Non so se ve ne siete accorti ma non parlo mai di Palio in questo mio racconto.
Non ne parlo per scelta. In quanto il Palio è una cosa seria, per noi Senesi, difficile da trattare e da raccontare. E questo nonostante la mia vita sia intrisa di Palio e con un notevolissimo influsso nel mio vivere quotidiano.
Ho voluto provare a immaginarmi come se vivessi in un’altra qualsiasi città toscana.
Del resto credo che, alla fine, certe storie e certe vicende siano assimilabili ovunque.
Tranne che quelle Paliesche, naturalmente.
Ho voluto fare questa precisazione perché i Palii cadono nel periodo estivo e cadenzano le vacanze estive dei Senesi.
Si parte dopo il Palio di Luglio se non si è vinto. Altrimenti si rimane e si festeggia.
Ecco nel gruppo vacanziero dell’anno precedente, c’era ancora una notevole spinta di divertimento e nessuna nostra Contrada aveva vinto.
Decidemmo immediatamente di ripartire.
Il problema fu da dove.
Fra noi viveva ancora forte il ricordo del viaggio in Venezuela, così, antieconomicamente, decidemmo di farci una puntatina.
Quando arrivammo trovammo la nazione apparentemente nelle stesse condizioni, ma l’economia era molto peggiorata: alcune banche del luogo erano in stato fallimentare, l’inflazione era molto forte e la gente pareva ancora più sofferente rispetto all’anno precedente.
Credo che i successivi eventi sociali e politici che hanno travolto quel paese abbiano avuto inizio da quel periodo.
I ricordi di quel secondo viaggio a Caracas furono di due generi.
Una sensazione la ebbi istantaneamente nei confronti dei miei compagni di viaggio.
Durante quell’annata era abbastanza variata la vita di ognuno di noi. C’era chi aveva approfondito relazioni amorose che li avrebbe portati verso il matrimonio, chi invece si era sviluppato nel mondo del lavoro ed aveva subito trasferimenti che ci avevano allontanato.
Ho provato anche a pensare che potesse dipendere da me: solo la mia vita non era cambiata. Ero rimasto single, lavorativo in loco, sempre ben allacciato con Feriae Matricularum.
Di fatto non avvertivo più la sensazione di essere un gruppo ben coeso e solidale.
Provai anche una seconda sensazione, positiva questa volta, di notte.
Dopo cena ci avventurammo nella Caracas pericolosa e, senza dubbio, più divertente di quella che avevamo veduto durante la precedente visita.
Anni dopo hanno utilizzato quei localetti per pubblicizzare una nota marca di rum. Fu spassoso e divertente.
Nel frattempo ero tornato alle prove dell’Operetta e quando stavo cercando di produrre il massimo dello sforzo, venni travolto dall’informazione che un’operazione di routine, un’angioplastica, su mio padre non era andata bene.
Dovetti correre all’ospedale. Ti viene naturale con i tuoi genitori. D’altronde ne hai solo due.
Quando arrivai era di nuovo sotto ai ferri.
L’angioplastica è un’operazione mediante la quale si può vedere lo stato delle vie coronarie: una sonda viene inserita in una vena che porta al cuore-aortica-e tramite questa si vede lo stato delle vie coronarie. In caso di occlusione si agisce “stappando” la suddetta via con l’azione di un palloncino.
Ecco, il medico che azionò la sonda su mio padre, lacerò la vena del braccio destro e, immediatamente ne sortì un’emorragia che sarebbe stata mortale senza un intervento immediato teso alla ricostruzione della vena stessa.
Mi fece pena mia madre, che avvertiva il massimo del pericolo.
Quando usci il chirurgo tirammo il fiato: ci disse che era ormai fuori pericolo, però c’era stato un secondo problema durante l’intervento. Purtroppo avevano lievemente lesionato un tendine, per cui non sapevano dire se avrebbe successivamente ben chiuso la mano. Ci sembrò un problema minore lì per lì. Eravamo comunque contenti di averlo di nuovo con noi.
Mi fece di nuovo impressione quando mi chiamò perché lo aiutassi a tagliare la barba. Ebbi la sensazione di trovarmi di fronte, per la prima volta, un vecchio. E che avrei dovuto aspettarmi anche di peggio negli anni a venire. Dovevo impormi di diventare molto più responsabile e diligente.
