Nemmeno il denaro era più lo stesso.
Dopo lunga attesa la moneta unica europea, l’euro, fece il proprio esordio nelle nostre tasche la notte di capodanno.
Dietro alla moneta unica si nascondevano malcelati desideri di arricchimento, di libertà di circolazione del mondo degli affari europei, di unità d’intenti fra gli stati europei.
Gli Italiani affidavano all’euro la stabilità economica, la sicurezza della propria moneta, la liberazione dall’inflazione, che tanto aveva assottigliato il risparmio pro capite negli anni novanta.
Così ci ritrovammo tutti con il kit bancario d’esordio, con l’immancabile borsellino dove poter contenere le monete. Non c’eravamo abituati a gestire tanti soldini di metallo: il denaro cartaceo, le mille lire, erano da anni l’abitudine. A quei soldi in carta davamo valore, a quelle monetine nuove no. Forse per un retaggio mentale di quando erano scomparse, in rapida sequenza, le monete da cinque lire e da dieci.
Ricordo che il capodanno lo trascorsi in Piazza del Campo, dove il Comune aveva organizzato un concerto, mi pare di Bennato, dove andai da solo. Alla fine del concerto, complice il freddo intenso, me ne andai in bar del centro, dove provai a spendere i nuovi soldi. Ancora vi erano anche le lire in circolazione, quindi ebbi la sensazione di trovarmi di fronte a prezzi sicuri ed invariati.
Invece nei due mesi successivi, già andare al ristorante diventava complicato. La frase in bocca di tutti era sempre la stessa: “bisogna abituarsi a ragionare in euro!” e con questa i ristoratori giustificavano il quasi immediato raddoppio dei prezzi.
Ed era tangibile: fino ad un mese prima andavi a cena e per un primo, un secondo, un contorno, vino e caffè spendevi venticinquemila lire; all’improvviso per lo stesso pasto ti ritrovavi con un conto pari a venticinque euro!
Caspita ma venticinque euro erano cinquantamila lire!
Furono mesi forti quelli in cui anche ai supermercati si cominciava a stare attenti ai prezzi.
Anche la pizza iniziò a risultare costosa e, da quel momento in poi, cominciò a variare il modo di vivere delle persone che, dopo poco tempo dall’esordio dell’euro, cominciarono a socializzare di nuovo nelle case e sempre meno nei ristoranti.
Avvertivamo quindi un impoverimento generale ed estremamente diffuso, dove vari fattori vi influivano. La contrazione dei mercati causata dall’undici settembre, lo stato di guerra in atto, l’introduzione dell’euro erano diventati, tutti assieme, il peso ed il freno di ognuno.
Senza dimenticare che durante il luglio precedente, a Genova, durante la riunione del G8, vi era stata una delle più gravi contestazioni vissute in Italia, dopo quelle degli anni settanta.
La contestazione era rivolta alla globalizzazione, questione ormai largamente diffusa e malgestita da tanti anni. A Seattle, per un’attività analoga dei governi del G8, erano nati movimenti di contestazione che si erano propagati velocemente in ogni angolo del mondo. Certi spessori della contestazione che riguardavano la cura dei cibi di forte consumo affidate a trattamenti transgenici, l’oligopolio delle case farmaceutiche che, di fatto frenano la possibilità di cure alle popolazioni più povere, l’appiattimento delle differenze culturali a fronte di una cultura mondiale massificata, li condividevo e li condivido tuttora. Ma la politicizzazione degli argomenti e l’acquisizione dei movimenti forzata a sinistra, divennero per me fattori negativi dai quali mi necessitò prendere le distanze.
Tanto è vero che vi furono scontri che portarono alla morte del giovane “contestatore” e al terribile conseguente processo di un “operaio” dell’ordine pubblico di età analoga.
Tutti gli scontri di quella plumbea giornata sortirono solo questo effetto: un grosso lutto nazionale dove avevamo perduto due giovani in una botta sola: uno fisicamente e l’altro con la morte nel cuore per tutto il resto della vita.
Man di mano che passavano i giorni più che si faceva chiara l’indagine: i colpevoli erano indicati in un network del terrore. Al Quaeda era il nome.
Mi risultava totalmente sconosciuto.
Avrei voluto sapere se qualcuno dei morti nelle torri avesse avuto una qualsiasi informazione sulla presenza nel mondo di tale gruppo eversivo.
