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Parliamo di me di nome e di fatto Blogger: lucavirgili
Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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postato da lucavirgili alle ore 08:06
lunedì, 24 ottobre 2005

CAUSA INASPETTATO CRASH DEL COMPUTER

SONO COSTRETTO A SOSPENDERE

TEMPORANEAMENTE

LA PUBBLICAZIONE DI QUESTO BLOG

CHE SPERO DI POTER RIPRENDERE

AL PIU' PRESTO!

SALUTI

LUCA

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postato da lucavirgili alle ore 11:48
venerdì, 21 ottobre 2005

Mi congedai.

 

 

Mio padre mi convocò immediatamente a lavorare in ufficio con lui, dicendo: “Hai fatto il militare, ora, se vuoi continuare a studiare, devi anche lavorare.

Mi mancavano sei esami alla laurea.

Provai a dare diritto del lavoro. Bocciai due volte. Nonostante sapessi il programma, praticamente a memoria, non riuscivo a spuntarla su quell’esame, credo per un fatto emotivo. Non deve essere stato un fenomeno personale, visto che, oggi, la pubblicità bersaglia, sistematicamente, coloro che  si bloccano all’Università, con proposte di tutoraggio.

 

 

Decisi di dar privilegio al lavoro: per lo studio, nel momento, non trovavo né gli stimoli, né il ritmo giusto. Avrei potuto continuare con calma.

Visti i primi soldi in tasca, decisi inoltre di provare l’attacco al Principato. Era uno dei vari miei desideri dell’epoca.

Mi candidai.

Feriae Matricularum hanno un procedimento elettorale che assomiglia, vagamente, alle antiche elezioni  del Rettore degli studenti delle Università medievali. Il Princeps uscente presiede l’assemblea degli anziani chiedendo a chi gli ha dichiarato di presentarsi di farsi avanti e di annunciare il proprio programma. In genere il programma è scherzoso e gli studenti fischiano o vociano in maniera tale da non far parlare il candidato. Il moderatore si arma a quel punto di frusta o legno da domatore di belve feroci e getta la voce al vento, fino alla raucedine, per richiamare il silenzio e l’ordine di parola. La parola, poi, va a bolli: i più anziani hanno diritto ed i più giovani vengono zittiti, nel caso abbiano da proferire verbo. Nel caso di una cocciuta verbosa insistenza, espressa da un malcapitato giovane senatore, appena terminata l’assemblea, gli viene fatta scontare, dai più anziani mediante torture varie. Non si transige all’ordine-disordine prestabilito. Alla fine, il Senato accetta, globalmente, la decisione dei più anziani, o dei più influenti fra pari. Ai miei tempi vi era anche folto gruppo di questi, fra i quali c’erano diverse correnti: i candidati usavano corrompere il loro giudizio mediante l’offerta di cene e bevute quindi vi era chi si accostava  a tal candidato o a tal altro.

Per ciò che mi riguarda, evidentemente, qualcosa non funzionò durante l’ultima fase del Senato. Venni, come si dice in questi casi, trombato e al mio posto venne eletto colui che adesso è mio cognato. L’esercito dei miei sostenitori si era squagliato come neve al sole e, nonostante l’assemblea mi avesse acclamato fino a quel momento, quando i due Princeps precedenti si accordarono per far vincere il loro candidato, non furono in grado di opporsi.

Me la presi con Roberto, Princeps uscente. Lo ritenevo unico colpevole di non aver lasciato che gli studenti mi acclamassero. Si acuì, con il tempo, il rancore nei suoi confronti.

 

 

In ogni caso venni ripristinato immediatamente nel gruppo di scrittura dell’Operetta. Era interpretabile come una sorta di risarcimento a fronte di un danno nei miei confronti.

Nonostante tutto mi divertii durante la stesura del copione. Venne trovato un accordo tra il mio vecchio gruppo storico di scrittura e i nuovi talenti che erano emersi l’anno precedente.

