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Parliamo di me di nome e di fatto Blogger: lucavirgili
Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 18:41
lunedì, 28 maggio 2007

La cena fu servita in un porticato laterale. La temperatura era fresca e umida visto l'acquazzone che era venuto nel tardo pomeriggio.
I nostri Ospiti ci avevano aspettato in una sala decorata con dei dipinti di arte africana molto grandi, uno dei quali mi colpì in maniera particolare: era una figura femminile molto grassa che puliva dei vasi leopardati, con degli orecchini enormi. I divani erano multicolore e la mobilia, per la verità scarna, era in legno rossiccio africano.
Il tavolo apparecchiato nel porticato era ovale di fronte a noi c'era un giardino con un prato molto verde.
La padrona di casa ci fece sedere alternati: lei era di fronte a me e il nipote di fronte allo zio, nei lati corti del tavolo.
Le posate, la tovaglia ed i bicchieri recavano impresso o ricamato il marchio della Repubblica italiana.
Un cameriere in livrea bianca campeggiava alle mie spalle.
Essendo io un pò stordito dall'alcool dell'aperitivo e, sicuramente, dal viaggio, cercai subito l'acqua e, in men che non si dica venni accontentato dal cameriere, che colse l'occasione per servirne a tutti.
Avviammo una discussione variegata, interrotta dall'arrivo delle pietanze: una pasta al sugo di granchio accompagnata da un vino sud africano.
Naturalmente il vino venne "bendato" e ci fu chiesto di riconoscerne per lo meno il vitigno. In questo caso fummo seguiti dalla dea bendata ed indovinammo: si trattava di un chardonnay molto deciso e dai profumi tipici ed intensi.
Per secondo venne servito un pesce al forno enorme e quando dico enorme lo dico in maniera riduttiva rispetto alla realtà.
Il sapore era eccezionale ed era straordinariamente cotto a puntino.Con il pesce venne cambiato il vino e fu servito un bianco di cui ci fu richiesta la nazionalità ed io riconobbi non solo che era italiano, ma anche che si trattava di un greco di tufo. Venni applaudito per la mia sapienza e detti forza alla mia fama di gran bevitore.
Alla fine venne servita una selezione di frutta ed il dessert.

Mi parve di essere rinato dopo tante ore di viaggio.
A fine cena tornammo nel salone dove l'ambasciatore ci dette della valuta del posto per eventuali necessità economiche. Naturalmente ne calcolammo il valore in euro ed in dollari in maniera tale da poter restituirne il valore al nostro ritorno.

Infine ci fece dei racconti per quanto ricordava dei posti in cui saremmo andati nei giorni a venire.

Alla fine ci accomiatammo ed andammo nelle nostre stanze da letto.

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postato da lucavirgili alle ore 11:40
lunedì, 21 maggio 2007

La costruzione, appartenuta ad uno spagnolo negli anni venti e trenta, si apriva all'interno con un giardino con una fontana al centro ed un porticato seguiva i tre lati dell'abitazione.
Accompagnato dalla servitù e dai cani dell'ambasciatore, mi avviai nella camera che mi era stata assegnata.
Un letto con la zanzariera mi aspettava già pronto per il riposo serale. L'arredo era in stile classico coloniale  e l'impianto di condizionamento si notava che aveva sostituito le pale di un ventilatore precedente.
Il bagno era con vasca e doccia dopo le ore di viaggio mi venne spontaneo pensare ad una ripulita, ma, l'appuntamento che avevamo per una immediata gita nella città, impedì un lavoro completo ed ovviai con una sommaria rinfrescata.
Poco dopo eravamo pronti per ripartire e facemmo una prima visita ad un quartiere dove vi erano numerosi pittori che facevano mostra delle loro opere d'arte.
Mi venne da riflettere che se fossimo stati da soli avremmo potuto non trovare quell'area e perderci così quel mercato.
Là, per quanto mi riguarda, cominciai a comprendere i vari stili e, soprattutto, che dovevamo contrattare tutto.
Forte dell'esperienza australiana quando un dipinto aborigeno ci complicò la vita negli spostamenti tra un luogo ed un altro, decisi di rimandare gli acquisti al ritorno. Del resto, pensai, che se avessi visto il Paese e mi fossi riempito gli occhi dei paesaggi, della flora e della fauna, dei volti degli esseri umani, meglio sarei riuscito a scegliere qualcosa da portare in Italia.

