Andammo a mangiare presso un ristorante in centro.
Qui affrontai di nuovo l’argomento e le chiesi perché avesse deciso così. La discussione che ne sorse fu priva di acredine e, da parte sua, molto diversa dall’atteggiamento aggressivo della sera precedente.
Mi disse che la sua vita era cambiata, che non poteva pensare di avere qualcuno in Italia mentre lei viveva all’estero. Le ribattevo che secondo me era possibile tutto e che bastava volerlo per renderlo realizzabile.
Poi arrivò al clou della discussione e disse che non mi amava più. Da quando? Mi stordiva il fatto che, fino a qualche giorno prima, era un continuo di telefonate e messaggi e-mail a giornata.
Mi disse che aveva maturato questo concetto già da quando era tornata per le vacanze natalizie.
Le chiesi perché non mi avesse detto questo in Italia. Affermò che a un certo punto il suo sentimento era svanito all’improvviso.
Le domandai di nuovo perché non me lo avesse detto per tempo, perché avesse continuato a volermi vedere, a parlarmi quando ero lontano.
Disse che se me lo avesse detto le sarei sfuggito per sempre.
Che senso aveva? Cosa caspita mi stava dicendo?
Mi arresi all’evidenza dei fatti e iniziai a sperare di poter trascorrere velocemente quelle giornate.
Mi era anche passata la voglia di fare l’amore con lei.
Tornammo a casa sua e andammo a dormire. Le dissi che avrei trascorso quei giorni organizzando delle gite. Lei aggiunse che nel fine settimana avremmo potuto andare insieme a visitare Francoforte che era là vicino. Era una buona escursione e l’accettai.
In buon accordo le proposi di fare la sua vita come se io non vi fossi.
Nei giorni seguenti mi gestii le uscite andando in giro per la città, visitando tutta la parte antica, la cattedrale, l’università, il castello. Fui anche fortunato mi trovai immerso in una festa di carnevale cittadino, in perfetto stile tedesco, con wurstel, crauti e tanta birra. Fu abbastanza divertente, naturalmente per quanto una persona triste e sola potesse accedere alla gioia carnevalesca.
Nel tempo che trascorrevo in casa continuavo a leggere a ritmi spaventosi e così i minuti, le ore, le giornate passarono relativamente in maniera veloce.
Una sera lei rimase a cena fuori con i suoi amici-colleghi ed io mi comprai una serie di formaggi e del vino francese. Bevvi un po’ e me ne andai a letto.
Quando lei tornò mi parve abbastanza ubriaca. L’aiutai ad andare a letto. Una volta sotto le coperte mi iniziò a baciare. La lasciai fare e, nonostante i miei propositi, facemmo l’amore.
Al mattino avevo dei rimorsi di coscienza. Mi alzai presto prima che lei andasse al lavoro: ero arrabbiato con me stesso perché avevo lasciato il sopravvento ai miei sensi. Non lo avrei più dovuto fare. Che uomo ero alla fine?
Preparai la colazione per entrambi e tornai a letto riaddormentandomi.
Non mi accorsi quando lei se ne andò a lavorare. La sera al suo ritorno volle baciarmi per ringraziarmi della colazione del mattino.
La mattina successiva mi svegliò con un bacio e mi chiese di non andarmene.
Se ne andò a lavoro, mi consegnò un mazzo di chiavi e mi disse di andarmene in giro a vedere la città.
Sarebbe rientrata verso le sei.
Seguii il suo consiglio, mi vestii e me ne andai in giro. Era una bella giornata, straordinariamente, per la stagione corrente. L’aria era fresca e pungente. Mi avviai all’esplorazione. Passo, passo arrivai nella parte storica. L’architettura era tipicamente nordica e rinascimentale, dominata da una castello posto in posizione rialzata. Respiravo a pieni polmoni l’aria fresca e pungente. Sarebbe stato possibile essere felici se mi fossi dimenticato ciò che aveva detto la sera precedente. Dovevo ragionare fra me e me cosa avrei dovuto fare, come mi sarei dovuto comportare.
L’amarezza della sera precedente era viva. La delusione era cocente e, a questo punto, si andava a sommare con tutto quanto avevo vissuto fino a quel momento.
All’improvviso mi parve di aver sostenuto uno sforzo titanico per sostenere una relazione impossibile. Mi ero sbagliato e, ancora in quel momento, non sapevo come giudicare lei. Ero in via di schiarimento mentale.
Feci pranzo da solo in un piccolo ristorante.
Qui decisi che la sera le avrei parlato.
All’uscita camminai per un po’. Intorno a me c’erano diversi giovani abbigliati in stile hip hop. Erano divertenti, un po’ bracaloni, ma divertenti. Non dovevo più pensare per cercare di vivere bene quelle giornate. Alla fine mi risultò stancante girellare così senza una meta e tornai al suo appartamento.
