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Parliamo di me di nome e di fatto Blogger: lucavirgili
Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 16:53
lunedì, 23 luglio 2007

Dopo aver fatto un giro del negozio, risalimmo nel fuoristrada ed uscimmo da Arusha.
Il traffico stradale si diradò in pochi minuti e, dalle strade bordeggiate da gruppi di uomini e donne affacendati in svariate occupazioni, velocemente passammo alla striscia d'asfalto libera. Anche la vegetazione cominciò a diradarsi e dal verde della boscaglia, passammo a territori brulli e apparentemente bruciati dal sole.

Verificammo che i nostri telefonini continuassero a funzionare e con un pò di disappunto notammo che il segnale era ovunque ben presente.
Si distruggeva parzialmente nelle nostre teste l'idea preconcetta della visita di una parte inesplorata del mondo, del resto anche nelle aree più povere la tecnologia avanza liberando i confini alla comunicazione di massa.

Lungo il tragitto di un centinaio di chilometri che andavamo percorrendomi venne da notare una particolarità: gli spazi enormi iniziavano a dilatarsi intorno a noi, con pochi ostacoli ottici: qualche collina faceva da confine ad un orizzonte sconfinato. Solo in Australia avevo avuto una sensazione simile e, comunque, diversa vista l'orografia del territorio.

Ogni tanto delle piccole mandrie di bovini, di piccola stazza e molto magri, guidati da giovanissimi mandriani, fiancheggiavano la strada, indirizzati verso chissà quali mete.

Dei villaggi di capanne, circondati da recinti d'acacia, punteggiavano la prateria, ricordando che, comunque, ci trovavamo in territorio selvaggio e ben poco antropizzato.

A sorpresa una giraffa attraversò la strada con la calma che le si competeva. Rallentammo per lasciarla passare. Non ci sembrò particolarmente spaventata e, con la nobiltà del suo incedere, ci degnò di un minimo sguardo, giusto per sottolineare che quegli spazi erano di sua spettanza e noi eravamo solo degli ospiti, chissà quanto graditi.

Prima di arrivare Yahaia, la nostra guida, ci volle mettere in guardia dalle mosche Tzè Tzè: nel parco dove eravamo diretti, il Tarangire, quegli insetti prolificano ed sarebbe stato meglio se avessimo tenuto le maniche delle camice ben abbottonate sui polsi e ci fossimo dati uno sguardo a vicenda per evitare che ci pungessero, onde evitare guai.
Immediatamente ci mettemmo in allarme.

Arrivammo quindi alla piazzola d'ingresso del parco, dove prima facemmo un pò di passi per sgranchirci le gambe, andammo alla toilette e, dopo essersi completamente aspersi di Autan, consumammo un frugale pasto.
Intorno a noi altre tre macchine di gruppi turistici erano in attesa dell'ingresso e tutti i turisti, di nazionalità variegate, stavano facendo pranzo.

Alla fine ci mettemmo in moto e, attraversato il posto di controllo, ci ritrovammo in una stretta strada bianca.
Campi di erboloni bruciati dal sole e acacie ci circondavano. Ogni tanto appariva un baobab maestoso. Chissà quanta storia e quanti piccoli ometti avevano visto passare dalle loro parti. Di certo non tanti quanti vi arrivano al giorno d'oggi.

Con curiosità cominciammo a chiedere a Yahaia quali animali avremmo potuto incontrare e lui si prodigò nella descrizione della fauna del parco.
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postato da lucavirgili alle ore 10:25
martedì, 17 luglio 2007

Saranno state le sette del mattino quando ci alzammo.
Era abbastanza freddo.
Lo ricordo nitidamente in quanto avevo dormito con due felpe addosso.
Guardai fuori dalla finestra: il sole forte offriva
un verde acceso ai campi circostanti.

Dopo le abluzioni del mattino, uscii fuori dalla capanna. Intorno già si muovevano diversi operai che curavano i giardini.
Alcune donne, con degli stivaloni di gomma, stavano accudendo i vialetti e gli uomini con delle carrette spostavano terriccio.
Tutti quanti, gentilmente, salutavano in inglese ed io cinguettai numerosi "goodmorning" a destra e a manca, prima di arrivare al locale ristorante.

Qui attesi l'arrivo del mio compagno di viaggio, che come al solito era abbastanza lento al mattino.

