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Parliamo di me di nome e di fatto Blogger: lucavirgili
Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 11:19
giovedì, 26 aprile 2007

Dagli Emirati Arabi volammo verso il continente africano, sorvolando l'Etiopia, poi il Kenia per giungere a Dar es Salaam.

Prima di partire avevo dato uno sguardo sulle mappe satellitari di google e mi ero fatto un'idea della città che mi sarei trovato di fronte. C'era un particolare che mi aveva colpito: i tetti delle abitazioni erano color argento e non riuscivo a percepire con quale materiale fossero costruiti.
Mentre attendevamo l'ordine di atterraggio, sorvolando in circolo la città, vidi la stessa immagine, ma, man di mano che ci abbassavamo di quota il dubbio andò a sciogliersi: le case avevano i tetti di lamiera ondulata.

Il traffico, dalla visione aerea, non mi parve consistente e mi parve di percepire che solo alcune arterie fossero asfaltate, mentre la gran maggioranza delle strade interne erano in terra battuta.

C'erano edifici di altra entità, naturalmente, alcuni condomini, qualche edificio moderno con grosse facce vetrate ed un porto consistente di colore grigiastro.

La terra, vista dall'alto, era marrone cupa tendente al rossastro.

Atterrammo e, finalmente ci avviammo verso la struttura della dogana, dove si formarono alcune file in attesa delle procedure d'ingresso.
Qui le operazioni si dilungarono in tempi allucinanti: i documenti passavano di mano in mano di alcuni agenti che controllavano con una incredibile premura ogni foto, ogni piccolo dettaglio dei vari passeggeri.
Al di là della dogana vedemmo l'ambasciatore che ci attendeva: era venuto a prenderci personalmente e questo fatto ci dette tranquillità

Dopo quasi un'ora riuscimmo ad entrare nel paese.
Dopo i saluti veloci, l'ambasciatore fece caricare i nostri bagagli nella macchina di servizio, un grosso fuoristrada color oro con le bandierine italiane sul cofano. L'autista era un tanzano di una cinquantina d'anni, vestito con pantaloni color kaki e camicia bianca con la bandiera italiana sulle spalline.

L'ambasciatore si accomodò nel sedile posteriore assieme al mio compagno di viaggio, suo nipote ed io mi sedetti nel sedile anteriore, a fianco all'autista.

Mentre ci trasferivamo verso la residenza diplomatica, ci bersagliò di domande inerenti all'ultimo Palio corso e fui bene felice di aggiornarlo nei minimi dettagli delle discussioni e delle polemiche affrontate, sia a livello civico che contradaiolo. Poi, accettando le nostre domande, ci descrisse la Tanzania partendo proprio dalle immagini che ci venivano proposte dalla strada.
Naturalmente non riuscivo a staccare gli occhi da ciò che ci circondava.
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postato da lucavirgili alle ore 11:07
lunedì, 23 aprile 2007

Arrivammo finalmente all'albergo.
Qui non andammo subito a letto. Eravamo scombussolati dal viaggio e decidemmo di fermarci un attimo al  bar per mangiare un tramezzino e consumare un bicchiere d'acqua.
Alla fine riuscimmo a salire in camera. Come era logico, dopo delle brevi abluzioni, ci appoggiammo al letto e ci addormentammo al volo. La stanchezza aveva preso il sopravvento. Nella stessa modalità suonò anche la sveglia e ci parve che il tempo fosse volato. In pochissimo tempo facemmo una doccia veloce e ci precipitammo verso l'aeroporto per ricominciare le operazioni d'imbarco.
Questa volta non avevamo i bagagli: avrebbero dovuto essere già migrati nel nuovo aereo e, per questo temevamo tantissimo. Quante volte, del resto, abbiamo sentito di storie di bagagli perduti o, peggio che mai, spediti in luoghi diametralmente opposti alla meta del viaggio.
Volemmo essere ottimisti e non pensare all'eventuale disgrazia.
Una volta passata la dogana ed aver fatto passare molte volte il bagaglio a mano sotto ai metal detector, ci trovammo di fronte al gate del volo. Qui ci accorgemmo che i passeggeri erano di genere completamente diverso: non più orientali ma africani, per lo più famiglie o viaggiatori d'affari. Difficile capire se vi fossero dei turisti tra loro. Noi, fra i pochissimi bianchi, evitammo di accompagnarci a loro e ci sedemmo al centro delle poltroncine.
Vi chiederete per quale motivo osservassimo gli altri, ma, dopo gli attentati terroristici, ci guardavamo bene intorno, quasi come una forma di protezione dall'eventuale sciagura.
Arrivò il momento del decollo ed il viaggio ebbe un nuovo inizio. Questa volta, dopo che fu servita la colazione, cercammo entrambi un pò di riposo, coscienti che ci sarebbe servito arrivare fisicamente più forti possibile.