Purtroppo più che me lo dicevo, peggio mi comportavo: facevo sempre tardissimo di notte, bevevo molto.
Non mi accontentavo delle mie azioni.
Sono sempre stato l’unico e peggior critico di me stesso.
Portai in fondo fra mille difficoltà l’Operetta. Non venne eccezionale. Aveva delle idee nuove e moderne, sia nel testo che nell’impianto scenografico, però era oggettivamente deboluccia.
In ogni caso mi era parso di aver fatto un discreto lavoro: non mi accorgevo dei miei difetti caratteriali in fase di gestione e degli errori che avevo commesso nell’impostare il lavoro, o, forse, non volevo accettarmi come essere umano difettoso ed errante.
Direi che forse non riuscivo a comprendere me stesso, sempre che oggi vi riesca.
Di certo, in quel periodo, non sempre sono stato felice o, quanto meno, spesso, ho finto con me stesso di esserlo.
Potrebbe essere questo il motivo di tanta insoddisfazione che mi portava agli esuberi di stravizio.
1995!
Fu un anno cruciale per la mia attività artistica. Il Princeps di quell’anno, Paolo, decise di affidarmi la Regia dell’Operetta.
Con lui ed il fratello avevamo scritto in passato insieme un copione ed avevamo una forte affinità intellettuale.
Ero felicissimo per questo risultato raggiunto. Ma non ero pronto. Per applicare una giusta direzione dei lavori occorre avere le idee chiare su un progetto finito, se non altro nei concetti base.
Non è importante avere tutti i dialoghi a disposizione: quelli possono venire anche in un secondo momento.
Ero, inoltre, troppo vicino per età a coloro che recitavano e questa cosa mi rendeva poco autorevole nei loro confronti.
Cercai inutilmente di rendermi simpatico facendo provare tutti, per lo meno una volta, per determinare, però, che vi erano attori ormai consolidati e che avrebbero dovuto recitare e qualche giovane promessa che avrebbe dato ottimi risultati negli anni successivi.
Le prove non scorrevano ed ero anche poco furbo, mi impuntavo nella realizzazione di un paio di scene di gruppo.
In seguito ho imparato a ridurre, a spezzare una scena di massa, per renderla eseguibile e più facilmente accettabile dal Pubblico.
Sta di fatto che divenni oggetto di critica anche da chi mi aveva eletto a tal carica.
Ad un certo punto ricevevo strali da parte di Carlo e di Giorgio, che avevo sostituito, dagli estensori della musica, naturalmente diretti dal mio “amico” Roberto. Il Princeps chiamò Carlo e Giorgio alle stanze di prova per “riguardare” il lavoro svolto.
Lo seppi via telefono, me la presi a male e non andai alle prove per un paio di giorni.
Era quello un periodo in cui bevevo abbastanza forte e non mi aiutava affatto nel prendere decisioni.
In quel periodo avevo conosciuto un terzetto di ragazze e, una di queste, molto bassa di statura, mi aveva accalappiato in una discoteca. Non volevo andare a letto con lei: preferivo la sua amica.
Drammaticamente invece mi ritrovai, veramente ebbro, presso il mio studio con questa a fianco.
Ripresi coscienza immediatamente e, con gentilezza, la mandai via.
Pensai così di essermi giocato l’amica. Invece, a sorpresa, proprio la sera che avevano rivoluzionato le prove dell’Operetta, la incontrai da sola al Re Artù.
Ci corteggiammo a vicenda e, alla fine della serata, eravamo abbracciati per strada. La accompagnai a casa sua e non volle farmi entrare: era la prima sera. Anche se, ricordo, si mise a ridere mentre lo diceva: evidentemente mi desiderava anche lei, ma voleva mantenere un po’ di forma. Il giorno successivo evitai di andare di nuovo alle prove e andai direttamente da lei.
Facemmo l’amore in maniera selvaggia per ore. Ci prendemmo saziando ogni genere di desiderio, in maniera completa e, quando uscii, ero coperto di graffi in tutta la schiena.
