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Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 11:52
giovedì, 30 marzo 2006

 

 

 

 

L’organizzazione di questa festa fu, per me, un’esperienza gigantesca per l’approccio ai grandi numeri. Non capita tutti i giorni di poter organizzare eventi di questa portata. Avevo avuto l’onore e la possibilità di applicare le mie conoscenze teatrali ad un contesto diverso.

Mai mi sarei immaginato che, nel corso di un anno, avrei potuto realizzare tanto e con tanta soddisfazione. Naturalmente, nonostante l’orgoglio individuale, non volevo perdere di vista la vita normale. Non era neppure semplice, visto che, a causa della super esposizione individuale, ero al centro dell’attenzione pubblica.

 

 

C’è un’usanza a Siena. Per i matrimoni fra Contradaioli si usa, accompagnare ai testimoni di nozze, un paggio in montura come testimonianza della presenza della Contrada di appartenenza in questo istituto. In genere ci vanno gli adolescenti, che, oggettivamente, fanno una bella figura. Da adolescente mi ci facevo mandare sempre, un po’ per fare delle belle mangiate, un po’ per il gusto di indossare la montura della mia Contrada ed un po’ per le mance che gli sposi gentilmente mi davano che servivano a rincorpare la paghetta settimanale.

Sin dall’organizzazione del corteo, molte coppie di amici avevano preso a richiamarmi come paggio e dovevo accettare, nonostante dicessi loro che ero troppo vecchio e che le foto sarebbero venute male. Piano, piano divenne una moda e non passava fine settimana che non fossi costretto a far da paggio ad un matrimonio.

Alla fine dell’estate stavo diventando grasso pallato.

 

 

Immediatamente dopo alla festa, un po’ imbolsito da tutti questi convivi, venni cooptato allo studio della nuova Operetta che sarebbe andata in scena nel maggio successivo.

Non avevo più requiem. Non passava sera che, finito il mio lavoro quotidiano, non dovessi partecipare a qualche riunione con gli autori o con il nuovo Principe.

Praticamente ero diventato schiavo del mio nuovo status artistico.

Certamente quel tipo di lavoro mi piace ed in quel momento mi esaltava abbastanza, ma veramente non avevo più una vita mia. Cominciavo a pensare che non avrei avuto più alcuna frequentazione femminile.

 

 

Prima di Natale un sarto mi coinvolse addirittura in una sfilata di moda. Accettai anche quello. Fu divertente andare a provare gli abiti che avrei indossato e, quando mi trovai a sfilare assieme ad un ragazzo dal fisico asciutto, provai un certo imbarazzo. Mi tornò in mente Nazzari in quel film dove recita la parte dell’indossatore in età ormai avanzata ed è costretto ad accettare gli abiti per uomini maturi. Alla prima uscita poi trovai ad aspettarmi in prima fila il direttore della TV con la quale collaboro che se la rideva. Assieme a lui un gruppo di amici Goliardi che, giustamente, mi prendevano in giro. Tutto sommato fu una serata estremamente divertente che amo ricordare tra le  cose buffe della vita.

 

 

Sempre nello stesso periodo, un giornale cittadino, aveva indetto un concorso per eleggere i Senesi dell’anno. Lo scopo era quello di fare un calendario con le immagini dei vincitori. Sei mesi al femminile e sei mesi al maschile. Mi trovai votato anche lì e mi toccò il mese di dicembre.

Naturalmente vestito, visto il mio fisico non esattamente filiforme.

 

 

Per concludere l’annata, inoltre, il Comitato Goliardico per i festeggiamenti dell’anno 2000, aveva organizzato un’Operetta riassuntiva degli ultimi cinquanta anni.

Carlo si era preso l’onere di dirigerla.