La scrittura la facevamo presso lo studio legale della mamma di Ugo, in pieno centro, praticamente sotto al mio studio. Ugo aveva un cane, un beagle, che aveva trovato disperso sull’autostrada. Era una bestiola impressionante perché non aveva nessun tipo di reazione di fronte a qualsiasi carezza o manifestazione di affetto da parte nostra, se non ad una offerta di cibo. Ugo osteggiava molto che glielo portassimo, in quanto il veterinario aveva vietato al cane i cibi salati. Per questo suo atteggiamento, diciamo, da nazista, venne soprannominato Adolf. Ugo si arrabbiava con noi tantissimo per il nomignolo affibbiato.

Adolf si metteva davanti alla porta d’ingresso e stava lì sdraiato per ore, con il muso rivolto all’ingresso principale. Nel frattempo ci accapigliavamo su come realizzare una scena od un’altra, fino al momento in cui ci venivano portate delle cibarie dalla Balia e anche il cane si risvegliava scodinzolando animosamente.

Arrivammo, non senza difficoltà, alla messa in scena.

Visto che avevo preso la decisione di non recitare più, mi volli dilettare nello studio dell’illuminotecnica di quella Operetta.

Duccio, come al solito, mi dette le indicazioni del caso e, alla fine, mi parve di aver fatto un buon lavoro.

Da allora in poi sono sempre stato dietro le quinte: era un modo per condividere le forti sensazioni di chi recitava. L’Operetta andò abbastanza bene.

Per quanto riguarda la struttura delle giornate delle Feriae non si notavano grosse differenze con gli anni Ottanta appena conclusi.

 

 

Unica novità di costume facilmente identificabile stava nel forte traino suscitato dalle nuove grandi discoteche.

Ne era stata costruita una poco fuori Siena che cominciava a traboccare di gente ed aveva azzerato i piccoli locali degli anni settanta e ottanta.

Negli anni successivi sarebbero diventate determinanti per l’ottica del divertimento massificato.

Da questo momento in poi ci sarebbe stato addirittura un “movimento” di gente che si spostava in ogni parte d’Italia alla ricerca della musica da ballo e da sballo.

Era arrivata l’epoca dell’ecstasy, la chimica in servizio della serata in disco che non finiva mai.

Era cominciata anche l’epoca dell’animazione, con le ragazze cubo: torbide ragazze semi nude che ancheggiavano su delle pedane rialzate.

 

 

In tv spopolavano programmi con le teenagers e lo avrebbero fatto sempre di più negli anni successivi.

Per concludere si avvertiva ancora l’idea del divertimento spensierato, ma da questo momento in poi, la ricerca di questo sarebbe risultata sempre più estrema e rischiosa.
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postato da lucavirgili alle ore 12:27
giovedì, 20 ottobre 2005

Nell’anno 1989 cadde il Muro di Berlino.

Il mondo stava cambiando ineluttabilmente. La guerra fredda era finita. Le immagini delle speranze di coloro che distruggevano felici il Muro fecero il giro del mondo e, con esse, i sogni di libertà e di benessere capitalistico, diventarono obbiettivo di tutte le popolazioni  del mondo, soprattutto di quelle povere.

Si preparava lo sfaldamento del Patto di Varsavia e la trasformazione dei cicli economici dei Paesi che ne avevano fatto parte,  nel capitalismo. Enormi speranze di pace e di benessere venivano avvertite da noi, che avevamo vissuto l’angoscia della guerra nucleare. 

Durante alcune discussioni con il babbo della mia fidanzata, politico di mestiere, avvenute precedentemente alla caduta del Muro venni a scoprire che gli Italiani non volevano più svolgere mansioni lavorative dure: nessuno voleva fare più il muratore, l’agricoltore e l’operaio. Avremmo potuto noi considerare di assumere questo tipo di mano d’opera fra le schiere delle popolazioni extra comunitarie?

