i lettori mi dovranno scusare in questi giorni per i ritardi, ma il lavoro televisivo relativo al Palio di Luglio m'impone dei ritmi robusti che non mi permettono di aggiornare il blog.
Prometto che, appena riuscirò ad avere ritmi più leggeri, riuscirò anche a postare con maggiore regolarità.
Un saluto affettuoso a tutti ed un grazie anticipato per la pazienza che mi portate.
Luca Virgili
Molti giorni, successivamente, per evitare ogni contatto telefonico, chiusi l’ufficio con una decina di minuti d’anticipo, rispetto all’orario di chiusura, orario in cui, generalmente, aveva chiamato.
Non volevo più sottostare ai suoi desideri.
Il tempo scorse e quasi mi ero dimenticato di questa esperienza, quando, all’improvviso, venni raggiunto da una nuova telefonata.
La voce nella cornetta mi risultò istantaneamente familiare.
Questa volta non ebbi nessun tipo di freno: nonostante l’educazione con cui si poneva, imposi con fermezza che non doveva più chiamare. Caspita ero stato molto chiaro nell’ultimo contatto, doveva aver capito per forza. Per dare maggior consistenza alle mie affermazioni, chiusi la telefonata con decisione, senza dare alcuna possibilità d’appello.
Da quel momento in poi il telefono tacque e mi sentii libero, finalmente.
Iniziai il tradizionale lavoro operettistico.
Durante la discussione inerente alla scelta del tema, mi piacque abbracciare l’idea di un giovanotto che recitava ormai da qualche anno e che aveva partecipato alla stesura di alcuni copioni.
Il personaggio in questione, che, nel corso di questi anni, avevo fatto recitare sempre in ruoli da gay o da donna, un po’ per vezzo di provincia, veniva additato come omosessuale in fieri.
Il suo gusto estetico, a volte un po’ eccentrico, non aiutava nel negare questo concetto.
I ragazzi vedendo che usava depilarsi, truccarsi anche nel quotidiano ordinario, iniziarono a prenderlo un po’ in giro. Badate bene: lui ha sempre avuto un gran successo con le donne e forse nel gruppo qualcuno poteva aver nutrito una puntina d’invidia nei suoi confronti.
Alla cena dove vennero esposti i vari canovacci, per ultimo parlò lui e mi chiese cosa potessi pensare di una storia ambientata in un isola tropicale abitata da soli uomini dove una donna arriva casualmente e cambia le regole del gioco perfetto inventato da loro.
Gli altri suoi colleghi, privi di qualsiasi remora morale, lo accusarono subito di voler narrare la storia dell’isola dei “buconi” termine denigrante con il quale si vanno ad indicare i gay nella mia città. Mentre i ragazzi si perdevano nei rivoli delle peggiori più crudeli prese di giro, nella mia testa prese forma la storia.
Una troupe televisiva a causa di un disastro aereo precipita in un’isola, Arrapanui, dove vivono in libertà perfetta gli uomini. Non conoscono le donne, tanto e vero che alla anchorwoman televisiva si riferiscono in termini maschili. Dopo un primo momento di felicità femminista, la donna inizia a chiedere dove fossero le sue simili e, naturalmente, nessuno sa risponderle. Quando chiede come si replichino, le viene palesata una forma partenogenetica a cui non vuole credere.
Ad un certo punto prova a vedere se riesce a sedurne uno e questi, vincendo la paura dell’ignoto, ci casca e fanno sesso. La donna capisce che c’è un inganno e vuole scoprirlo. Trova il colpevole nel gran sacerdote il quale, per mantenere il governo dell’isola, tiene nascoste le donne in una grotta. Qui un custode orrendo, stile Gollum, le tiene incarcerate.
La donna riesce a liberare le donne segregate e la vita perfetta dei maschi finisce, facendo partire una vita di segregazioni per gli uomini.
Comunicai che per quanto riguardava me questo canovaccio poteva andare bene.
Facemmo un’ulteriore riunione con il Principe e dei Vecchi Goliardi per avere un parere suppletivo ed il copione fu approvato da tutti.
Qualche giorno dopo sento squillare il telefono alla stessa ora del pomeriggio e, questa volta, già sapevo di chi si trattava.
Le dissi che poteva far subito gli affaracci propri, che l’avrei assecondata, ma che dopo avrei voluto parlare un po’.
“così, però, non c’è gusto!”
“no cara, sono pronto a dirti quello vuoi e subito!”
“ mi piaceva di più se ci arrivavamo piano…rilassandoci…magari ti potevi masturbare con me…”
“io non voglio!”
“e va bene…allora faccio da sola…ma tu ci sei…sei vicino…vero(sospira)”
“sì ci sono…dimmi cosa vuoi che ti dica?…”
“dimmi cosa pensi di me…”
“che sei strana…”
“e poi?”
