Durante la direzione di quello spettacolo mi affiancai una ragazza che conoscevo dal periodo in cui ero Goliardo attivo. Mi era riapparsa all’improvviso in autunno e mi aveva detto che aveva conseguito il diploma in scenografia presso l’Accademia di belle arti di Firenze e, successivamente, aveva fatto un master a Londra. Le proposi di aiutarmi per il lavoro che stavo svolgendo e accettò.
Da quel momento per sei anni a seguire divenne la mia scenografa di fiducia e, naturalmente, anche la mia confidente più certa. Avevo una situazione strana, quindi, mi circondavo di donne amiche e rigettavo decisamente ogni genere di relazione concreta. Penso che, probabilmente, avessi bisogno di loro per riconquistare la fiducia nei confronti del sesso opposto.
Una fiducia che sarebbe tardata molto a tornare.
Di certo non sono stato innamorato di quelle donne, neppure nei miei desideri più reconditi.
Inconsciamente pensavo di essere io poco capace di gestire le mie relazioni e, per questo, le evitavo.
Durante le vacanze natalizie, in una birreria, incontrai la signorina di ritorno dalla Germania. Scelsi, come al solito, di trattarla in maniera amichevole. La salutai affettuosamente, le chiesi come stava- mi confermò il massimo della salute- mi chiese come stessi e le confessai che riuscivo a stare bene solo mentre mi occupavo del mio teatro. In verità mi sarei voluto sfogare e dirle cosa pensassi di lei.
Non lo feci e mi accomiatai con una stato mentale sempre un po’ balucano.
Erano trascorsi tanti mesi dalla fine della vicenda, quasi un anno, ma stavo ancora leccandomi le ferite. Quella notte, mentre camminavo per le vie del centro, mi chiedevo quanto tempo ancora avrei dovuto attendere per essere libero da lei.
Riflettevo che non era la questione tempo determinante nelle rovine sentimentali. Per esempio uno potrebbe dire:” sono stato sposato per sette anni e poi mi ha lasciato!”. A volte mi è capitato di sentir lamentele di questo genere, quasi il Tempo possa essere visto come una forma di denaro male investito.
Eppure il Tempo che avevo trascorso con quella donna non era stato tanto. Allora perché dovevo pagare così a lungo per quella questione sentimentale.
Non trovavo spiegazione alcuna.
Mi rigettai nei mesi successivi nel mio lavoro teatrale ed arrivammo allo spettacolo.
Venne più che accettabile considerando che lo facevo con dei ragazzi e delle ragazze che avevano al massimo diciotto anni. Ebbero un gran senso di responsabilità sul palco e furono felici degli applausi che riscossero.
La notte se ne andarono a cena presso un ristorante e festeggiarono fino all’alba seguente.
La Commedia per loro era una giornata di grande libertà che si manifestava nell’espressione, nell’indipendenza dalla famiglia, anche se solo per un giorno, nei confronti della scuola che apparentemente li lasciava senza obblighi per tre giorni-la prova generale, il giorno dello spettacolo ed il successivo, in cui erano giustificati.
Mi attaccarono la loro felicità.
Grazie a quello spettacolo ripresi energia produttiva e fui pronto a progettare di nuovo la mia vita.I mesi a seguire furono all’insegna della mia ricostruzione personale.
Durante l’estate i ragazzi del Liceo Classico mi proposero di dirigere la Commedia.
Accettai.
Avevo un senso di rivalsa nella sfera artistica e quell’occasione mi parve giusta per riprovarmi in regia.
Questa occasione venne bene per tenermi la testa occupata e lontana dalla Germania.
Il mio teatro adorato divenne farmaco lenitivo delle pene d’amore.
Mi gettai con entusiasmo all’organizzazione di quello spettacolo.
Il Preside mi fornì un budget di spesa non ricco ma accettabile. Quello che sarebbe servito in più lo avrei coperto con l’ingegno.
Il gruppo dei Comitatensi era, come al solito, la macchina trattrice di tutta la scuola. C’era da dire che erano stati eletti ragazzi molto giovani. Dovevano essere seguiti nella parte organizzativa e, per questo scopo, avevo ritrovato Duccio, che era bocciato e ancora svernava all’interno di quelle pareti vetuste.
Duccio si divertiva a scrivere e io a seguirli, verificando lo stato della scrittura del copione ogni sabato pomeriggio presso il mio studio.
Qui mi rifornivo di un paio di bottiglie d’acqua ed ascoltavo tutti i loro racconti, a partire dalle loro vicende scolastiche fino naturalmente ad arrivare alla lettura stretta delle nuove scene che mi venivano proposte.
Mi stavo disintossicando, da tutto quanto era stato il mio passato.
Era piacevole quell’appuntamento, formò una complicità fra me e loro che servì per tutto il periodo delle prove.
Li abbandonavo poco prima di cena e me ne andavo da solo al cinema, come se fosse quello un momento di riflessione.