Non riuscivo a capire la portata del pensiero di quest’uomo.

Negli anni successivi questo concetto di immigrazione regolata, venne trasformato in una legge meglio conosciuta come legge Martelli ed avrebbe profondamente mutato il nostro vivere quotidiano.

 

 

Dopo le Feriae, la mia ex fidanzata mi chiamò in caserma. Disse che voleva rivedermi, che aveva commesso un errore. Non mi feci pregare: ero sentimentalmente ancora dipendente da lei. Con l’aggiunta di un lungo lasso temporale di astinenza causato dal servizio militare.

Il fine settimana successivo alla telefonata la raggiunsi a Follonica. Andai a prenderla alla stazione non ebbi bisogno di parole. L’incontro fu sottolineato da un lungo bacio pacificatore. Andammo a casa mia e facemmo l’amore.

Naturale, normale, eccezionale.

Tutto era tornato come prima e mi parve che l’orrenda iattura fosse terminata.

Andavamo incontro all’estate e avevo ormai passato la metà del servizio militare. Se mi alzavo in punta di piedi ne potevo vedere anche la fine! Mi venne anche in mente che avrei potuto studiare, in quel momento e terminare gli esami, tanto mi sembrava rosea la situazione.

 

 

Dopo dieci giorni una telefonata della fidanzata mi fece piombare nel più cupo degli inferi.

Si dichiarò incinta. “Ma come?”, mi chiedevo,” Non è possibile! Abbiamo fatto l’amore una volta sola da quando ci siamo rimessi insieme!”

Eppure era così.

Nelle varie discussioni che ne seguirono mi misi a disposizione completamente: l’avrei sposata.

Era il mio dovere di maschio, adulto e responsabile delle proprie azioni.

Non ero né il primo, né l’ultimo.

Casa c’era: me la avrebbero data i miei genitori e avrei lavorato nell’agenzia immobiliare di famiglia.

Ma lei nicchiava.

Diceva che non era pronta e che non se la sentiva di fare un passo così importante. Non riuscivo a capirla, vista la mia buona volontà.

Una mattina, sconfortato, le passai l’onere della decisione. Non cera stato bisogno. Il dado era tratto: era stata ad un consultorio, a Roma.

L’avevano informata in relazione alla legge che regola l’aborto e si era convinta: non voleva tenere il bambino.

Fu molto decisa in questo e, francamente, mi sentivo liberato da un peso.

Lo dico a malincuore, ma, forse, il più impreparato ero io.

Disse che non voleva far l’aborto a Roma perché avrebbe dovuto dire tutto ai genitori e le avrebbero creato dei problemi.

Così m’impegnai a risolvere la questione a Siena. Un mio amico, ginecologo, mi fissò un appuntamento in clinica.

L’aborto era un’operazione che si risolveva in una giornata. Le donne entravano al mattino ed uscivano al pomeriggio. L’appuntamento lo sistemammo strategicamente subito dopo il Palio di luglio, in maniera tale da non far sorgere sospetti ai nostri genitori: sarebbe venuta a vedere la Festa, alla quale aveva sempre assistito.

La feci, inoltre, venire ad abitare presso il mio studio in centro, per quel periodo, dicendo a mia madre che si vergognava a venire a dormire a casa mia come sempre. Iil lungo periodo di separazione avrebbe giustificato il comportamento.

Sembrava un piano perfetto. Mi mancava di parlare in caserma con il mio superiore. Lo feci col cuore in mano e mi permise di uscire ogni giorno per portarle il pranzo e la cena, nonché di dormire con lei fino a prima dell’alza bandiera.

 

 

Quando andammo in clinica non dicemmo una parola per tutto il tragitto. All’epoca ancora non era stata aggiunta al nuovo policlinico ed era collocata in centro. Attraversammo le vie cittadine di prima mattina, una mattina grigia ed umida, preludente un acquazzone estivo. Intorno a noi solo il silenzio che segnava il riposo a seguito del Palio, quando la Contrada che ha vinto, ha zittito imperiosamente tutte le altre.