Una volta a casa mia, dovetti disinfettarmi, prima di andare a letto.
Era una ragazza magra, di origini nobili, di gran classe. Mi accompagnò alla cena di laurea della mia sorella che, nel frattempo, si era laureata in farmacia. Qui mi fece fare una gran figura: era di gran lunga la più belle ed elegante delle donne presenti.
L’uomo che l’ha sposata deve e dovrà essere felice della scelta.
Come al solito io non ero pronto, neppure per lei.
Continuammo a vederci per un periodo fino a dopo l’Operetta. Poi lei si rese conto della mia nullità e decise di cercarsi un uomo vero, meno vacuo di me e lo trovò subito, logicamente.
Era rimasto un certo legame fra noi, forse un sentimento di un’altra vita precedente. Durante i giorni del Palio di luglio, la incontrai di notte in un bar, mi voleva parlare del suo nuovo fidanzato. Se non chè arrivò un mio vicino, uno che abita nello stesso palazzo dove ho lo studio, il quale, ubriachissimo la stuzzicò a male parole. Lei perse la tranquillità e gli lasciò andare un forte pugno nel naso e glielo ruppe.
La portai via in preda ad una crisi di rabbia.
Non ci siamo più rivisti per un certo periodo. Oggi ci salutiamo con affetto ogni volta che ci troviamo.
Nel 1994 ebbi modo di conoscere anche un giovane liceale: Duccio.
Duccio è un nome tipico senese. Si ispira al grande pittore della scuola del tredicesimo secolo che ha reso famosa la città di Siena nel mondo.
Coloro che hanno quel nome, portano insieme anche una certa fierezza inconscia, che deriva dall’importanza del predecessore. E’ un po’ come chiamarsi, che ne so, Giulio Cesare.
Ecco Duccio, è un giovane molto senese nelle proprie espressioni ed è stato educato con il massimo della responsabilità nei confronti delle nostre più o meno antiche tradizioni.
Questo tipo di educazione è una cosa comune a tanti giovani senesi, prima era nel comune uso di tutti, addirittura.
In quel momento era uno strenuo difensore delle tradizioni del Liceo Classico da me precedentemente frequentato.
Era nel Comitato organizzatore delle attività ludiche e, tra le proprie manifestazioni, come ho già spiegato in precedenza, vi era l’organizzazione della Commedia.
Devo dire, per onestà, che il giovanotto prestava maggiore volontà nella difesa civica delle tradizioni, piuttosto che negli studi.
Come dicono generalmente i professori al colloquio con i genitori: il ragazzo è intelligente ma non si applica.
D'altronde anche io non ero stato esattamente uno studente provetto ai miei tempi e, soprattutto, avevo avvertito le stesse passioni, quindi lo capivo.
Con i suoi colleghi, si presentarono da me in gruppo, in autunno ormai avanzato, con la speranza di potercela fare ad organizzare lo spettacolo. Mi feci raccontare quello che avevano pensato in merito ma mi parvero un po’ fumosi e con le idee poco chiare. Soprattutto erano molto distanti dal poter scrivere il copione.
Lo dissi e gran parte di loro si scoraggiarono.
Solo questo giovane virgulto, Duccio, dava segni d’interesse. Mi spinse, nonostante la mia riluttanza al lavoro teatrale, ad aiutarlo nel trovare la traccia narrativa.
Naturalmente lo traviai.
Lo trascinavo di sera, dopo cena, nei locali allora di moda.
Il Caffè del Corso era la novità. Era appena stato ristrutturato il vecchio bar Notturno e nella zona dove vi erano i biliardi avevano creato una sala da tè, carina, dove le ragazze, le studentesse, andavano volentieri a trascorrere momenti di libertà.
Mi parve il locale perfetto per me, novello Lucignolo e per il ragazzo.
Al posto del tè, però, noi sorseggiavamo delle grappe, come quasi potesse, quel potente veleno, ispirarci nella vena artistica.
Sta di fatto che in un po’ di appuntamenti il canovaccio apparve.
Era venuta fuori la parodia di un dramma classico, con un’intelaiatura thriller. Sostanzialmente avrebbe dovuto far ridere.
