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Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 16:38
lunedì, 19 giugno 2006

Nello stesso momento in cui stavo elaborando il fumetto, avevo, per altro, iniziato il tradizionale lavoro operettistico.

C’era stato un cambio generazionale nel gruppo dei Goliardi: alcuni dei miei collaboratori che avevano recitato e scritto con me i testi e le musiche dei lavori, dall’anno duemila fino a quel momento, si erano laureati e, come vuole la tradizione avevano cessato la loro partecipazione attiva lasciando spazio ai più giovani.

 

Mi ritrovavo, dunque, nella condizione di dover costruire un gruppo di lavoro nuovo. Crebbe la volontà di un giovanotto nuovo per l’ambiente goliardico, ma vecchia conoscenza per me, visto che proveniva dall’esperienza di scrittura della commedia del liceo classico. Questi creò un gruppo di appassionati e costruirono insieme un copione nuovo ed originale. Fu determinante, in quegli anni, il passaggio da una trama parodiata ad una originale, in quanto si protendeva ad un processo intellettuale di rinnovamento.

 

Anche il regime delle prove venne approfondito e per l’occasione provammo ad aggiungere, negli stessi locali, le prove dell’orchestra, affinchè il lavoro procedesse in maniera unita.

Dal gruppo, alcuni ragazzi giovanissimi portarono una notevole spinta artistica e, da loro, ricevetti una spinta in più per curare al meglio certi dettagli.

Camilla, la mia scenografa, vista l’ambientazione egiziana, mi preparò un progetto particolare dove andava a fondere l’esperienza che aveva fatto l’anno precedente con le grosse sculture in carta pesta con la possibilità di decorare a mano vaste superfici in polisterolo, offrendo così un’immagine che poco aveva da invidiare all’opera lirica. Grosse colonne in polisterolo tridimensionali avrebbero fatto da cornice ad un grosso trono che era sormontato da una enorme statua di Cleopatra, la cui faccia era in tutto e per tutto identica al ragazzo che avrebbe interpretato Cleopatra stessa.

 

In quei giorni l’amministrazione comunale aveva progettato di chiudere il Teatro dei Rinnovati, per lavori di ristrutturazione. Il progetto fu quindi pensato per l’altro teatro, splendido per altro, dell’Accademia dei Rozzi.

I due teatri sono decisamente diversi: il teatro dei Rozzi è uno spazio rinascimentale, creato per il lavoro teatrale di quei tempi. Anche se è stato ristrutturato recentemente, certi spazi architettonici non potevano essere variati, limitando, di fatto, l’azione dello scenografo.

Il teatro dei Rinnovati, che era andato ad occupare un vasto spazio consiliare dentro al palazzo comunale nel settecento, offre un palcoscenico decisamente più ampio e profondo, concedendo scelte scenografiche più libere.

C’era anche un fattore affettivo importante che mi faceva un certo effetto: tutta la mia carriera, fin da quando ero attor giovane, si era svolta là dentro dove avevo preso la mia passione ed i miei rudimenti.

Pensavo che avrei potuto incontrare  chissà quali difficoltà nell’altro teatro e trovavo la nuova soluzione disdicevole.

 

Invece, all’improvviso, la direttrice del teatro, che soffriva il terrore della devastazione dei locali nuovi, visto anche il ritardo dell’appalto dei lavori, decise di farci allestire l’Operetta nel teatro “vecchio” per l’ultima volta.

 

La notizia portò entusiasmo nelle file dei Goliardi. Evidentemente non vedevo solo io il cambiamento come una iattura.

Il Princeps, la scenografa ed io ci trovammo nella condizione di dover variare l’impianto scenografico all’improvviso, con pochi giorni a disposizione, per adattarlo alle diverse e più grandi dimensioni degli spazi recitativi.

Andammo a trovare diverse altezze per le colonne, per pareggiarle con l’arlecchino, mediante nuovi blocchi di polisterolo che posizionati centralmente avrebbero donato i centimetri mancanti.

Vennero aggiunte quattro colonne nuove per completare meglio lo spazio e comportarono uno sforzo economico pesante per il Princeps che aveva pensato a spese ben diverse.

La scenografa riuscì a decorare in tempi leciti le parti nuove.

La zona del trono venne ampliata e rialzata per dare  profondità ed il risultato fu ottimo.

La costumistica fu bene adeguata e, devo dire, fu bravo il giovanotto che vi si dedicò.

L’impatto ottico fu spettacolare per il pubblico e rese lo spettacolo maggiormente piacevole.

L’Operetta venne più che decorosa e fu prodroma dei cambiamenti successivi.