Erano morti senza sapere perché.
In altre epoche gli esseri umani si sarebbero posti quanto meno il dubbio se dare una spiegazione divina allo strazio. In questo caso non si riusciva a capire neppure quali fossero le motivazioni degli attentati.
Iniziarono ad uscire informazioni su questa Al Quaeda. Avevano campi d’addestramento in diversi luoghi del mondo. Inizialmente apparivano basati in Sudan dove avevano partecipato alla guerra civile, poi si venne a scoprire che avevano partecipato sia alla guerra in Bosnia, sia a quella cecena. Di certo erano stati segnalati come responsabili di un attacco ad una nave delle marina militare americana ed ad una ambasciata in africa, nonché di una serie di attentati nelle Filippine.
L’allora amministrazione democratica presieduta dal presidente Clinton fece bombardare delle basi in Afghanistan, con la speranza di colpire i responsabili di quegli attentati e di risolvere così il problema.
Invece il problema non era stato risolto.
L’Afghanistan veniva indicato come base strategica dei terroristi in accordo con il governo Taliban e, per questo, quel paese cominciò ad essere additato fra i sicuri responsabili degli attentati alle torri. Finalmente si era trovato un paese con cui fare una guerra convenzionale, dove vi era una forte concentrazione di terroristi, armati come un esercito. Le immagini televisive dei campi d’addestramento paramilitare davano quanto meno la sensazione di trovarsi di fronte a truppe d’assalto specializzate.
L’Afghanistan non tornava di moda dall’invasione russa.
Lì era crollata la potenza militare dell’URSS, con l’aiuto americano e lì si erano formati i signori della guerra che vantavano diritti politici su quel paese.
Un paese povero, immerso in una cultura antica, che mi pareva addirittura ellenistica, se guardavo i copri capi delle milizie mostrate in televisione che sembravano gli stessi dell’esercito di Alessandro Magno.
Perché i terroristi avevano fatto base proprio là? Per lo stato di guerra permanente che c’era in quell’area? Oppure per sfruttare una popolazione alla fame che, pochi giorni prima, aveva trovato il coraggio di sparare delle cannonate ai propri più importanti monumenti. Era un grido d’aiuto ad un mondo totalmente disinteressato alle sorti di quell’angolo di terra.
Così vidi scoppiare un’altra guerra.
Ancora le immagini di tutti i telegiornali che facevano vedere gli attacchi aerei prendevano la totalità delle informazioni. Ancora il crudo spettacolo della guerra ci veniva presentato, fino all’ossessione, quasi dovesse apparire come una nemesi orribile contro chi era stato colpevole e a monito di tutti coloro che avessero in mente di ripetere gli scempi di New York.
Mi sentivo sempre più costernato.
L’economia della terra si restrinse in un baleno. Il mondo globalizzato aveva reagito come da terroristiche previsioni e tardava a dare segni di vita.
La violenza imperversava ed il frastuono delle bombe era giunto fino da noi, nel vecchio continente, dove gli affari ed il movimento delle genti non esisteva più, spaventato anche dal volare da un paese all’altro.
In settembre, l’undici, dopo pranzo stavo organizzando il lavoro delle prove che, di lì a poco, avrei iniziato. Mi trovavo in camera mia alla scrivania immerso negli appunti, quando mia madre mi comunica che alla televisione sta accadendo qualcosa di impressionante. Le domando su quale canale e mi dice su tutti i canali.
Un aereo si era schiantato su una delle torri gemelle, le Twin Towers.
C’ero stato, due anni prima, durante il mio viaggio negli Stati Uniti e ne avevo un ricordo vivido. Mi parve un incidente di enormi proporzioni: forse nel cinema mi era capitato di veder immaginata una cosa del genere e mai mi sarei aspettato di vederlo concretamente. Certo che, atterrando a Hong Kong, mi era venuto in mente che potesse avvenire, ma giusto là e non certo a New York, visto dove era posizionato l’aeroporto.
Così mentre le voci concitate dei commentatori raccontavano le immagini d’incendio, si fa largo un secondo aereo ed andò a colpire l’altra torre.
Cosa stava accadendo?
Immediatamente cominciò a farsi limpida l’idea di un attentato terroristico.
Non poteva accadere un incidente due volte di seguito!
