un sorrisetto.
In bocca avevo un senso di amaro.
Tutto sommato potevo accontentarmi. In pochi mesi, diciamo dall’accesso all’Università, per fare un frangiflutti, avevo fatto enormi progressi rispetto al passato. Non ero arrivato al bersaglio ma cominciavo ad esservi molto vicino.Riuscii a dare Storia del diritto Romano e a bocciare per la prima volta a Diritto Privato. Allora si doveva studiare un tomo enorme, circa un migliaio di pagine, a memoria e, così, anche l’intero codice civile. Non era affatto uno scherzo ed era realmente molto diverso studiare all’Università rispetto al Liceo.
Con estrema difficoltà mi trovai ad approcciare il linguaggio giuridico, mi pareva una lingua ostile e nemica e, solo apparentemente, era il primo ostacolo.
Successivamente, in maniera molto svogliata, cercai di applicarmi all’esame.
L’appello di Diritto Privato era un girone dantesco: il professore e quattro assistenti facevano gli esami, dato il numero elevato degli iscritti.
Si andava, all’epoca, in ordine di statino, un foglio celeste che serviva da iscrizione all’esame. Veniva appoggiato dagli studenti in segreteria di Facoltà, al mattino, in genere per ordine di arrivo. Capitava, però, che qualcuno cercasse il proprio per ritirarsi dall’esame, spinto da una sicura incerta preparazione.
Altri, invece, lo posticipavano perché troppo spaventati dalla durezza e dalla completa assenza di pietà espressa dalla commissione d’esame. In pochi, assolutamente, cercavano di anticipare. Questo atteggiamento mi ricorda, oggi, quel tipico nascondersi, abbassandosi dietro alla sagoma del compagno seduto di fronte, in classe al Liceo, quando il Professore cercava chi interrogare. C’erano, poi, le discussioni tra gli studenti, in attesa dell’arrivo del Professore, su come si sarebbe svolto l’esame, con uno studio delle strategie da tenere durante l’esame. Chiudersi a riccio, a seguito della risposta data, in maniera tale da non offrire il fianco a domande maggiormente specialistiche, era la strategia tipica di tutti i maschi.
Le ragazze, invece approcciavano l’esame affermando pavidamente di non sapere niente. Naturalmente non era vero e facevano esami da urlo, svisando sul tema delle domande e citando anche le note del libro, con teorie ed interpretazioni personali. In tutta la mia carriera universitaria non ricordo una ragazza bocciata a nessun esame, o meglio, potrei ricordare forse qualcuna che rifiutava un voto non di suo gusto, ma bocciata mai.
Ecco, quando fu il mio turno, non feci a tempo a mettermi a sedere, che ero già rimbalzato fuori dall’aula. “Torni al prossimo appello!” mi fu detto. Non fu bello, né per me e neppure per la mia famiglia, che riponeva nel primogenito desideri che, alla fine, sono rimasti tali.
Anche oggi, nonostante Cepu.L’ultimo giorno di Feriae, il sabato pomeriggio, c’era il ballo goliardico. Tutte le ragazze che erano state liberate dalle scuole si vestivano a festa e venivano a ballare. Il termine “ballare” forse è un eufemismo per quello che la situazione realmente era. Si trattava di un vero e proprio attacco frontale a noi, piuttosto che un vero e proprio ballo. Chiaramente non ci lamentavamo affatto ed eravamo consenzienti e completamente d’accordo con loro.
Dopo un inizio folgorante a suon di tequila- liquore a me ignoto e che, devo dire, mi fece abbastanza schifo, andammo, con gli anziani, all’attacco della cassiera del locale. C’era un banco rialzabile accanto alla cassa che ci permetteva di passare carponi al di sotto: si poteva così fruire della vista delle gambe della signorina, la quale, fra un lamento ed un altro, era abbastanza felice delle attenzioni rivolte da quel gruppo di scalmanati. Naturalmente le attenzioni non superarono mai il livello di guardia e lei è poi tornata ad ogni festa nostra.
Ben presto fui acchiappato da una ragazzina che mi costrinse in un divanetto e mi baciò per ore. Una situazione eccitante ma con dei risvolti dolorosi. Ai maschietti capita una specie di torci budella quando sono sottoposti a questo genere di vessazioni ed io mi sentivo, alla fine, veramente molto torturato. Che fosse una sadica nazista? Arrivai in teatro con dei dolori lancinanti nella parte pubica, visibilmente claudicante. Ma, di contraltare, anche straordinariamente felice.
Con la ragazza siamo rimasti sempre in contatto negli anni: ora lei è una donna, felicemente sposata, con due splendidi figli.
Rappresenta per me un ricordo estremamente positivo: un anno nuovo e felice, con tante novità importanti per il mio sapere e per la mia vita.
Sta di fatto che per questo e per l’esito dell’Operetta, restai in stato di tranche per circa un mesetto. Non giovò affatto ai miei studi universitari.