Si vedeva ancora bene che non ero in palla. Una mia amica di sempre, volle aiutarmi ad andare avanti, accompagnandomi fuori, invitandomi a cena con i suoi amici che poi diventavano anche miei.
Piano, piano, complici i ragazzi e questa mia amica, riuscii a pensare sempre meno alla mia delusione.
Certo che durante le prove, quando vedevo i ragazzi che s’innamoravano, mi veniva spontaneo chiedermi se mai sarebbe potuto accadere di nuovo anche a me.
Al momento rigettavo appieno questa idea e trovavo peccaminoso anche il concetto del sesso. In breve mi pareva di essere castrato.Per prima cosa mi chiusi in casa.
Non avevo voglia di parlare con nessuno.
Ero angosciato dalla mia perdita della razionalità. Come avevo potuto massacrare la mia vita, le relazioni sociali, le mie amicizie? Dovevo porre rimedio al più presto a quello stato.
Per prima cosa cessai istantaneamente di bere. L’obnubilazione alcoolica era sicuramente correa del mio comportamento. Avrei dovuto mettermi in condizione di rivedere le cose con un’ottica reale. Limpida.
Nei giorni successivi al mio rientro ricevetti una sua telefonata dove si voleva scusare per come si era comportata. Scioccamente le dissi che magari l’avrei potuta richiamare qualche volta per sentire come stava. Lo feci e sbagliai. La ritrovai in preda ad una crisi a cui non ho mai creduto. Mi disse che non avrei più dovuto chiamarla perché aveva fatto una visita medica dove le avevano diagnosticato un cancro alla testa, che avrebbe dovuto fare un ciclo di chemioterapia. Quindi sarebbe stato meglio far finta di non averla mai conosciuta.
Lì per lì persi la testa. Cosa stava dicendo? Le offrii il mio appoggio, le chiesi se avesse avuto bisogno di me per quel momento di disperazione. Mi cacciò verbalmente.
Mi arrabbiai e cancellai il suo numero, per non correre più il rischio di chiamarla.
La dovevo assolutamente dimenticare.
Nonostante i miei sforzi non fu cosa semplice.
Non si può dare un colpo di spugna alla propria vita e dire che non è successo niente.
Neppure potevo cancellare i vari sensi di colpa che albergavano in me. Avevo la sensazione di aver fatto del male al suo fidanzato, a questo punto, senza motivo, gli amici comuni mi guardavano con sospetto e, soprattutto, avevo tirato dei calci terribili alla mia dignità personale.
Presi a dimagrire molto.
Rifiutavo qualsiasi offerta di aiuto che mi venisse dalle persone che mi volevano stare vicino. Dovevo uscire da solo da quella condizione.
Alla fine del mese di maggio ripresi ad uscire la sera.
Ricordo che dissi ad un mio amico che vedere il mondo senza alcool mi faceva un certo effetto.
Dovevo correggere le mie abitudini nell’uscire: se andavo per locali avrei dovuto bere solo cose analcooliche e la prima bevanda fu la menta. Poi passai alla coca cola e poi alle tisane.
Mi prendevano in giro per il mio atteggiamento reattivo nei confronti dell’alcool.
L’alcool è una droga sociale. Chi beve appartiene a gruppi sociali che si autotutelano nel proprio vizio. Se li si abbandona si corre il rischio di essere visti in maniera malevola dal gruppo, che rigetta di aver qualcuno al proprio interno che ha cambiato abitudini e, per questo, non ci si può fidare.
Resistetti ad ogni attacco ed andai avanti per la mia strada.
Arrivarono i giorni del Palio. Non ero stato così magro dai diciotto anni. Avevo ancora i nervi a fior di pelle e non trovavo una giusta collocazione, ma mi pareva di essere ormai in via di guarigione.
Lei tornò a Siena e passò a trovarmi nella mia Contrada.
Feci finta di niente e la accolsi sorridente, le chiesi se avesse superato la sua malattia e mi disse di sì, mi chiese se stavo bene e non le volli dare alcun tipo di soddisfazione: dissi che andava tutto bene. Poi mi accomiatai gentilmente e me ne andai.
Capii che ci sarebbe voluto ancora tempo per cancellarla dalla mia testa.Il fine settimana fu all’insegna delle faccende domestiche.
S’arrabbiò tantissimo con me perché le avevo comprato un asciugamano per il bagno. Non perché non lo volesse, ma perché non era grande come lo voleva lei.
Certo era piena di paturnie, pensai. Mi cacciò in camera mentre lei ripuliva la finestra di cucina e lì rimasi finchè non mi cacciò per pulire la camera. Il bagno lo avevo reso brillante fino dal mio arrivo, tanto che mi aveva pregato di non esagerare. Evidentemente lì era meno precisa di me.
Alla sera andammo alla stazione per vedere gli orari dei treni per Francoforte. Ci preparammo per la gita ed andammo a letto. Al mattino successivo ci svegliammo presto e, dopo le abluzioni e la colazione, andammo a prendere il treno.
Alla stazione arrivammo praticamente in orario, ma lei rimase indecisa nel capire quale treno fosse il nostro.