La colazione era tipicamente anglosassone ed io riuscii a consumare giusto un pò di caffè.
Invece il mio amico allungò le mani su tutto: bacon, salsicciotti dall'aria gustosa, ma del tutto indigeribili, per lo meno per il mio punto di vista, uova a gò gò, senza perdere di vista burro e marmellata.
Il tutto condito da mugugni di approvazione.

Annichilito da quello spettacolo, mi avviai di nuovo alla capanna, per chiudere la valigia. Saremmo ripartiti a breve da lì.
L'autista infatti giunse verso le otto e trenta e, dopo aver caricato i nostri bagagli nel fuoristrada, ci comandò la partenza per una nuova meta.

Mentre lasciavamo alle nostre spalle il Mont Meru che già aveva la corona di nubi che lo circondava, ci spiegò che saremmo andati a circa centocinquanta chilometri di distanza, meta un nuovo parco con una fauna diversa.

Tuttavia un dubbio mi assaliva:
dove aveva dormito la guida?

Era forse tornato ad Arusha? Del resto non era così distante. Ero curioso ma non volli chiederlo.

Facemmo la strada al ritroso, attraversando di nuovo la boscaglia con il verde acceso del fogliame che ci circondava, fino a giungere di nuovo ad Arusha.
Qui ci fermammo.
La guida ci fece vedere un negozio, una chiapparella per turisti, dove evidentemente aveva delle convenzioni. All'ingresso vi erano due uomini abbigliati con costumi tradizionali che facevano l'accoglienza cantando e suonando dei tamburi: il mio compagno non potè resistere e si sedette accanto a loro. in men che non si dica gli fu messo in testa una fascia con piuma e riempito di collane ed affidato un tamburo che lui cercò di suonare alla belle meglio, suscitando l'iralità di tutti i turisti che stavano entrando nel magazzino.

Dopo qualche minuto si accorse del ridicolo a cui si era sottoposto e si accomiatò con gentilezza, restituendo la fascia ed acquistando le collane.
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postato da lucavirgili alle ore 18:08
mercoledì, 04 luglio 2007

Verso l'imbrunire tornammo al lodge.
A quella latitudine il sole tramonta verso le sei del pomeriggio, quindi, quando arrivammo a destinazione fra l'ombra del Mont Meru, immediatamente sovrastante e il sole che svaniva all'orizzonte, ci trovammo, in men che non si dica, immersi nelle tenebre.

Per goderci lo spettacolo ci eravamo sistemati all'esterno, nonostante l'aria estremamente pungente. Per correggere la temperatura avevamo scoperto che potevamo bere vino.
All'inizio mi parve strano poterne disporre a quelle latitudini, poi facemmo la riflessione sulla penetrazione commerciale dei vini sudafricani che, evidentemente, avevano il predominio continentale.
Ci portarono un cabernet sauvignon, un pò troppo "speziato" per i miei gusti.

Ci rilassavamo quando giunsero alcuni turisti di lingua spagnola, sette o otto non di più, che si sistemarono poco più in là di dove eravamo noi: è buffo come gli uomini tendano ad avvicinarsi naturalmente quando sono in posizionati in grandi spazi, forse per una forma di paura atavica della solitudine.
Non socializzammo ma ci sentimmo tutti un pò meglio.

Appena il generatore elettrico fornì l'energia sufficiente ad accendere le poche lampadine ci trasferimmo all'interno dove, in una sala, scoppiettava un fuoco in un caminetto.
Al vertice del focolare vi era una testa di gnù a decorazione.
Se chiudevo gli occhi potevo anche immaginare qualche film in bianco e nero dedicato all'Africa coloniale. Tanto è vero che venimmo a scoprire che il lodge era molto antico e veramente era stato oggetto di location cinematografiche.

Cenammo nella zona ristorante e, verso le nove, eravamo già a letto. Era la prima notte africana vera tutto sommato, un pò come ci eravamo immaginati. L'unica cosa che che ci faceva senso era la temperatura veramente rigida che ci costringeva a stare molto coperti. Chi se lo aspettava di trovare il freddo in piena estate?
L'unica vera preoccupazione era di ricaricare le batterie delle nostre telecamere e macchine fotografiche e non solo, anche noi eravamo provati da quella giornata.

In una mezz'ora eravamo già addormentati.

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