 

Il cambio di teatro ci sarebbe stato, inevitabilmente, l’anno successivo ma, di certo sarebbe stato un passaggio molto meno traumatico di come lo avevamo subito durante quell’annata. 
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postato da lucavirgili alle ore 11:43
giovedì, 23 marzo 2006

Nel frattempo era arrivato il capodanno più atteso.

La città venne aggredita per la prima volta da frotte di persone. Già dal mattino si vedevano circolare persone non di Siena.

Questo non è per noi un fenomeno sconosciuto: Siena è una città d’Arte con un turismo piuttosto forte. Ma vedere le masse fuori stagione fu un notevole colpo d’occhio.

 

 

Certamente fu un successo per i ristoratori che si trovarono i locali pieni, per gli alberghi e le strutture recettive, che, in quel momento apparentemente così promettente, iniziavano una profonda trasformazione verso il miglioramento delle strutture. Vi era alle porte anche l’ingresso dell’euro che sarebbe avvenuto l’anno successivo e le speranze di una congiuntura economica migliore rendevano credibili gli investimenti volti al turismo.

In breve non vi era soltanto un’euforia generica determinata dal cambiamento di secolo e di millennio, ma anche una forma di speranza verso il futuro non più tanto remoto degli anni duemila.

 

 

Nonostante la pressione di tanta gente, in Piazza del Campo tutto scorse liscio e la nostra festa all’interno dell’Accademia fu una gran bella festa, elegante, anche se la prestazione dei Camaleonti si rivelò un po’ fiacca a fronte delle richieste della gente, che avrebbero forse maggiormente gradito qualcosa di più commerciale e festereccio.

 

 

Verso la fine della serata volli provare un approccio con una donna.

Mi volevo mettere alla prova.

Erano trascorsi degli anni dalla mia ultima vicenda e mi volevo scuotere dalla castità forzata a cui mi ero sottoposto.

La donna che scelsi non era bella ed era di qualche anno più grande di me, ma, proprio per questo non mi impauriva.

Devo dire che la complicità di questo capodanno fece il resto e in men che meno ci ritrovammo avvinghiati presso il mio studio. Una volta dentro, però, a lei vennero dei dubbi perché avvertì inspiegabilmente una difficoltà determinata dalla differenza di età e chiedendomi di non prenderla in giro e di andare con le ragazze più giovani, se ne andò. Sparì nella nebbia del mattino che avanzava così come era apparsa.

Evidentemente aveva avuto delle delusioni anche lei e, in maniera misteriosa, ci eravamo avvicinati, annusati e ci eravamo riconosciuti senza bisogno delle parole.

Le persone ferite gravemente non producono ferite agli altri, sapendo quanto è dura la sofferenza.

 

 

Il Principe durante quella festa mi stette accanto tutta la sera.

Là socializzammo con tutti i dottori più vecchi e, questa serata divenne estremamente significativa successivamente, quando venne il tempo delle Feriae Matricularum e, di conseguenza, della messa in scena dell’Operetta.

In loro trovammo appoggio incontrastato sia in teatro che fuori.

 

 

E’ bello pensare che i Goliardi, nonostante vite diverse, idee spesso contrastanti, abbiano, a volte, la forza di avvertirsi come un corpo unico e di rispondere agli appuntamenti in maniera solidale.

 

 

 

 

 

 

 

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postato da lucavirgili alle ore 12:46
lunedì, 20 marzo 2006

Il 1999 significava principalmente la fine del secolo e del millennio.

In verità un terrore millenaristico si nascondeva tra le pieghe del normale pensare. Sarà stato per una forma di comunicazione generale mediante la quale si cercava un’assonanza con l’altra fine del millennio.

 

 

Ma l’unico serio pericolo di crash di tutto il mondo veniva indicato nel “Millennium bug”, una falla nei computer di tutto il mondo al cambio esatto della data.

Per mesi, tutti i giorni se ne sentivano ripetere i rischi in TV e, naturalmente su internet, che nel frattempo era diventato di gran lunga il mezzo di comunicazione di massa più diffuso nel mondo.

 

 

La gente cominciava ad organizzare la festa di capodanno già in estate.

Durante il viaggio in Australia con i miei compagni di viaggio ci eravamo dichiarato i nostri intenti in relazione a quella data fatidica.

Dissi loro che, visto che, siccome gran parte della mia vita l’avevo trascorsa tra i Goliardi, avrei voluto trascorrerlo assieme a quel gruppo.