“e poi cosa?”
“non sono una puttana?”
“lo sei?”
“certo che lo sono…dimmelo, ti prego…(sospira)”
“sei una puttana…”
“ ti prego dimmi che vorresti prendermi lì nel tuo ufficio…sulla scrivania”
“sulla scrivania…ci sei stata dunque?”
Ero corroso dal dubbio. M’immaginavo che questa potesse essere qualcuna che si era presentata in ufficio, che, magari, l’avessi portata in giro a vedere case. Magari mi seguiva da giorni.
Non poteva essere una maniaca seriale?
Potevo averne paura?
“no, non ci sono stata, ma avrai una scrivania: c’è in tutti gli uffici…”
“sì, è vero”
“ed avrai il telefono a destra…”
“allora sei venuta da me, in ufficio…”
“no, se non sei mancino il telefono sta a destra…”
“ è vero…”
“non c’è posto per sulla scrivania…sbattiamo tutto fuori…non vorrei farmi male…”
“non ti farai male…”
“oh sì lo so che non mi farai male…(sospira)…ma mi prenderai con desiderio brutale…(sospira)…ti piacerebbe sentire quando vengo?”
“sì fammelo sentire…”
Seguì una serie di sospiri fino a che non raggiunse il suo orgasmo.
Iniziai subito a parlarle.
Le chiesi di cessare di chiamarmi. Le dissi che non avrei più accettato che facesse quello che voleva per telefono. Se avesse voluto, avrebbe potuto incontrarmi. Conoscersi diventava condizione essenziale ed indispensabile per avere altri contatti.
Ero curioso, volevo sapere chi fosse e le chiedevo come fosse fatta.
A questo punto mi pose un quesito: mi chiese perché fossi convinto che fosse una donna.
Trasalii.
Non poteva essere niente altro.
Non potevo aver scambiato una voce femminile con quella di un uomo, se pur effemminato.
Avvertendo la mia difficoltà, mi chiese se non avessi avuto esperienze omosessuali.
Ero sempre più basito.
Negai, negai e negai, non poteva farmi questo. Non poteva avermi ingannato. Cosa era accaduto? Potevo essermi eccitato con la voce di un uomo effemminato?
Non lo accettavo.
Le urlai che non le credevo, che non doveva farsi gioco di me, che non avrebbe mai più dovuto chiamarmi.
Passarono una decina di giorni senza che si facesse di nuovo viva. Mi parve di aver limitato il dramma ad un solo episodio e quindi poteva essere stato realmente uno scherzo.
Invece un pomeriggio a chiusura squilla il telefono. Naturalmente non andai a pensare che si potesse trattare di nuovo di lei e presi la cornetta in mano con la scioltezza di chi parla in tranquillità con chicchessia.
Non appena udii la sua voce trasalii.
Ormai sapevo cosa mi sarebbe potuto accadere e non volevo che di nuovo potesse riuscire ad entrare nella mia sfera intima e costringermi ad avere un amplesso virtuale.
Questa volta ero deciso a provare ad allungare la discussione per vedere se scoprivo qualcosa in più.
“ciao…mi hai riconosciuto?”
“sì…ho capito chi sei…cosa vuoi?”
“mica disturbo?…se disturbo dillo che ti chiamo un’altra volta…”
“non è questo il fatto…”
“allora cosa?”
“è che non sono contento che tu mi chiami, così, in ufficio…”
“hai paura che possa entrare qualcuno?…Qualcuno che ti possa vedere che sei eccitato…che sei eccitato da me che ti parlo al telefono?”
Ero già ripiombato nel suo gioco, senza che potessi far niente per capire chi fosse.
Era una situazione avvolgente, sempre più avvolgente.
Ho pensato, successivamente, che, in quei momenti, inconsciamente, potessi desiderare che questa persona mi chiamasse e facesse della mia voce un oggetto sessuale, le mie corde vocali usate come vibratore per le sue cerebrali fantasie erotiche.
Di certo se fossi stato colpito eccessivamente in maniera negativa dalla situazione, avrei potuto sbatterle il telefono in faccia, chiudere in maniera brusca ogni genere di colloquio, impedirle di continuare in ogni eventualità.
Invece ero curioso e, per la seconda volta, stavo rimanendo lì, attaccato a quel filo che mi stava per trasferire un altro suo orgasmo telefonico.
Certo i meandri della nostra psiche sono complessi e di difficile interpretazione.
“oggi, mentre stavo tornando da lezione, in pullmann, pensavo a te, che te ne stavi in ufficio…”
“sì…m’immagino che tu pensassi proprio a me…”
“…invece sì, mi sei venuto in mente…così appena sono arrivata a casa mi sono messa a mio agio e ho deciso di chiamarti…”
“come facevi a sapere che ero ancora in ufficio?”