Si trattava di assemblare dei quadri di Operette con un filo logico suddiviso per argomenti, fatti storici, cambiamenti di costumi. Non fu una cosa semplice, visto che doveva accontentare così tante generazioni. Tuttavia l’operazione gli riuscì e gran parte delle scene vennero messe in scena dagli stessi attori che l’avevano recitate in origine. Solo in pochi casi di eccesso di vecchiaia o perché i fatti della vita erano d’impedimento, gli attori cambiarono. In ogni caso tutti recitarono al mille per mille producendo tre serate di pieno e di gran divertimento. C’erano praticamente tutte le componenti per apprezzare lo spettacolo: erano state ovviate mediante un impianto scenografico neutro tutte le scenette che, altrimenti, avrebbero dovuto essere sorrette da impianti propri. I costumi vennero autofinanziati e risultarono bellissimi. L’orchestra era la stessa dell’Operetta tradizionale e quindi suonò in maniera impeccabile. Dell’illuminotecnica me ne occupai direttamente io con ottimi risultati. Era buffo perché Carlo apriva lo spettacolo recitando un difficilissimo monologo tratto dall’Operetta del 1945, quindi dava gli ordini ai macchinisti con l’abito di scena ed io, nel secondo atto, seguivo la regia luci vestito da giapponese, vista la parte che dovevo recitare e che avevo fatto quindici anni prima. Pensavo che mi facesse effetto ricercare emozioni del passato. Invece recitai con professionalità e le sensazioni furono positive e completamente diverse.

Ne uscì fuori una passeggiata nella nostra Cultura Goliardica e ne traemmo grande divertimento, come se tutti assieme avessimo tirato le somme di tanti sforzi produttivi che, quando sei giovane, hai il terrore di aver perduto ed invece sono sempre là, a testimoniare l’esistenza di un transfert culturale attraverso le generazioni.
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postato da lucavirgili alle ore 11:12
mercoledì, 29 marzo 2006

 

 

Ero rimasto vagamente frastornato dall’incontro, ma il regime del Corteo e la serata riuscirono a distrarmi.

I giorni successivi furono all’insegna del divertimento assoluto. Di giorno lavoravo normalmente, stanco ma normalmente. Nel tardo pomeriggio mi trasferivo negli uffici della mia Contrada dove svolgevo le mansioni a me assegnate. Naturalmente nella Contrada veniva consumata la cena. La notte poi la trascorrevamo fra uno scherzo, un’acquata ed la dimostrazione del Palio vinto per le strade cittadine, anche più volte nell’arco di una nottata.

Dopo alcuni giorni vennero elette le Commissioni relative ai Festeggiamenti. Anche in questo caso appena eletti i Presidenti, mi vennero a cercare per curare la direzione artistica. Senza neppure riflettere, accettai. Da quel momento in poi non ebbi più una serata libera, in quanto le riunioni si ripetevano quotidianamente.

Prima la discussione era sul tema dei festeggiamenti, poi sulla data di realizzazione, decisa per il settembre, infine sul coordinamento delle varie attività.

 

 

Mettemmo assieme nelle varie aree del rione una serie di quadri viventi che rappresentavano i Palii vinti nei secoli, con la bandiera di riferimento, visto che la mia Contrada, ma un po’ tutte in verità, hanno avuto un’evoluzione araldica importante. Per cui la Festa aveva un inizio cinquecentesco ed arrivava fino agli anni sessanta.

Avemmo circa mille persone che aderirono all’idea. Quindi ci trovammo nella necessità di trovare altrettanti costumi. In ogni area avveniva una cena della vittoria e conseguenti festeggiamenti nello stile del periodo storico assegnato. Nel cinquecento i partecipanti avevano messo su un corteo con i carri tradizionali dell’epoca con un corredo sonoro di fiati. Nel seicento avevano messo su vari giochi dell’epoca. Nel settecento vi era la corte granducale con i cicisbei ed il minuetto. Nell’ottocento avevano messo su arti e mestieri ed il re che li visitava e l’opera lirica che ne faceva il sottofondo musicale. Nel primo novecento vi era il caffè chantant con l’operetta ed il can can. Nel dopoguerra vi erano gli anni sessanta con una cover band dei Beatles .