Una volta giunti là, presso la clinica, rimasi da solo ad aspettare tutta la giornata nei corridoi.

La preoccupazione del momento non mi faceva pensare a niente. Me la fecero rivedere verso le due del pomeriggio. Era stravolta, un fantasma. Era l’effetto dell’anestesia.

Aspettammo ancora due ore e poi la lasciarono rivestirsi ed uscire.

Tornammo lentamente al mio studio, a braccetto.

La raccomandazione era che, per la settimana successiva, dovesse rimanere a riposo.

La riempii di riviste, musica, affinchè passasse il tempo in mia assenza.

Nei giorni successivi riprese le forze e, alla fine della settimana, ritornò a Roma.

Ero sollevato.

 

 

Dopo una decina di giorni però, mi avvertì di alcune perdite preoccupanti.

La mandai a Follonica, da un ginecologo a fare un’ecografia. Apparentemente non risultava niente: l’operazione appariva riuscita.

Presi la licenza ordinaria ed andammo qualche giorno insieme all’isola d’Elba.

Fu una vacanza apparentemente felice, fino a che non ricomparvero le perdite sempre più imponenti. Lei tornò a Follonica ed io tornai in caserma.

Un sabato successivo, sarei dovuto andare al matrimonio di una mia ex compagna di classe, fui scosso da una telefonata implorante della fidanzata.

Era sotto emorragia.

Corsi a Follonica e non mi rimase altro che costatare il fatto.

Sua madre e suo padre la presero in consegna. Non mi dissero niente e non mi incolparono.

Tornai a Siena, visto che la mattina successiva sarei stato di servizio. La portarono in ospedale a Grosseto, le fecero un ulteriore raschiamento. L’aborto non era stato fatto bene: erano rimaste alcune cellule.

Superato il dramma riprendemmo il fidanzamento in maniera regolare.

Un dubbio mi divorava: il dubbio della paternità e, forse, anche un senso di colpa.

Ero molto sconvolto da tutta la vicenda e non riuscivo a capire come tutto fosse potuto accadere.

Mi sentivo correo di un qualcosa di poco giusto.

 

 

A più riprese nell’arco dei mesi successivi le domandai se fosse sicura che io fossi il responsabile: lo giurava.

 

 

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postato da lucavirgili alle ore 11:02
mercoledì, 19 ottobre 2005

Arrivò Natale.

Essendo l’ultimo arrivato in caserma, fui messo di servizio sia per Natale che per Capodanno.

Non fu un problema: tutto ciò che mi stava capitando lo stavo vivendo come un momento di nuovo divertimento. Dopo alcuni giorni, però, mi telefonò la fidanzata, la quale mi annunciò freddamente di aver trovato un altro. Mi lasciò, quindi, senza porsi nessun problema.

Cominciai a vedere allora il militare come una disgrazia: essere coatto in caserma, pensavo, mi aveva impedito di coltivare il mio progetto.

Ero suonato come un pugile. Inizialmente non riuscivo proprio a reagire alla batosta e, oltretutto, avevo iniziato a colpevolizzarmi per non aver tenuto sufficientemente alta l’attenzione nei suoi confronti. Provai a cercare di farle capire, telefonicamente, che non stavo bene, che la avrei voluta ancora, ma non ci fu niente da fare.

 

 

Decisi di mettermi l’animo in pace.

Tanto per quell’anno sarei stato chiuso là dentro.

 

 

Sebbene stessi a Siena, avevo la sensazione che ogni mia espressione creativa fosse tarpata dal servizio di leva.