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postato da lucavirgili alle ore 11:40
sabato, 14 aprile 2007

La tratta che dovevamo affrontare era Roma-Dubay, dove dovevamo far tappa, riposare per la notte per poi ripartire il giorno successivo per Dar es Salaam.
Volavamo con la Emirates, una compagnia che era ben sponsorizzata e che volevamo sperimentare.
Quindi decidemmo di prendercela comoda e di goderci il viaggio.
Il servizio che potemmo vedere in classe economica era veramente buono e le hostess si prodigarono nel sistemarci a bordo. Da buoni maschietti italici cercammo subito un gradimento ottico in loro e, cercando di metterle a fuoco, oggettivamente, notammo che c'era una media forse non eccezionale, ma, in ogni caso più che passabile. Successivamente le vedemmo in azione e le mettemmo a dura prova ordinando loro dei cocktails forse complicati per l'aereo: riuscirono ad accontentarci senza fare una piega!
Anche la programmazione cinematografica fu di tutto rispetto e, complessivamente, rimanemmo contenti della compagnia aerea.
Lo sbarco a Dubay fu tremendo. Arrivammo di notte verso l'una. Ero abbastanza agitato per quella visita: non ero mai stato in un paese arabo ricco ed ero curioso. Pur tuttavia avevamo deciso di non andare in giro quella notte: per la visita della città ci sarebbe stato tempo durante il viaggio di ritorno, quando di nuovo avremmo fatto tappa là. Quindi non mi rimaneva altro che spiare dall'oblò le costruzioni che si potevano vedere atterrando, oltretutto di notte, cercando d'immaginarle di giorno.
Eravamo preparati all'idea del caldo, ma, uscendo dall'aereo mi parve di essere infilato dentro ad una sauna. Un caldo umido tremendo ci si appiccicò addosso immediatamente e il nostro fisico si dovette adattare velocemente alla nuova condizione climatica. Uno stress da non sottovalutare.
Dovemmo fare tutto un percorso all'interno dell'aeroporto per giungere alla zona della dogana fatto di saliscendi, di tapirulan e di scale mobili. Alla fine ci trovammo davanti a delle ordinatissime file segnate con dei canapi rossi. Qui si addensavano soprattutto orientali, in quel momento. Quando fù il nostro turno, ci accorgemmo che i controlli erano veramente attenti e, devo aggiungere, che eravamo anche contenti di questo, visto il periodo di attenzione terroristica.
Sta di fatto che passammo abbastanza tempo per attraversare la frontiera ed eravamo abbastanza stanchi. All'uscita fummo costretti a chiedere ad un desk destinato alle informazioni, come potessimo arrivare all'albergo che ci era stato destinato. Ci spiegarono perfettamente in un ottimo inglese cosa dovevamo fare: avfremmo dovuto prendere un pullmann che era subito fuori dall'aeroporto e che ci avrebbe accompagnato all'albergo che era collocato nella stessa zona ed era di proprietà della compagnia aerea. Uscimmo fuori e ci mettemmo ad attendere. Il caldo divenne intenso, la temperatura era intorno ai trentotto gradi e sperammo che il pullmann facesse presto.
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postato da lucavirgili alle ore 10:29
giovedì, 05 aprile 2007

Il giorno della partenza è per me sempre un giorno emozionante.
La valigia ha un'elaborazione immediata, frutto di giorni di elucubrazioni e studi. La macchina ha già il pieno ed è pronta al viaggio verso l'aeroporto.
Eppure, nell'attesa del compagno di viaggio, ogni volta, ad ogni partenza, provo una sensazione strana, come se non avvertissi l'entusiasmo del viaggio. Credo che si possa trattare di una specie di trauma da distacco dalla quotidianità. Sembra che il tran tran di tutti i giorni abbia una sorta di predominio verso il nuovo, quasi a conferma dell'adagio popolare:"chi cambia la strada vecchia per la nuova, sa quel che perde ma non quel che trova!".
 In ogni caso, una volta partiti,  si rompono gli indugi e si lascia spazio solo per il viaggio, lasciandosi alle spalle ogni ricordo.

Il mio compagno arrivò con un ritardo sostenutissimo rispetto all'appuntamento che ci eravamo preposti. Non correvamo alcun rischio per l'orario di arrivo a Fiumicino in quanto saremmo comunque dovuti giungere con un paio d'ore d'anticipo rispetto all'orario d'imbarco, ma il margine di rischio nella previsione di qualche possibile intoppo lungo il percorso stradale era decisamente salito.
La tensione iniziale si sciolse comunque strada facendo, visto che viaggiavamo durante l'orario del pranzo e le strade erano decisamente scorrevoli.
Ci fermammo ad un autogrill nei pressi di Viterbo per mangiare un boccone e, uscendo dalla macchina dotata del condizionamento, ci accorgemmo della notevole calura estiva. Era la fine di luglio e ci parve normale, anche se era il primo momento di caldo vero e proprio.
Fra i vari pensieri che mi venivano in mente durante la guida, c'era anche la riflessione che era la prima volta che per un periodo abbastanza lungo non avrei visto mio nipote: mi pareva una cosa strana. Del resto era anche la prima volta che ripartivo per una vacanza da quando era nato e mi pareva incredibile come fossero andati formandosi i miei sentimenti nei suoi confronti.

Arrivammo quindi a Fiumicino in perfetto orario e, dopo aver parcheggiato la macchina presso la lunga sosta, col pullman ce ne andammo verso l'aeroporto. Qui affrontammo velocemente il check in e facemmo subito le operazioni di dogana per attendere la chiamata per l'imbarco.
Era ormai pomeriggio avanzato e, dopo aver fatto il giro del duty free, ce ne andammo a prendere un bicchiere di vino fresco presso un wine bar. Qui il mio compagno di viaggio mi espresse un suo progetto per la creazione di un locale analogo che poi ha realizzato pochi giorni or sono dentro al castello di Monteriggioni.

Là apprendemmo che le operazioni d'imbarco erano iniziate e con calma ci indirizzammo verso il gate.
Il viaggio vero e proprio era iniziato.
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