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Parliamo di me di nome e di fatto Blogger: lucavirgili
Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 11:27
mercoledì, 27 giugno 2007

Mi risultò incredibile vedere la stagione grigia e piovigginosa e, di conseguenza, i colori tipici dell'inizio dell'autunno, circondare la fauna africana. Fatti pochi chilometri, incontrammo subito le prime giraffe, che brucavano tranquille le cime degli alberi, senza aver il minimo timore provocato dalla nostra presenza.
Le giraffe sono fantastici animali che, a causa della loro conformazione, riescono ad assumere pose di straordinaria eleganza. Sarà il loro incedere lento ed ondulatorio a lasciare questa impressione, ma di fatto, sono bellissime e nella loro socializzazione sono capaci di sensazionali gesti, a mio parere, d'affetto: colli e teste che si accarezzano e si incrociano come in una danza fanno da cornice al loro vivere quotidiano.

Yahaia, comprendendo che dovevamo essere meno intimiditi dalla natura, nonostante la pioggia, ci sollevò il tetto della jeep, in maniera tale che potessimo guardare la natura in piedi e non dai finestrini.
La cosa ci rese più semplice immediatamente l'utilizzo della telecamera e della macchina fotografica.
Naturalmente ci spiegò che non dovevamo fare casino: anche se gli animali non sembrano disturbati dalla presenza umana, a cui sono abituati nei parchi, sono comunque sensibili alla nostra invasività e, sotto sotto, si ricordano dell'uomo come predatore.
Questo ci fece pensare che ci trovavamo in un parco e non in uno zoo, dove gli animali si trovano in gabbia e fummo, da quel momento, ossequiosi delle raccomandazioni della guida.

Dalla macchia sbucarono delle faraone selvatiche.
Tante volte ne avevo viste nei cortili delle nostre aie, ma mai mi aveva sfiorato l'idea che in natura potessero essere libere e selvagge.
Poi le scimmie, babbuini in fila indiana che camminavano lungo la strada. Sembrava trattarsi di una tribù intera, con i gruppi familiari, i capi tribù che guidavano la fila e un certo ordine prestabilito a cui tutti i soggetti si attenevano.
Sembrava una fila di soldati con la faccia truce. In realtà camminavano lentamente e con una certa insofferenza provocata dal nostro incedere con il mezzo meccanico, che provocava in loro la paura di essere schiacciati.

Poi i primi trampolieri rosa lungo i corsi d'acqua, la "soda water" non potabile che spesso circonda i terreni vulcanici. Questi splendidi animali risplendevano nell'acqua, colorandola.
Il silenzio veniva rotto solo dal loro starnazzare e dal movimento delle loro ali.
Spettacolare!


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postato da lucavirgili alle ore 17:31
martedì, 19 giugno 2007

Dopo aver fatto un breve tragitto fuori dall'area urbana, ci ritrovammo proiettati in direzione del primo parco: l'Arusha Park. Lungo la strada le case in muratura lasciarono, a poco a poco, spazio a delle piccole costruzioni in materiale autoportante coperte con della lamiera più o meno rugginosa. La vegetazione si faceva sempre più intensa e verde e le casette si diradavano. Il cielo era coperto e la temperatura era, a dir poco, fresca. Giungemmo presso l'area d'accesso al parco. Vi era lungo strada uno slargo per il parcheggio dei mezzi e dal lato opposto un piccolo fabbricato dei rangers dove la nostra guida entrò, dopo aver posteggiato il mezzo.
Per qualche minuto ci sgranchimmo le gambe all'esterno. La terra era rossa e qualche goccia bagnava i nostri cappelli. Riflettemmo che, tutto sommato, il territorio non era dissimile dalla nostra campagna: non c'era una foresta pluviale intorno a noi e l'erba verde, che spuntava ovunque rigogliosa, con quella luce che filtrava dal cielo plumbeo,  faceva assomigliare il territorio più alla Scozia che all'immagine dell'Africa che ci era mutuata dai racconti di Tarzan.

Yahaia ci richiamò e ci rifece salire sul fuoristrada. Ripartimmo verso il lodge che ci avrebbe ospitato per la notte.
Eravamo emozionati: ci disse che quando saremmo stati là avremmo dovuto prestare attenzione agli animali feroci, in particolar modo dall'imbrunire in poi.
Caspita! Come potevano circolare degli animali selvaggi pericolosi in quella campagna che assomigliava così tanto alla nostra?
Personalmente non riuscivo ad immaginare un leone fra le macchie...
All'improvviso uscimmo da un territorio boschivo e ci si aprì davanti una pianura. Mandrie di buoi di piccola stazza guidate da un  mandriano si nutrivano nella prateria. Piano, piano cominciammo a scorgere un villaggio. Presi la telecamera e cominciai a filmare, ma Yahaia mi bloccò: mi spiegò che agli abitanti di quel villaggio non era gradito di essere ripresi. Non volli approfondire ulteriormente l'argomento, nonostante la curiosità mi pervadesse. Forse erano come certi indiani che avevano paura che con le immagini fotografiche gli venissero sottratte le anime?

Posteggiammo sotto ad un porticato.
L'ambientazione era veramente cupa. Sembrava che potesse venire una tempesta da un momento all'altro. Aprimmo lo sportellone posteriore della jeep e provammo a prendere i nostri bagagli. Fu un tentativo vano visto che degli inservienti si presero cura dei bagagli immediatamente e li trasportarono al locale reception. Qui lasciammo i documenti per la registrazione e, dopo pochi minuti, fummo in grado di andare presso la nostra capanna. C'era un vialetto curato con piante e fiori ai lati e ogni dieci metri una piccola costruzione con una tettoia esterna che dava accesso al monovano interno dotato di bagno.