Le notizie cominciarono a diventare sempre più pressanti e, mentre le immagini mostravano le colonne di fumo che salivano sempre più cupe dalle fratture create negli edifici, si raccontava di un terzo aereo che si era abbattuto sul Pentagono ed un altro, caduto, dove i dirottatori erano stati combattuti dai passeggeri in volo, probabilmente indirizzato verso la Casa Bianca.
Immediatamente mi tornò a memoria il 1993 e il tentativo di far saltare le Twin Towers minando le fondamenta. Erano l’evidente obbiettivo commerciale da devastare e distruggere. Chi stava attuando il piano aveva come logica conseguenza l’idea di andare a devastare l’economia mondiale.
Ma non solo. Il Pentagono danneggiato ed il tentativo di colpire la Casa Bianca, significavano anche il tentativo di colpire profondamente il cuore degli Stati Uniti, nell’esercito e nelle istituzioni.
Ma le immagini mi destavano la sensazione di non trovarsi di fronte ad una cosa vera. Possibile che la potenza più grande del mondo potesse essere attaccata così violentemente, senza nessuna reazione? Mica mi stavo trovando di fronte ad un terribile scherzo mediatico stile l’invasione radiofonica degli alieni di Orson Wells?
Nel frattempo le immagini delle torri si facevano sempre più critiche. Disperati che preferivano lanciarsi nel vuoto piuttosto che morire tra le fiamme, via vai di pompieri che cercavano di domare i focolai degli incendi, riempivano lo schermo della televisione. Ero ipnotizzato da tanta disperazione.
Ma la devastazione non aveva terminato il proprio corso. Le torri cominciarono a fondersi e sgretolarsi come se fossero state di sabbia e il dramma in atto prese i toni della tragedia dalle dimensioni bibliche.
Non si riusciva a capire quante persone potessero essere rimaste coinvolte in cotanto strazio.
Chi era stato? Non si trattava di un attacco convenzionale, quindi non poteva essere uno stato, una nazione che con questo atto andava a dichiarare una guerra agli Stati Uniti.
La costernazione mi prese in fretta il sistema nervoso.
Ero rimasto abbastanza colpito dall’elezioni del Sindaco.
Pareva normale, visti i tanti anni di gestione del potere dell’uscente, che venisse accontentato dal partito e gli venisse offerta la poltrona della Fondazione della Banca.
Invece coloro che si erano legati a lui in quegli anni gli si rivoltarono contro e parteciparono all’ostracizzazione.
Questa perdita delle sicurezze acquisite mi stimolava intellettualmente e, dopo tanti anni che non scrivevo più in prima persona una commedia, intendo firmandola integralmente con il mio nome e con il cognome, decisi di farci una vicenda.
Così durante l’estate, mentre mi riparavo dalla calura in ufficio, cominciai a studiare l’evoluzione della trama. Era una commedia molto diversa dalle mie precedenti, dove andavo a sottolineare le difficoltà di comunicazione fra uomini e donne, le crisi della famiglia, difficili relazioni con i figli.
Oltretutto anche la classe sociale di appartenenza dei miei nuovi personaggi doveva esser maggiormente elevata rispetto al solito, visto che fino a quel momento mi ero interessato della classe medio bassa. Quindi mi parve allo stesso tempo interessante per la curiosità dello studio, ma anche strana per il distacco dalle tematiche a me familiari.
Scelsi un personaggio storico della mia città, per tracciare la linea di conduzione della vicenda, un signore rinascimentale di Siena. Il personaggio principale, proprietario di una azienda, si finge pazzo e compenetrato psicologicamente nella figura storica di cui sopra.
Credendolo pazzo, i parenti, azionisti dell’azienda, a partire dalla moglie, fanno di tutto per farlo interdire e prendere il potere. Se non che il personaggio principale si svela come sano e, trovato un nuovo amore nella segretaria, fa piazza pulita di tutti i traditori, ormai evidenti, lasciandoli sul lastrico.
Mi posi il dubbio di dove realizzare la commedia.
In quei giorni estivi venivano terminati i lavori di ristrutturazione di un teatrino parrocchiale, in pieno centro. Si trattava di un teatro vero e proprio, se pur microscopico, con tutte le accortezze moderne. Oltretutto aveva il fascino del contenitore di tanti spettacoli nella storia, quindi poteva essere stimolante rappresentare là dentro.