“me lo hai detto tu che esci alle sette e mezza”
“e se non vi fossi stato…se ti avesse risposto qualcun altro…”
“riconosco la tua voce ed avrei chiuso…
“perché telefoni a me?”
“perché mi fa piacere sentirti”
“cosa ti fa piacere sentire?”
Mi piacerebbe sentire che hai voglia di me…che ti piace sentire il mio odore”
“ come faccio a sentire il tuo odore?…siamo al telefono!”
“io sento il tuo…(sospira) e mi eccita…vorrei che tu mi prendessi fra le tue braccia…ora…(sospira)…dai facciamo l’amore!”
La lasciai fare.
Alla fine provai a dialogare con lei e le chiesi se non fosse meglio incontrarci. Se non fossimo stati di gradimento l’uno dell’altra avremmo potuto prendere un caffè e fare una risata.
Rifiutò dicendo che non si sentiva pronta per un incontro. Mi salutò e mi dette appuntamento ad un’altra telefonata.
Che difetti estetici poteva avere costei?
Perché non voleva farsi vedere?
Durante l’estate seguente ebbi da fare le ormai tradizionali apparizioni televisive.
Quando ebbi terminato la kermesse del Palio di luglio, il giorno dopo il Palio, a fine trasmissione, andai a pranzo con il direttore della tv. Terminammo e tornai presso il mio ufficio per ricominciare la mia normale attività.
Qui venni colto da una telefonata improvvisa. Una donna sconosciuta mi chiese se poteva parlare con me. Pensai che si trattasse di uno scherzo e le risposi che in quel momento ero impegnato. Questa non si perse d’animo e mi chiese quando avrei avuto tempo per poter parlare con lei. Le dissi che avrebbe dovuto chiamarmi alla fine del pomeriggio, ad orario di chiusura.
Credevo di averla spaventata, invece, alle sette e mezza, mi richiamò e mi disse di essere una studentessa di odontoiatria, stava preparando un esame ed aveva voglia di parlare con qualcuno. Le chiesi perché avesse scelto me e rispose di aver scelto un numero casuale. Da quel momento in poi la telefonata divenne assurda. Parlando lentamente iniziò a parlarmi di sesso e disse che le sarebbe piaciuto se avessi collaborato in quanto amava masturbarsi ascoltando la mia voce.
Dentro di me continuai a pensare che si trattava di uno scherzo, d’altra parte ero Goliardo da sempre, battute e scherzi ne avevo fatti a profusione e poteva essere comprensibile che qualcuno volesse farmi diventare soggetto passivo, per lo meno per una volta.
Decisi di stare al gioco per far contenta la ragazza.
“dimmi che mi faresti…ti prego!”
“cosa vuoi che ti faccia: siamo al telefono…”
“per esempio, potresti immaginare di mettere le mani dentro alla mia camicetta…(sospira)”
“sì…”
“e prendermi i miei seni con le tue mani…sento che mi sfiori i capezzoli…(sospira)”
“sì…”
“tu non sai quanto ti voglio!…ti desidero…”
“no, non lo so…dimmelo”
Ero ormai dentro al suo gioco. Mi sentivo fra lo sconcertato e l’imbarazzato e, forse, anche un po’ eccitato e me ne vergognavo.
“ vorrei che tu mi baciassi e che tu mi leccassi là…”
“dove?”
“sui capezzoli…oh… sì!… proprio lì…mi piace…mi piace sentire la tua lingua…dì la verità! Ti è diventato duro? (sospira)”
“ non te lo dico”
“ dai…ammettilo…perché non ti tocchi insieme a me (sospira sempre di più)…ti piacerebbe sentire che vengo?”
“Sì… fammi sentire…fammi sentire che vieni…”
“( sospiri di un orgasmo)”
“uh! Sono venuta…”
“ti è piaciuto?”
“ oh sì! Ti posso telefonare qualche altra volta?”
“ma ti piace dare i soldi alla telecom?”
“perché?”
“non sarebbe meglio incontrarsi”
“ti devo lasciare…ora…ciao, alla prossima!”
Abbassai la cornetta del telefono ed ero in difficoltà con me stesso.
Cosa era accaduto? Come mi era potuto accadere di stare al gioco di questa tipa? Mi sentivo un po’ come violentato. Era stata una violenza sottile la sua, un atto di dominio nei miei confronti. Era riuscita a farmi sottostare ad un gioco perverso. Perché ero stato al suo volere in quel modo? Non riuscivo a trovare una spiegazione.
Pensai che dovevo dirlo a qualcuno.
Telefonai ad una mia amica di sempre per sentire il suo parere e, mi disse, che probabilmente era una che mi aveva visto in televisione ed ero diventato oggetto di un suo sogno erotico.
Questo fatto mi sconvolgeva.
Avevo a che fare con una maniaca?