Ogni luogo assegnato era stato addobbato a livello stradale adattandolo alle esigenze epocali. Anche nei fondi commerciali vuoti erano state allestite attività artigianali, taverne ed osterie dove uomini e donne facevano rivivere le attività dei secoli di riferimento. Naturalmente le signore alternavano nella finzione, ogni genere di lavoro, compresi quelli più “arditi”.

 

 

Fin dal pomeriggio migliaia di visitatori fecero ingresso dentro al rione. Verso le dieci e trenta non si riusciva a transitare vista la gran pressione: era un grosso spettacolo ottico. Alle undici e trenta radunammo in corteo i figuranti, suddivisi per epoche, con i tamburini e gli alfieri in testa e, con l’aiuto di alcuni, vestiti da soldati medievali armati, facemmo spazio e li portammo nella piazza antistante la porta dove, nel bel mezzo di diverse migliaia di spettatori, avvenne l’evento dell’apertura della porta, che in quel momento non c’era proprio e che avevamo ricreato, in dimensioni naturali, mediante materiale fotografico. Dietro alla porta vi era una copia del Palio vinto retroilluminata al neon che apparve sull’apertura con l’accompagnamento delle note della colonna sonora di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick 

 

 

In uno schermo laterale giravano le immagini della corsa che avevamo vinto in luglio.

Il pathos della giornata, il ricordo del lungo periodo di attesa del Palio vinto, il riallaccio di amicizie mai sopite fra persone che non stavano insieme da anni a causa dei normali cicli di vita, portò la gente a terminare con un pianto misto di trasporto emozionale e gioia.

Una musica particolare, fin dal giorno dopo al Palio, era diventata colonna sonora di tutti quei mesi di festeggiamento. Era la colonna sonora del Gladiatore, film di cassetta del momento e che ancora oggi sancisce varie pubblicità, a dominare i sistemi nervosi di ognuno di noi. Era stata scelta da video service per accompagnare le immagini del Palio vinto in una cassetta che viene diffusa comunemente con i giornali del giorno dopo al Palio.

Con quella musica terminammo quell’emozione corale.

 

 

Il giorno successivo sancimmo sacralmente la vittoria in una delle cene più belle ed ambiziose che la mia città abbia mai avuto all’interno della Fortezza Medicea, con il numero chiuso a cinquemila partecipanti.

Non parve neppure una cena di una Contrada.

Sembrava più un paese intero in festa, inserito in un contesto fantastico.
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postato da lucavirgili alle ore 16:48
martedì, 28 marzo 2006

 

 

Nei giorni successivi ebbi gran divertimento nel leggere i giornali che descrivevano lo spettacolo con toni entusiastici.

Mi parve di aver fatto un gran lavoro ed era da tanto tempo, dagli anni in cui proponevo gli spettacoli all’aperto, più esattamente, che non provavo quel genere di emozione: mi pareva di non toccare terra.

Dentro di me, però, viaggiava un’idea di autoridimensionamento. Troppe volte avevo visto andamenti positivi che si trasformavano in negativi improvvisamente e lasciarmi andare agli allori troppo presto non mi parve giusto.

 

 

Durante una discussione notturna, avvenuta fra me ed i musicisti anziani poco prima dell’Operetta, avevo manifestato l’idea di cercare un bis l’anno successivo e poi smettere. Mi guardarono un po’ torto, ma accolsero la mia richiesta. Avevo negli occhi il terrore di ricadere in un patatrac artistico ma gli altri non se potevano accorgere.

 

 

Avvertivo una mancanza.

In tutti quei mesi di lavoro non avevo visto nessuna donna. Devo dire che ormai era trascorsa una vita dall’ultima volta che avevo fatto sesso. Avevo dato la priorità ad altro. O forse mi stavo nascondendo alla realtà.

Evidentemente mi ero convinto che non avrei dovuto avere alcuna vicenda sentimentale dopo l’ultimo insuccesso amoroso. Il bello era che non riuscivo ad uscire dall’empasse in cui mi ero cacciato.