Successivamente facemmo un giro lungo mare, per raggiungere un albergo dove avremmo preso un aperitivo.
Essendo sabato, scoprimmo che vi venivano festeggiati i matrimoni e in svariati punti, gruppi di persone coloratissimi e molto eleganti, guidati da gruppi musicali formati da percussionisti, trombettisti e strumenti a corda, sempre ben radunati ed ordinati, si dilettavano in feste danzanti. Rimanemmo a guardare affascinati per una ventina di minuti.

Risalimmo in macchina e poco dopo venimmo bloccati nel traffico da un corteo presidenziale: il premier si stava spostando proprio in quell'area quindi la polizia lo precedeva e creava il corridoio per il passaggio.

Arrivammo quindi all'albergo, un grattacielo anni ottanta, forse la costruzione più ardita di tutta Dar es Salaam. Venimmo accolti da una hostess che conosceva bene l'ambasciatore e che ci fece molte feste. Salimmo con un ascensore al livello del bar e, attraversata una sala completamente finestrata, ci sedemmo in un tavolo la cui vista aggettava sulla baia.
Ebbi una visione complessiva, dall'alto, del porto. Nonostante l'orario volgesse al tramonto, la luce era buona e permetteva di spaziare copn gli occhi in lontananza.
Devo dire che ero ancora scombussolato dal viaggio: avevamo attraversato già diverse realtà prima di arrivare a destinazione e avvertivo comunque qualche difficoltà a ricevere con chiarezza le emozioni offerte dal panorama.
A volte penso che la fretta sia nemica dei viaggi: non permette la comprensione del luogo dove ti trovi.
Mi rincuorai pensando che comunque la nostra visione sarebbe stata più approfondita in seguito. eravamo solo all'inizio della nostra permanenza.
Prendemmo un paio di caipirine a testa e poi tornammo alla residenza per la cena.

La padrona di casa ci stava aspettando e non volevamo fare cattiva figura.

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postato da lucavirgili alle ore 16:57
giovedì, 03 maggio 2007

La strada scorreva e, intorno a noi, la città che si muoveva, indaffarata nel suo tran tran quotidiano. Gruppi di persone, vestiti con colori sgargianti si spostavano a piedi lungo le strade, aspettavano il loro turno agli incroci, portando con sè dalla valigia professionale alla fastella di legna da ardere. Le donne mi fecero subito venire a mente le immagini tradizionali che ci provengono dai media, con i loro copricapi avvolgenti.

L'ambasciatore ci disse che le religioni, cattolica e mussulmana in pari entità ed animista in minoranza, convivono pacificamente distribuendo il potere del paese in parti uguali.

Le costruzioni si alternavano in diverse entità architettoniche: erano ben presenti, lungo il percorso, edifici anni cinquanta, sessanta, ma soprattutto, settanta e ottanta, attaccati dalla salsedine marina, come accadeva una trentina d'anni fa nelle nostre cittadine costiere, quando non c'era quella ricchezza diffusa che permettesse il rifacimento delle facciate.
Mi mancavano le case coloniali: eppure dovevano pur esservi da qualche parte, visto che i tedeschi prima e poi gli inglesi avevano vissuto là.

Infatti dopo un pò giungemmo presso un quartiere con ville e palazzine tipicamente in stile. Ognuna aveva il proprio recinto murato e, all'interno si vedevano nitidamente giardini tenuti alla perfezione. L'ambasciatore volle precisare che stavamo entrando nel quartiere delle residenze diplomatiche: infatti cominciammo a notare le bandiere delle varie nazioni. La villa dell'ambasciatore giapponese era esteriormente molto bella, anni quaranta, poi quella danese e quella americana. Alla fine arrivammo alla residenza italiana dove ai cancelli garriva il tricolore e, due ascari di corsa aprirono i cancelli al fuoristrada, salutando militarmente l'ambasciatore all'ingresso. Rimasi stupito e continuai a rimanere voltato indietro a vedere gli efficienti guardiani che richiudevano il cancello alle nostre spalle.

Davanti al portale dove, in alto vi era lo stemma della Repubblica Italiana, la moglie dell'ambasciatore, zia del mio compagno di viaggio, era ad attenderci.
Mentre procedeva agli abbracci al nipote, cercai di rendermi utile aiutando l'autista a scaricare i nostri bagagli ma non volle il mio aiuto, quindi mi misi in fila per salutare la padrona di casa.
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