Purtroppo il tempo per realizzarla quell’anno non vi fu e quel lavoro fu rimandato al successivo.
Duccio non mi ha più abbandonato negli anni a venire e con lui ho condiviso tanti spettacoli.
Divertendomi.
E’ un bravo ragazzo.
A seguito del periodo trascorso nel bel mezzo del mare selvaggio, ci trasferimmo a Puerto La Cruz, cittadina balneare famosa in Venezuela.
E’ posta in un golfo splendido. In cima ad un colle vi è posto un “morro” una struttura difensiva spagnola del XVII secolo, simbolo della colonizzazione.
In contrasto netto, nella piazza antistante al porto, campeggia un’enorme statua raffigurante un pirata. Evidentemente quei ribaldi hanno lasciato un certo ricordo nella memoria storica collettiva.
Qui cominciammo ad avere delle discussioni fra noi su come organizzare gli ultimi giorni della vacanza. C’era chi voleva andare a visitare le Ande e chi voleva rimanere a prendere gli ultimi raggi di sole in questa amena cittadina.
Ci dividemmo.
Un gruppo andò a Merida e si divertirono molto. In quattro rimanemmo sul posto.
La nostra vita si focalizzò come se fossimo in vacanza in una qualsiasi città balneare: sole negli atolli che fronteggiano Puerto La Cruz, pranzetti a base di burritos,tapas, pescioloni alla brace, ostriche a secchi. Mi sentii male: stavo mangiando come un forsennato!
Di sera casinò, discoteca. Presso un ristorante strano, dove i camerieri travestiti da pazzi facevano scherzi terribili agli avventori, conobbi due ragazze che, insieme al nome mi dimostrarono il loro certificato di sana e robusta costituzione. Erano felici di non aver contratto l’AIDS e stavano festeggiando. Ci feci amicizia e le utilizzai soprattutto per imparare le danze latino americane.
Ovunque andassimo mi lasciavo trasportare dalla passione per il ballo: riuscivo a fare dei passi anche nell’ascensore dell’albergo.
Devo dire che mi sono state utili quelle lezioni.
Oggi posso cimentarmi alle feste con una certa proprietà di linguaggio.
Eravamo ormai alla fine del viaggio.
Mestamente tornammo a Caracas dove attendemmo il rientro del resto del gruppo. Fu divertente ritrovarsi. Pareva che fosse passato un secolo da quando ci eravamo lasciati. Perché, alla fine, se siamo in tanti in vacanza difficilmente vai d’accordo, ma altrettanto difficilmente ti annoi. Soprattutto quando sei giovane e sufficientemente tollerante.
Ci piacque ascoltare i loro racconti. Avevano sofferto l’altitudine ed era mancato loro l’ossigeno durante un’ascensione. Ma avevano portato con sè delle immagini e dei ricordi strepitosi.
Avevamo sbagliato noi a non andarvi.
Prima del ritorno volli fare una scorta di quel liquore locale, il rum.
Misi in valigia otto bottiglie e due nel bagaglio a mano. Naturalmente a mio rischio e pericolo.
Alla dogana dell’aeroporto mi controllarono. Mi sentii male.
Invece feci soltanto la pessima figura dell’ubriacone internazionale: i gendarmi si misero a ridere e mi lasciarono passare.
Una di quelle bottiglie venne stappata nel viaggio di ritorno in aereo.
Assieme ad un mio compagno abbordammo due ragazze spagnole. Ci ubriacammo e tentammo le ragazze per tutta la notte senza sortire alcun tipo di risultato. Il compagno fu ripreso più volte dall’assistente di volo perché faceva troppa confusione. Oltretutto non era neppure tanto bello da vedersi in quanto indossava, senza volerlo mai togliere, un cappello da campesino in paglia.
Era oggettivamente brutto!
Al cambio aereo a Madrid le ragazze, eccessivamente ubriache, non si svegliarono e furono rimesse in sesto dalle hostess.
Arrivati in Italia c’erano pronti i ragazzi, le matricole, per riportarci a casa.
Il rientro per me è sempre stato un misto di emozioni tra la felicità e la nostalgia.
Ma mai ho provato il desiderio di rimanere effettivamente in luogo diverso dalla mia città, Siena.