Il successo teatrale, poi, non funzionava come traino nei confronti delle donne, anzi me le aveva allontanate ulteriormente. Probabilmente mi stavo comportando male: o in maniera eccessivamente distaccata, o, più facilmente, senza trasmettere la giusta passione che ci vuole per stabilire una relazione.

Stava diventando un problema. Durante il mese di giugno addirittura socializzavo con difficoltà.

 

 

Di luglio in maniera del tutto inaspettata, dopo venticinque anni, la mia Contrada vinse il Palio.

Fu un grosso flash emotivo.

Ero stato opinionista in TV come al solito e, più scaramanticamente che altro, a fronte della richiesta del conduttore di proporre tre favorite alla vittoria, senza timore, dichiarai per tre volte la mia Contrada. Il tutto nonostante tutti gli intenditori che aborrivano l’idea di una nostra vittoria.

 

 

In un baleno ogni problema di nuovo scomparve e mi ritrovai proiettato nei festeggiamenti della Vittoria.

Già dopo tre giorni il Presidente della Commissione del Corteo, chiamò me ed un mio compagno Goliardo di sempre, affinchè tirassimo fuori delle idee per l’organizzazione.

 

 

Fu velocissima la suddivisione per gruppi che si fece, apportando il minimo di logica. Così riuscimmo ad accontentare circa ottocento Contradaioli festanti. Regolarli nel comportamento fu operazione già più complessa perché fatta mediante la comunicazione ed il passa parola.

Sta di fatto che componemmo una sfilata decorosa e festante.

 

 

In Piazza del Campo vi era lo stop obbligato in attesa dell’estrazione del Palio d’agosto.

Ricordo di aver avuto un dolore di natura cervicale sulla spalla destra.

Mentre cercavo di rilassarmi per vedere di sciogliere la muscolatura e far passare il dolore, mi trovai a fianco la ragazza della Germania.

 

 

In pochi secondi, nonostante il dolore, nonostante la festa, mi tornarono in mente tutte le sofferenze che avevo sofferto fino a tre anni prima.

 

 

Cercò il dialogo.

Non la evitai e, finalmente, ebbi il coraggio di dirle direttamente quanto mi aveva fatto male.

Le dissi che non avevo voglia di intrattenere alcun tipo di relazione con lei. Che avevo sofferto a tal punto da rinchiudermi per mesi in casa, immerso nella brutalizzazione di me stesso. Che ero arrivato ad esser completamente disappetente.Che per ricrearmi una credibilità interiore mi ci erano voluti anni.

 

 

Lo vidi che piangeva.

Non mi lasciai commuovere.

Ebbi una comunicazione sul walkie talkie con la quale ci passavamo gli ordini e, dopo averla salutata, me ne andai lasciandola fra la folla.
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postato da lucavirgili alle ore 12:13
lunedì, 27 marzo 2006

 

 

Il primo maggio cadde di lunedì, quindi la direzione del teatro ci affidò il sabato per il montaggio delle scenografie.

Era una giornata piovosa, ma tutti parteciparono con entusiasmo fin dal primo mattino alle operazioni di trasporto. Una volta poste le scene sul palco, i ragazzi che le avevano costruite avviarono il proprio lavoro di assemblaggio e montaggio. Si trattava di un interno di un appartamento londinese, con un grande caminetto centrale ed una quinta laterale d’ingresso articolata, scandita da una finta vetrata multicolore. Sul lato di destra vi era un piano rialzato dove vi era arredata una zona salotto.

La composizione risultò eccezionale per il verismo applicato e simpatica ed in tono con il copione per l’oggettistica che la andava a scandire.