Iniziai a leggere Elianto di Stefano Benni in attesa del suo ritorno. Volli lasciarmi prendere dal libro. Mi serviva per non farmi travolgere dalla rabbia. Mi concentrai nella lettura e lasciai che il tempo passasse.
Lei tornò. Era sorridente ed allegra. Apparentemente era felice di avermi fra i piedi. La accolsi bene, ma le confessai che avremmo dovuto parlare.
Le chiesi se fosse il caso che io rimanessi con lei. Mi disse di sì. Anche lei evidentemente aveva riflettuto sul caso. Aggiunsi, allora, che avremmo dovuto cercare di vivere quelle giornate senza darci fastidio: l’avrei aiutata nella vita quotidiana ed avrei atteso il giorno della mia partenza. Dopo di che la nostra storia sarebbe terminata.
Seguì una pausa silenziosa. Poi annuì e ricominciò a sorridere ed a raccontarmi il suo tran tran quotidiano.
Uscimmo insieme per bere una birra.
Mi prese a braccetto come agli inizi della nostra relazione e, chiacchierando allegramente, mi condusse presso una birreria. Era fumosa ed affollata. Erano le sei del pomeriggio. Mi ordinò una birra gigantesca, una weiss. Era buona, poco gassata e sortì in entrambi un effetto positivo. In me smorzò l’infelicità del momento. Ricominciammo a guardarci come due fidanzatini. Attesi di uscire da quel locale per avere l’opportunità di abbracciarla e baciarla.
Ero sempre innamorato, purtroppo.Le andai incontro sorridente.
Ma man mano che mi avvicinavo non vedevo scorgere alcun sorriso nel suo volto.
Mi aspettavo che mi salutasse con affetto, come un fidanzato atteso. Invece in maniera un po’ brutale e del tutto inaspettata mi chiese:” Cosa sei venuto a fare?”
Non riuscivo a capire.
Per il tragitto che ci distanziava dal suo alloggio avemmo un colloquio che ebbe poco dell’amichevole o appartenente alla sfera dell’amore. L’entusiasmo determinato dall’attesa dell’incontro e del viaggio portato a buon fine svanì velocemente.
Le chiesi se volesse che me ne andassi. Del resto avevo preparato un piano alternativo e, per attuarlo, non mi restava altro che attendere il giorno successivo, per prenotare un giro della Germania.
Disse che sarebbe stata la cosa migliore. In ogni caso quella notte mi avrebbe ospitato in casa sua.
Mi fece entrare. Mi aveva descritto nei giorni precedenti l’appartamento. Si trattava di un monolocale di una quarantina di metri, dove entrando si aveva un corridoio d’ingresso con, alla sinistra, il bagno e più in avanti un slargo con un punto cottura illuminato da una finestra stretta. A destra vi era una camera da letto, abbastanza grande praticamente ancora abbastanza vuota. Il letto era posto sul lato destro entrando e un armadio campeggiava sul lato adiacente. Sul lato lungo delle ampie finestre riparate da tende sotto alle quali, quasi pensato come collegamento con il mondo esterno vi era un telefono, appoggiato a terra.
Ero stanco, praticamente, di tutto. Avevo lo stomaco sottosopra dall’amarezza del momento. Educatamente chiesi se avessi potuto utilizzare il bagno. Mi si rivoltò un’altra volta, a questo punto sbandierando che non potevo fare di casa sua quello che volevo. A questo punto le chiesi di poter andare in albergo.
Cessò improvvisamente di scatenarsi. Mi disse che non ci sarebbero stati problemi in merito. Andai in bagno, feci una doccia. Quando uscii mi aveva preparato da mangiare. Non riuscivo a capirla. Aveva un tavolo nel punto cottura che era incernierato nel muro, vista la ristrettezza del locale. Tirai fuori la moka dalla valigia e la appoggiai la sopra, non per cercare di comprare la mia notte, ma per toglierla dalla valigia: mi sarebbe stata un peso inutile nel seguito del viaggio che avrei dovuto affrontare. Le avevo portato su sua richiesta anche dei libri, dei romanzi. Quelli non li tirai fuori, mi sarebbero stati utili per lenire la solitudine dei giorni a venire.
Mentre consumavo il pasto, mi subissò di domande. Ebbi la sensazione che soffrisse di nostalgia della sua città. Le raccontai comunque tutto ciò che volle sapere. Le chiesi dove dovessi dormire, vista la situazione, a dir poco paradossale. Caspita, avevo fatto il militare: potevo dormire a terra senza problemi. Oltretutto vi era una comoda, se pur poco igienica, moquette.
Volle che dormissi con lei.
Riattaccò tutta la discussione precedente, le dissi che mi sarei organizzato in ogni caso e, molto amareggiato, mi voltai di lato e cercai di prendere sonno.