Dopo aver lasciato le valigie, lasciammo una mancia agli inservienti e risalimmo prontamente in macchina, alla volta della prima esplorazione.

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postato da lucavirgili alle ore 11:40
martedì, 12 giugno 2007

Il mattino successivo era il giorno del volo verso il Kilimangiaro.
Ci svegliammo al mattino presto. Verso le sei e trenta eravamo a fare colazione. Il breakfast fu ottimo con frutta fresca, thè, caffè, latte, biscotti al cioccolato fatti in casa, marmellata e cornflakes, uova e bacon, insomma un pasto serio a metà fra la tradizione anglosassone e italiana.
Alla fine salutammo l'ambasciatore e la moglie  e ci avviammo con la macchina diplomatica verso l'aeroporto.

Ci indirizzammo verso i voli interni: eravamo emozionati, del resto quello era il motivo principale del viaggio africano, il viaggio verso i parchi.
Dopo una mezzora dal nostro arrivo, svolti le pratiche burocratiche e passati i controlli, arrivò il momento dell'imbarco.
L'aereo era un bimotore a elica e questo generò una certa apprensione, anche se sapevamo che i voli più sicuri erano quelli. Del resto abbiamo genericamente il concetto che la sicurezza maggiore abbia origine dalla modernità dei mezzi, senza pensare magari che solo certi aerei volano e atterrano in certi territori, l'esempio più limpido è il DC3, l'aereo storico di Casablanca, che ancora vola in Australia ed in America latina, dove la foresta e le piste di terra battuta non permettono atterraggi e decolli di altri tipi di velivoli.

La città dove eravamo destinati era Arusha, diciamo, per assonanza con una famosa canzone, "alle falde del Kilimangiaro".

Durante il tragitto trovammo ovunque il sole e dall'oblò era curioso gettare gli occhi per scorgere i panorami.
Rimasi impressionato dall'enorme estensione di praterie dove, di tanto in tanto, si scorgevano delle capanne circondate da siepi, qualche piccola mandria di buoi. Principalmente mi colpì il non vedere paesi o città intermedie.

Quando ci comunicarono che eravamo nell'area del Kilimangiaro tentammo di vedere sui due lati la montagna, ma una densa coltre di nuvole impediva la visione. Dove era la montagna?

Parzialmente eravamo delusi: non avevamo visto l'ex vulcano, la più alta asperità africana ed era una grave mancanza.
Va bè, saremmo rimasti in zona per una settimana quindi rimandammo ad un momento di migliore situazione atmosferica la visione.

All'atterraggio  prendemmo confidenza con  la temperatura del luogo. L'Africa non era un continente caldo come ce lo immaginavamo, anzi, tutt'altro.
Lo scalo aeroportuale era piccolo ma con un suo transito. All'uscita trovammo una guida ed una ragazza ad attenderci: ci avrebbero accompagnato ad Arusha dove dall'agenzia dei tours saremmo partiti verso i parchi.
Durante lo spostamento ci parlarono, ovviamente in inglese, del territorio che andavamo ad affrontare. Principalmente parlava la donna e quindi pensammo che l'autista fosse solo tale e la guida vera e propria fosse lei.
Invece una volta arrivati in città lei ci lasciò e partimmo con Yahaia, questo era il nome della guida, alla volta della zona dei parchi.
Era vestito completamente di verde, con scarponcelli, pantaloni verdi scuro, maglietta griffata con il nome della ditta dei tours, verde chiara, un gilet da fotografo ed un cappellino con la tesa. Noi eravamo vestiti da esploratori anni 30.
Ci sentimmo subito ridicoli, ma, pensammo, le foto sarebbero venute bene.


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postato da lucavirgili alle ore 15:56
martedì, 05 giugno 2007

Erano circa le nove e mezza di sera e di sonno nonostante la stanchezza ne avevo ben poco, così me ne stetti ad armeggiare in camera per un pò.
Mi lavai i denti stando attento a non ingerire l'acqua per non prendere la dissenteria. Mi servii del cesso, notando che il rivestimento del bagno era in una ceramica tipica degli anni ottanta, alla fine mi aggirai per la camera finchè non trovai una pila di riviste di arredamento. Ne presi una e cominciai a sfogliarla. Poi nervosamente iniziai a pensare che potevo essere preda delle zanzare, nonostante, dopo uno sguardo accurato, non ne scorgessi alcuna.
Decisi, comunque, di aspergermi di Autan, onde evitare di contrarre la malaria. Ah! La malaria, mi stavo dimenticando di prendere le pastiglie giornaliere per la profilassi. Cercai con gli occhi una bottiglia d'acqua e ne scorsi una appoggiata su di un mobiletto a fianco alla porta. Era una bottiglia sigillata e mi fidai a berla.
Solo dopo aver preso la pastiglia mi sembrò di aver trovato un pò di pace.
Mi distesi nel letto, aggiustandomi intorno la zanzariera e cominciai a leggere, ma, poco dopo, pensai che avrei potuto avere caldo, nonostante la temperatura fosse fresca. Quindi decisi che dovevo aggiustare l'aria condizionata.
Dopo aver interpretato il telecomando del condizionatore, posizionai la temperatura a 22 gradi e mi risistemai a letto.
Riaprii la rivista e lessi un articolo. Da sopra alle lenzuola cominciai ad in filare un piede sotto, poi due, poi mi coprii integralmente.
Alla fine in camera c'era un freddo polare. Decisi di spengere l'aria condizionata.Mentre aspettavo che la temperatura risalisse lessi tutta la rivista. Alla fine mi si spensero gli occhi e cedetti ai richiami di morfeo.
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