 

 

Facemmo uno stop per pranzo. Eravamo tutti invitati a casa del Principe dell’anno precedente. La sua famiglia possiede una casa nella Contrada della Selva. In quest’area che fu edificata nel medioevo su di una scarpata, gli edifici hanno come caratteristica sempre una grande cantina tufacea e, più o meno tutte le famiglie che ne posseggono una, in questi ultimi anni, le hanno ristrutturate per utilizzarle come locali per la socializzazione.  In questo caso la cantina è enorme e completamente attrezzata per bisbocce di gran livello. Vi è un tavolo enorme in legno massello che è sempre pronto ad accogliere convivi di ogni tipo. Qui ci venne proposto un pranzo catalettico. Per tensione individuale mi contenni, ma vi fu chi, invece, mangiò e bevve tanto da uscire con difficoltà. Era venuto con noi il suggeritore, il Principe nel 1977, un uomo definiamolo di “peso” come autorità teatrale, per l’enorme numero di spettacoli in cui aveva recitato, sia nel fronte operettistico che nel fronte vernacolare e come stazza fisica, vista la mole enorme, tanto da meritarsi un soprannome particolare: “Belva”. Qui, a pranzo, dette il meglio di se stesso, mangiando il mangiabile e inebriandosi in maniera seria. Quando rientrammo in teatro non fu cosa semplice rimetterlo al proprio posto. L’autore ed attore principale fece come lui e cominciai a vedere nero per l’esito finale dello spettacolo che avrebbe debuttato il giovedì della settimana successiva.

In ogni caso terminammo il montaggio.

 

 

La domenica ed il lunedì provammo senza intensità: ormai c’era la consapevolezza che le parti erano state completamente acquisite. Straordinariamente, avemmo l’occasione di avere l’orchestra in teatro sin dal martedì e riuscii, nella prova notturna, a provare in linea quasi tutta l’Operetta, con canzoni e balletti prima della mezzanotte. Alla fine di quella serata ero fisicamente stremato. Il giorno successivo di mattina avrei dovuto fare le memorie degli effetti luce e, così, portare a termine il lavoro preparatorio. Dal pomeriggio del mercoledì fino al pomeriggio del giorno successivo, provammo le canzoni tanto da metterle a punto coreograficamente, oltre che sonoramente parlando.

 

 

La sera della prima, non senza una certa dose di adrenalina, andai ad aprire il sipario.

Dopo cinque anni dall’insuccesso dell’altra Operetta che avevo diretto, mi accingevo a vedere il risultato di questa. Avevo mille pensieri addosso: la paura di non aver fatto tutto il possibile per la riuscita dello spettacolo, la paura di perdere la scommessa con me stesso e scoprire che magari non ero tagliato per la regia, il terrore di trovarmi il pubblico contrario.

In ogni caso, l’ora del giudizio era scoccata e con concentrazione, detti l’ordine di apertura.

 

 

Avevo preparato un’apertura particolare.

In genere l’Operetta inizia con il Principe e la Balia che cantano l’inno goliardico dal palchetto centrale che è illuminato nel buio della sala. Gli studenti vi si radunano sotto e accompagnano in coro.

Sulle ultime strofe facevo entrare sul palco, senza che il pubblico si accorgesse, il resto degli studenti e l’attore d’inizio scena, che continuavano a cantare l’inno. Mutavo le luci, le accendevo sul palco e qui vi era la finzione dello studente che finiva il corso di laurea a sipario chiuso, con i professori che lo diplomavano nonostante la non perfetta carriera universitaria.

 

 

Il pubblico rimase subito ben impressionato da questo inizio e già sulla prima canzone con il sipario chiuso chiese il bis.

Dall’apertura sipario in poi applaudirono tutto.

 

 

La seconda sera addirittura il pubblico fece ripetere a getto continuo un duetto d’amore, devo dire che i ragazzi recitavano e cantavano con grande impegno. La gente era come impazzita. Il Principe aveva riempito il teatro senza preoccuparsi troppo della sicurezza e quindi vi erano i palchetti colmi e gli spazi laterali della platea completamente pieni di spettatori in piedi. I pompieri del servizio d’ordine erano in totale fibrillazione e sulle note di questa canzone si agitavano perché il pubblico della platea si muoveva in maniera ondeggiante stile concerto rock. Vennero da me chiedendomi d’interrompere lo spettacolo perché, secondo loro, la sicurezza del teatro era a rischio. Meno male li feci ragionare e, lentamente, la situazione decantò da sola e lo spettacolo scorse più o meno naturalmente. Alla fine fu decretata un grosso successo.