Riuscii però a scrivere il primo atto unico per bambini e a dirigerlo autonomamente. Si trattava di una manifestazione biennale che c’è anche oggi, la trovavo interessante perché mi permetteva di fare esperienza diretta sul campo e, devo aggiungere, perché lavorare con i bambini era ed è abbastanza eccitante: sono menti ancora libere dalle sovrastrutture formate dalla vita e reagiscono offrendo delle realtà inaspettate. Questo percorso artistico è, poi, diventato diverso e autonomo, rispetto agli altri precedenti e successivi: ne ho scritti e diretti altri otto. Con i bambini ho avuto enormi soddisfazioni. Alcuni ho anche avuto il piacere di ritrovarli e dirigerli anche in altre fasi della vita e, nonostante fossero cresciuti e diventati adolescenti, è sempre stato piacevole. Con tutti ho istaurato un legame di amicizia molto stretto e, spero, che questo sentimento sia vivo allo stesso modo anche fra di loro, che hanno condiviso insieme queste esperienze.

 

 

L’intento come ho già detto però, per lo meno all’inizio, era di nutrire il desiderio di elaborare autonomamente un testo.

Naturalmente ne parlavo con Duccio, il quale mi dispensava consigli per la messa in scena.

Duccio non è mai venuto a vedere un mio spettacolo, tranne che l’Operetta s’intende, ma mi ha sempre supportato, sapendo benissimo ciò che stavo facendo. Ha un’immaginazione superiore, lui.

 

 

Il Princeps di quell’anno fu Roberto.

Roberto ha un anno più di me. Abbiamo trascorso praticamente tutta la vita insieme. Lo conobbi al liceo, faceva quinta ginnasio ed era vispissimo. Suonava la chitarra e faceva stragi di ragazze. Davanti agli occhi ho un’immagine di lui che suonava, all’intervallo, seduto sugli scaloni interni della scuola: era circondato da mille fanciulle.

Ha un incredibile talento canoro. Nel 1980 ero andato fino alla Bussola a Chianciano per sentirlo cantare, all’epoca tutto il nostro gruppo si spostava insieme, una specie di tribù, che sosteneva ognuno nelle proprie espressioni. Di certo Roberto ha fatto la colonna sonora della mia vita e, a mio avviso, di tutta la città, per circa venticinque anni, vincendo ogni concetto anagrafico. E’ una sorta di icona pop locale.

Quell’anno mi chiese, a casa sua, di scrivere l’Operetta. Non accettai, preferendo di affiliarmi al vecchio gruppo di scrittura con i quali avevo vissuto le precedenti esperienze. Lui trovò Ugo Giulio, un altro autore, più giovane e la fece ugualmente. Fece bene. Fu una sua scelta: il Princeps deve fare questo: ha una propria idea e la deve portare avanti.

Da questa data in poi Roberto mi vide come un avversario artistico.

In effetti lo osteggiai un po’, ma, più che altro, dipendeva dalla mia scarsa partecipazione alle varie attività, determinata dalla mia condizione di militare e, soprattutto, di scaricato dalla fidanzata.

Per le Feriae diedi il peggio di me: il venerdì mi ubriacai follemente al Bar di ritrovo, facendo la questua. Mi pagarono trentotto campari e segnai un record. Mia madre mi vide e si mise a piangere. Mio padre mi trattò come una bestia ed io, nella vergogna per aver gettato ogni dignità, strappai le piume dal Goliardo (le piume sono il segno distintivo del grado raggiunto mediante la partecipazione alla Balia). Una commessa del Nannini me le ricucì. A me passò la sbronza e la sera riuscii anche a recitare una miserrima particina all’Operetta: avevo tre battute da dire. In aggiunta a tutte le frustrazioni di quell’annata, c’era stata anche quella, ero stato sostituito: da primo attore caratterista, ero stato retrocesso a comparsa.

Decisi con determinazione che avrei fatto di meglio, appena finito il servizio militare.

Con Roberto da qui in poi abbiamo invece ingaggiato un lunghissimo conflitto artistico che è durato fino pochi anni fa.  