Per l’appunto i Goliardi, vecchi e giovani, mummie e gli studenti di quell’annata, stavano mettendo su un Comitato organizzativo, teso a produrre eventi per il nuovo millennio.

Alla fine aderimmo tutti a tutte le iniziative che avevano pensato.

Principalmente stavano organizzando una festa all’interno dell’Accademia dei Rozzi. Per l’esattezza in platea.

Avevano prenotato i Camaleonti dopo milioni di discussioni su chi chiamare a suonare.

Si agitarono molto nel periodo estivo per cercare di organizzare tutto con precisione.

 

 

Bisogna aggiungere che il Comune di Siena, nel frattempo, si stava attrezzando per organizzare un concerto in Piazza del Campo con Gianni Morandi e la gente stava iniziando a preferire l’evento all’aperto rispetto a quello proposto da questi amici al chiuso.

Quindi tutti i loro propositi bellicosi di essere unici nell’organizzazione andarono scomparendo passo, passo che ci si avvicinava al periodo invernale.

 

 

Durante il Palio di luglio e di agosto venni contattato di nuovo per la TV per partecipare di nuovo al talk show. Questa volta non dovevo più presentare libri, ma fare l’opinionista.

La cosa mi riuscì abbastanza bene, soprattutto d’agosto, quando, a causa dell’ennesimo cavallo grigio toccato in sorte alla mia Contrada, mi lasciai andare ad uno sfogo di insoddisfazione particolare che raggiunse toni elevati.

Non voglio fare del razzismo equino: un grigio può tranquillamente galoppare di più di un baio e nella storia della Festa spesso hanno vinto dei grigi.

Il fatto è che per una venticinquina d’anni ci erano toccati quasi sempre dei grigi: pareva una maledizione. Evidentemente non pareva solo a me, visto il seguito che ebbi in quella esternazione.

Sta di fatto che la televisione lentamente stava prendendo piede all’interno delle mie attenzioni hobbistiche.

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postato da lucavirgili alle ore 11:59
mercoledì, 01 febbraio 2006

 

 

Avvertivo, in quel tempo, l’esigenza di produrre qualcosa di mio.

Mi venne in mente di provare a raccogliere i lavori che avevo prodotto nei dieci anni precedenti. Si trattò di un’esperienza completamente nuova.

Chiesi ad un amico che aveva appena avviato una casa editrice se avesse avuto piacere nel pubblicare le mie commedie. Mi disse subito di sì. Ci mettemmo d’accordo sulle modalità economiche del lavoro e iniziai a recuperare i miei copioni. Molti di essi erano scritti a macchina- all’epoca dei miei primi esperimenti non era comune l’uso del PC. Oggi ci può sembrare strano, ma appena venti anni fa tutto era molto diverso. Razzolando tra i miei cassetti recuperai anche gli appunti ed i primi testi completamente scritti a penna. Oggi la penna non la uso quasi più e, addirittura, mi fa abbastanza impressione tenerla in mano.

Dovetti far ribattere tutto al PC e trasformarlo in materiale elettronico. Nel frattempo preparai il mio primo sito in internet, che doveva servire per appoggiare il lancio del libro. Venivano rivolte speranze nella forma di pubblicizzazione virtuale che non trovavano nell’immediato l’approvazione dell’utenza, che era, tra l’altro, ancora molto bassa rispetto all’attuale.

Alla fine del mese di maggio fui in grado di presentare il libro, “Fresco, quattro commedie per grandi e cinque atti unici per bambini”, presso una sala di Palazzo Berlinghieri, un edificio posto in Piazza del Campo a fianco del Palazzo Comunale.

Avevo fatto richiesta di questo spazio pubblico all’allora sindaco, il quale vide bene di fornirmi la sala in concomitanza della presentazione di un’”opera d’arte”, detta “La Pera” di Cragg, uno scultore di fama internazionale. La scultura in questione, come viene descritta dal nome, era un’enorme serie di dischi sovrapposti che andava a formare una specie di pera. Questa mia è una versione eufemistica di quella forma. I Senesi ebbero ben altre parole per definirla, in maniera caustica.

Venne presentata in Piazza S.Agostino e, la sua apposizione, trovò una feroce contestazione da parte della cittadinanza.

La trovavano deturpante dell’estetica di quella parte della città.

La pera fu poi acquistata e posta nei giardini del Collegio Tolomei, fuori della portata della fruibilità quotidiana.

 

 

Praticamente la mia presentazione servì a quel sindaco per distogliere un po’ di attenzioni dalla contestazione.

 

 

In ogni caso l’evento venne bene.