 

 

In ogni caso avevo fugato le mie paure.

L’Operetta mi era finalmente venuta come volevo e la soddisfazione fu gigantesca.
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postato da lucavirgili alle ore 11:37
venerdì, 24 marzo 2006

 

 

 

 

Sapevo che la costruzione del consenso teatrale non sarebbe stata sufficiente senza delle idee brillanti.

Alcune mi vennero dalla comicità degli anni cinquanta, ritenuta, a mio avviso ingiustamente, obsoleta.

Stavamo costruendo il finale del primo atto che risultava un po’ debole in quanto l’azione terminava con i due attori principali. Mentre andavamo avanti mi tornarono in mente i fratelli De Rege e il Sarchiapone di Walter Chiari.

Provammo ad adattare quel tipo di recitazione ai due attori, che, essendo giovanissimi, non potevano ricordare. Ecco man di mano che insegnavamo, loro recepivano e trasformavano le battute del copione alla nuova esigenza, fino ad arrivare ad un testo completamente nuovo e, questa volta estremamente brillante. Le risate in prova si sprecavano perché gli attori si divertivano a fare quella parte ed il resto del gruppo rispondeva applaudendo ed inorgogliendo gli attori stessi.

Non ebbi neppure da giustificare i cambiamenti del copione con l’autore, visto che uno dei due attori era lui stesso.

 

 

Inoltre trovai una grande prestazione da parte dell’attore che faceva in quel periodo tradizionalmente la parte della donna. Come ho già spiegato in precedenza, l’Operetta viene recitata esclusivamente da uomini. Con lui mettemmo su, durante una canzone, un cambio d’abito in scena che fece un certo scalpore.

 

 

Inoltre, visto che la storia si svolgeva nell’Inghilterra vittoriana, trovai il sistema d’inserire una Haka, una danza nazionale neozelandese, che in teatro ebbe un successo sconvolgente: alla vista di questi ragazzi fra il grassottello ed il macilento in perizoma, il pubblico si ammazzava dal ridere ed ogni sera la scena veniva ripetuta tre o quattro volte. Dalla seconda serata il pubblico ripeteva gli ordini della danza coralmente e le prime due file la facevano fisicamente insieme agli attori.

 

 

Nel secondo atto l’azione teatrale continuava fino al finale, continuando a creare situazioni paradossali e malintesi. Pensai di sottolineare quelle situazioni con un impianto scenografico, che era fisso, a più livelli, dove poter spostare la recitazione. Per questo, già in prova, iniziai a studiare gli effetti delle luci.

 

 

Riuscii a finire le prove con una settimana di anticipo, rispetto alla scadenza teatrale e correvo il rischio di perdere la tensione nervosa degli attori.

O, quanto meno, lo pensavo io.

Contenevo uno sforzo nervoso notevolissimo e non lo volevo dar a notare.

Avvertivo un forte desiderio di far bene, quindi cercavo di non perdere la concentrazione.

Per Pasqua, andammo a cena, il Principe, l’autore, i musicisti ed io, qui mi lasciai andare e bevvi il bevibile. Questo viziaccio non me lo sono mai tolto. Poi non avevo toccato, durante il periodo delle prove, neppure una goccia di alcool, quindi una volta perduti i freni, in breve mi ritrovai inebriato.

 

L’ultima settimana divenne soltanto uno scarico di tensioni che si manifestarono in vari modi: i musicisti iniziarono a dare di matto, il gruppo gestito dal Principe che si occupava della scenografia si perdeva nell’organizzazione del montaggio, gli attori stessi fibrillavano.

 

 

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