 

Era un momento in cui delle personalità egocentriche sviluppatissime avevano preso il sopravvento, provocando una cesura con il recente passato costituito da una visione di solidarietà di gruppo.

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postato da lucavirgili alle ore 11:20
martedì, 18 ottobre 2005

 

 

Non vi furono dubbi.

Tornai a Siena a prestare servizio presso l’allora distretto militare.

Arrivai il primo dicembre, nel pomeriggio. Il primo dicembre a Siena è festa, S.Ansano, martire della Chiesa. Malgrado fossi partito solo da un mese, mi ero già dimenticato del vissuto quotidiano.

 

 

A volte, là dove avvenga un distacco, un abbandono, la mente umana si adatta istantaneamente al nuovo, come spinta da un istinto di sopravvivenza. In altri casi la mente non ce la fa proprio ad adattarsi. Dipende da persona a persona e da situazione a situazione.

 

 

Mi fu assegnata la branda, l’armadietto dove subito attaccai la foto della mia bella e fui spedito subito in libera uscita. Feci un giro per il centro, per riconnettermi con la mia città: non mi parve che fosse cambiato nulla in mia assenza. Non mi ero perduto nulla. Gli amici Goliardi erano al loro posto, presso il bar di ritrovo, i negozi erano sempre gli stessi e non erano variati, come succede oggi, da un giorno all’altro. La gente faceva lo struscio quotidiano, la “vasca” come si dice a Siena, delle sette e mezza del pomeriggio. Il corso cittadino brulicava di gente: coppie che andavano a far compere, approfittando del giorno di festa, ragazzi che si accatastavano, a seconda delle età, come se, la strada, fosse metafora del viatico della vita. In piazza della Posta- non si chiama così, ma a Siena risulta popolare appellarla in questo modo- si ritrovavano, anche adesso accade ugualmente, i più giovani, secondo me a causa dell’approdo alla città con i mezzi pubblici, che avevano il capolinea nei pressi nonché del parcheggio dei motorini, ivi collocato.

Scorrendo per la via centrale, incontravi i liceali in piazza Salimbeni, dove c’è la sede centrale del Monte dei Paschi, omaggio inconscio, secondo me, ai genitori che per lo più vi lavoravano.

In piazza Tolomei vi erano gli studenti non locali e vari bricconi locali che sfruttavano la collocazione e brigavano con le ragazze extra moenia. Il mondo studentesco, in questi anni, si era aperto: presentava notevoli nuove possibilità d’approccio.

Al Nannini si ritrovavano i Goliardi. Ultima stazione prima della barbosa maturità che aveva storica collocazione presso le Accademie.

 

 

Potevo tornare a casa a cena. Casa, dolce casa. Era bello tornare al desco familiare. Suonai, mia madre con voce argentina mi aprì. Già stavo pregustando le prelibatezze culinarie, manicaretti e delizie, appena sopite dalle sbobbe militari. Ecco cosa, in effetti, mi era mancato in quel periodo di caserma: i sapori della cucina di mamma.

Entrai in casa, appoggiai la borsa con gli abiti sporchi. Appesi il soprabito e lanciai uno sguardo verso il tinello. Erano già tutti a tavola. C’era anche l’allora fidanzato di mia sorella, ora mio cognato, che stava affettando una gustosa bistecca. Ottima.

Era al mio posto a tavola.

Va bè passiamoci sopra.

Dopo uno sterile saluto, mia madre mi presentò un brodo riscaldato e un piatto di prosciutto tagliato da, forse, una settimana, con le appendici che si ergevano rinseccolite all’insù, quasi fossero braccia di moribondi tese alla preghiera finale, prima di essere aggiunte alla spazzatura.

Era un incubo, una situazione da Arancia meccanica.

Non era possibile!

Ero stato dimenticato e sostituito!

 

 

Mestamente mangiai quel frugale pasto ma ero psicologicamente distrutto.
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