Venne organizzata là dentro una manifestazione del teatro di Contrada. Avevo la commedia ormai pronta e decisi di aderirvi.
Era la fine d’agosto.
Feci in modo di fissare la data dello spettacolo in maniera tale che non ledesse la regia dell’Operetta e cominciai ad organizzare lo spettacolo, che finanziai individualmente.
Scenografia minima, visto che era organizzata tutta in un interno, costumi semplici.
Non avemmo bisogno di altro visto che il teatro era così piccolo da non destare la necessità di luci particolari.
La sera dopo cena, convocavo a due a due gli attori storici che avevano recitato per me in passato. Leggevo loro la commedia affinchè fossero convinti della bontà del lavoro e dessero la disponibilità alla messa in scena. Accettarono con entusiasmo tutti quanti.
Al gruppo storico aggiunsi qualche attore nuovo, naturalmente inesperto, ma che avrebbe portato nel gruppo quella ventata di novità indispensabile per dare maggiori motivazioni comuni.Verso la metà del giugno venni raggiunto telefonicamente dal direttore della televisione che mi invitava presso i suoi uffici. Mi voleva invitare a sviluppare una trasmissione serale per i giorni del Palio di approfondimento delle tematiche paliesche.
Ciò, da un lato, mi inorgogliva perché si andava delineando, fra il serio ed il faceto, un mio nuovo hobby e da un altro mi disturbava il dover cambiare lo schema canonico di vita di quelle giornate. Mi spiego meglio. Essendo il Palio una festa rituale, ha delle cadenze precise per tutti i Contradaioli e il trascorrere alcuni momenti ludici ed emozionali con gli amici di sempre, in quei giorni ha un significato particolare, quasi di comunione e di rassicurazione che, nonostante i cambiamenti derivanti dalle età che avanzano, certi legami non si scordano mai.
Allontanarsi da quel rito per andare a sviluppare una trasmissione televisiva, mi pareva una stortura, una deviazione dalle abitudini.
In ogni caso ebbe il sopravvento la mia ambizione nello spettacolo ed accettai.
In pochissimo tempo mi trovai davanti alle telecamere accoppiato ad una donna, un’esperta conduttrice, ad offrire al pubblico pensieri ed opinioni.
Ricordo, come cosa buffa, la trasmissione della serata precedente all’assegnazione dei cavalli, dove, con una magia televisiva, dagli studi, venimmo trasferiti velocemente in macchina ad una cena in esterna, durante una giostra pubblicitaria.
Da qui continuammo la diretta con il neo sindaco, appena eletto ed altre autorità.
Nonostante l’orario di cena non sia, come si dice oggi, un prime time, riuscii a fornire una prestazione decorosa ed accettabile. Nei giorni successivi ebbi notevoli apprezzamenti da parte dei telespettatori, soprattutto dalle persone anziane, che mi erano grate per il servizio reso.
Era una sensazione abbastanza diversa da quella del teatro, che conoscevo bene. In teatro si ha un riscontro immediato degli umori del pubblico. Si riesce ad interpretare nitidamente un silenzio di attenzione o un borbottio di protesta come una risata od un applauso non di convenienza.
Quando però fai un programma televisivo, non sai come sarà l’effetto nelle case dove il tubo catodico porta la tua immagine e, soprattutto, la tua voce.
Un successo ha un lento rilascio e lo scopri quando andandotene in giro nella normalità persone che, ovviamente, non hai veduto in platea o nei palchetti, ti fermano per dirti una loro ragione o un loro pensiero, in relazione agli argomenti che hai trattato e, anche una signora anziana che ti incontra ad un’edicola e che ti rivolge parola, improvvisamente, ti fa senso.
Ben inteso, mai ho voluto pensare di aver cambiato atteggiamento nei confronti degli amici di sempre. Tanto è vero che appena terminata la trasmissione volavo alla ricerca del loro contatto e mi accoglievano bonariamente dicendo: “sentiamo che cazzate avete detto alla televisione!”
Di certo il mio punto di vista sulla Festa era variato: non godevo più solo dell’occhio di un contradaiolo semplice, ma usufruivo di un osservatorio notevolmente più ampio che mi consentiva, a fianco dell’esperienze organizzative precedenti, di formarmi più completamente.
Tutto questo mi rendeva fiero.