Lo scorsi da lontano e di corsa vi salii. Lei non volle e rimase a terra: ebbe paura di sbagliare.
Scesi mentre il treno già stava partendo e le chiesi perché non vi fosse salita. Le spiegai che si trattava del treno giusto, avevo preso abbastanza confidenza con le scritte tedesche al mio arrivo.
Ecco ritenni che questa fosse una delle differenze fra me e lei: io ero in grado di rischiare e lei no.
Si trattò di aspettare il treno successivo che arrivò un’ora dopo.
Avemmo il tempo di rilassarci di riprendere il dialogo.
Mi confessò che il giorno precedente, mentre faceva le pulizie, aveva desiderato di fare l’amore con me. Mi fece piacere ed il mio far finta di niente durò non molto. Una volta arrivati a Francoforte eravamo di nuovo abbracciati come bimbetti.
Erano finzione o realtà quei sentimenti?
Decidemmo di mangiare un hamburger presso un Mac Donald che si trovava in una piazza che aveva dei gradoni semircircolari per la seduta. Qui vi erano dei ragazzi che facevano evoluzioni con gli skate. Mentre mangiavamo li guardavo in silenzio, senza pensare a niente. Ad un certo punto mi disse che le sarei mancato. Le sorrisi.
Avevo capito che erano stati espressi solo finti sentimenti.
Arrivò l’ultimo giorno, il giorno della mia partenza. Facemmo l’amore per l’ultima volta, al mattino presto. Non ebbi da dire niente mentre mi accompagnava alla stazione. La salutai e senza più voltarmi indietro salii e tornai a casa.
Durante il viaggio di ritorno mi rintronai la testa di pensieri.
Mi ero lasciato andare a follie in quei mesi e questo era il finale.
Una volta a Siena decisi che dovevo riprendere assolutamente il controllo della mia vita.
Andammo a mangiare presso un ristorante in centro.
Qui affrontai di nuovo l’argomento e le chiesi perché avesse deciso così. La discussione che ne sorse fu priva di acredine e, da parte sua, molto diversa dall’atteggiamento aggressivo della sera precedente.
Mi disse che la sua vita era cambiata, che non poteva pensare di avere qualcuno in Italia mentre lei viveva all’estero. Le ribattevo che secondo me era possibile tutto e che bastava volerlo per renderlo realizzabile.
Poi arrivò al clou della discussione e disse che non mi amava più. Da quando? Mi stordiva il fatto che, fino a qualche giorno prima, era un continuo di telefonate e messaggi e-mail a giornata.
Mi disse che aveva maturato questo concetto già da quando era tornata per le vacanze natalizie.
Le chiesi perché non mi avesse detto questo in Italia. Affermò che a un certo punto il suo sentimento era svanito all’improvviso.
Le domandai di nuovo perché non me lo avesse detto per tempo, perché avesse continuato a volermi vedere, a parlarmi quando ero lontano.
Disse che se me lo avesse detto le sarei sfuggito per sempre.
Che senso aveva? Cosa caspita mi stava dicendo?
Mi arresi all’evidenza dei fatti e iniziai a sperare di poter trascorrere velocemente quelle giornate.
Mi era anche passata la voglia di fare l’amore con lei.
Tornammo a casa sua e andammo a dormire. Le dissi che avrei trascorso quei giorni organizzando delle gite. Lei aggiunse che nel fine settimana avremmo potuto andare insieme a visitare Francoforte che era là vicino. Era una buona escursione e l’accettai.
In buon accordo le proposi di fare la sua vita come se io non vi fossi.
Nei giorni seguenti mi gestii le uscite andando in giro per la città, visitando tutta la parte antica, la cattedrale, l’università, il castello. Fui anche fortunato mi trovai immerso in una festa di carnevale cittadino, in perfetto stile tedesco, con wurstel, crauti e tanta birra. Fu abbastanza divertente, naturalmente per quanto una persona triste e sola potesse accedere alla gioia carnevalesca.
Nel tempo che trascorrevo in casa continuavo a leggere a ritmi spaventosi e così i minuti, le ore, le giornate passarono relativamente in maniera veloce.
Una sera lei rimase a cena fuori con i suoi amici-colleghi ed io mi comprai una serie di formaggi e del vino francese. Bevvi un po’ e me ne andai a letto.
Quando lei tornò mi parve abbastanza ubriaca. L’aiutai ad andare a letto. Una volta sotto le coperte mi iniziò a baciare. La lasciai fare e, nonostante i miei propositi, facemmo l’amore.
Al mattino avevo dei rimorsi di coscienza. Mi alzai presto prima che lei andasse al lavoro: ero arrabbiato con me stesso perché avevo lasciato il sopravvento ai miei sensi. Non lo avrei più dovuto fare. Che uomo ero alla fine?
Preparai la colazione per entrambi e tornai a letto riaddormentandomi.
Non mi accorsi quando lei se ne andò a lavorare. La sera al suo ritorno volle baciarmi per ringraziarmi della colazione del mattino.