Venni introdotto da Maria Grazia, la intelligente donna che mi aveva lanciato come autore agli inizi degli anni novanta e da tutti gli altri dirigenti della mia Contrada che, durante il loro mandato, avevano sponsorizzato i miei spettacoli.

 

 

La parte pubblica mi aveva fornito il Direttore del Museo Civico, al posto dell’Assessore alla Cultura che, evidentemente, era impegnato alla difesa della Pera. Non ci fu affatto da lamentarsi delle sue parole che furono di estremo elogio del mio operato. Mi paragonò, per l’occasione, agli scrittori accademici dei Rozzi, antesignani del teatro moderno e questo mi inorgoglì molto.

Chiusi personalmente la discussione affermando che se avessero continuato a parlare così bene di me avrei trovato anche moglie.

Trovai una risata generale sdrammatizzante e mandai tutti al cocktail party che avevo organizzato a seguire.

 

 

Il libro mi fu diffuso nei giorni immediatamente successivi da tutte le librerie senesi e terminò abbastanza velocemente.

Ne tenni da parte un centinaio di copie per i miei regali personali.

E’ abbastanza buffa, a distanza di anni, la copertina.

Avevo scelto una mia fotografia da bambino, con i pantaloncini corti, mentre vado sintonizzare un canale del televisore di casa, un vecchio Brionvega col trasformatore, risalente agli anni sessanta.

 

 

La foto divenne prodroma degli eventi successivi.
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postato da lucavirgili alle ore 11:40
venerdì, 23 dicembre 2005

 

 

Nel 1994 ebbi modo di conoscere anche un giovane liceale: Duccio.

Duccio è un nome tipico senese. Si ispira al grande pittore della scuola del tredicesimo secolo che ha reso famosa la città di Siena nel mondo.

Coloro che hanno quel nome, portano insieme anche una certa fierezza inconscia, che deriva dall’importanza del predecessore. E’ un po’ come chiamarsi, che ne so, Giulio Cesare.

Ecco Duccio, è un giovane molto senese nelle proprie espressioni ed è stato educato con il massimo della responsabilità nei confronti delle nostre più o meno antiche tradizioni.

Questo tipo di educazione è una cosa comune a tanti giovani senesi, prima era nel comune uso di tutti, addirittura.

In quel momento era uno strenuo difensore delle tradizioni del Liceo Classico da me precedentemente frequentato.

Era nel Comitato organizzatore delle attività ludiche e, tra le proprie manifestazioni, come ho già spiegato in precedenza, vi era l’organizzazione della Commedia.

Devo dire, per onestà, che il giovanotto prestava maggiore volontà nella difesa civica delle tradizioni, piuttosto che negli studi. 

Come dicono generalmente i professori al colloquio con i genitori: il ragazzo è intelligente ma non si applica.

D'altronde anche io non ero stato esattamente uno studente provetto ai miei tempi e, soprattutto, avevo avvertito le stesse passioni, quindi lo capivo.

 

 

Con i suoi colleghi, si presentarono da me in gruppo, in autunno ormai avanzato, con la speranza di potercela fare ad organizzare lo spettacolo. Mi feci raccontare quello che avevano pensato in merito ma mi parvero un po’ fumosi e con le idee poco chiare. Soprattutto erano molto distanti dal poter scrivere il copione.

Lo dissi e gran parte di loro si scoraggiarono.

Solo questo giovane virgulto, Duccio, dava segni d’interesse. Mi spinse, nonostante la mia riluttanza al lavoro teatrale, ad aiutarlo nel trovare la traccia narrativa.

 

 

Naturalmente lo traviai.

Lo trascinavo di sera, dopo cena, nei locali allora di moda.

Il Caffè del Corso era la novità. Era appena stato ristrutturato il vecchio bar Notturno e nella zona dove vi erano i biliardi avevano creato una sala da tè, carina, dove le ragazze, le studentesse, andavano volentieri a trascorrere momenti di libertà.

Mi parve il locale perfetto per me, novello Lucignolo e per il ragazzo.

Al posto del tè, però, noi sorseggiavamo delle grappe, come quasi potesse, quel potente veleno, ispirarci nella vena artistica.

Sta di fatto che in un po’ di appuntamenti il canovaccio apparve.

Era venuta fuori la parodia di un dramma classico, con un’intelaiatura thriller. Sostanzialmente avrebbe dovuto far ridere.

Purtroppo il tempo per realizzarla quell’anno non vi fu e quel lavoro fu rimandato al successivo.

 

 

Duccio non mi ha più abbandonato negli anni a venire e con lui ho condiviso tanti spettacoli.

Divertendomi.

E’ un bravo ragazzo.
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