Dopo un po’ di tempo in silenzio, mi girò e mi baciò, con grande intensità, come aveva sempre fatto in precedenza. Non parlammo. La lasciai fare.
Mi volle togliere una maglia che indossavo e prese a baciarmi sul collo, sul petto. Dentro di me si accese la passione, la sollevai e facemmo l’amore.
Pensai che fosse una sua forma di saluto.Avevo perduto la tranquillità, oltre che il cervello.
Ogni giorno mi rendevo sempre più conto che lei rigettava l’idea di sistemare la propria situazione.
Inoltre avevamo perduto la coscienza della segretezza troppe volte e la voce di una nostra relazione si stava spargendo nel giro delle persone che frequentavamo.
Nel mese di novembre, mentre stavamo rarefacendo i nostri incontri, il suo fidanzato venne a conoscenza del misfatto.
Glielo dissero nostri amici comuni ad una cena.
Non saprei dirvi come abbia potuto reagire in quella occasione, di certo so che il giorno successivo interrogò lei che naturalmente negò ogni contatto con me. Questa avrebbe potuto essere per me la molla per cessare di volerla incontrare. D'altronde era evidente che lei voleva rimanere con lui o, quanto meno, non riusciva a cessare la propria relazione.
Mi chiamò all’improvviso, di pomeriggio, per avvertirmi che lui aveva perduto la testa, che sarebbe venuto in ufficio da me armato, che mi avrebbe voluto uccidere. Era allucinata.
Cercai di tranquillizzarla. Le chiesi cosa le aveva detto e m’implorò di negare ogni nostra relazione, per evitare che lui commettesse una qualsivoglia stupidaggine.
Non potevo credere che un ragazzo intelligente, di ottima famiglia come lui, potesse aver perduto la luminaria a tal punto da commettere un reato.
Così una volta mollato il telefono mi misi a pensare cosa avrei potuto dirgli nel caso fosse venuto.
Valutai se dire la verità: “sì ho avuto una relazione con la tua ragazza. E’ accaduto e basta. Non ci abbiamo potuto fare niente. Però alla fine lei non ha voluto me e ti ha preferito”…Poteva essere la soluzione.
All’improvviso giunse al mio ufficio.
Era abbigliato teatralmente da cattivo. Secondo me, non essendolo, deve aver pensato di volergli quanto meno assomigliare. Aveva quindi una coppola in testa, una giacca di stoffa verde addosso ed una busta di plastica in mano.
Chiuse la porta dell’ufficio alle sue spalle, mi guardò con gli occhi pieni di rabbia e tirò fuori dal sacchetto un accettino.
Sì, una piccola accetta, sapete una di quelle che servono per i giardini.
Mentre lo brandiva mi chiedeva con fare concitato che relazione avessi io con la sua ragazza, minacciandomi di uccidermi.
Da dietro alla mia scrivania, cercavo di tranquillizzarlo. Gli dicevo:” Ma cosa fai?…Sei impazzito?…Dimmi cosa vuoi?”
Fu costretto a cessare di minacciarmi per spiegarmi che gli avevano detto che io avrei frequentato la sua donna. O quanto meno lo avrei detto in giro.
Decisi di negare tutto. Risposi che io non ero a conoscenza di quanto diceva. Lo rassicurai.
All’improvviso, come era entrato se ne andò, dicendo che avrei dovuto dire a chi andava dicendo della mia eventuale relazione che era tutta una cazzata, pena una sua nuova visita dove però mi avrebbe ucciso.
La ragazza aveva aggirato il problema, mi aveva reso colpevole di millantato credito nei suoi confronti.
Questo mi aveva salvato la vita da un attacco di follia, ma mi bruciava dentro.
La chiamai. Le raccontai tutta la situazione e le dissi che me la ero cavata ma che non accettavo una situazione di quella portata.
Non c’era da scherzare: questo era arrivato nel mio luogo di lavoro, armato e aveva fatto quello che aveva fatto. Per quello che aveva detto, sarebbe anche potuto tornare nei giorni successivi.
Mi riservai di poterlo denunciare.
La sera cenai con un amico avvocato e cercai di rassicurarmi sulla mia posizione.
Lui invece tornò dai suoi amici e rivelò loro cosa aveva fatto. Questi, al mattino successivo, iniziarono a telefonarmi per chiedermi cosa fosse accaduto.
Per loro quella vicenda aveva molti riflessi. In primis li aveva messi in una situazione di colpa per aver detto qualcosa che avrebbero potuto tenersi dentro ed evitare un comportamento così folle del loro amico. Inoltre erano nella posizione di dover mediare una situazione difficile fra me e lui.
Il giorno successivo anche la ragazza era venuta da me per perorare la causa del suo fidanzato.
Le spiegai che non gli avrei permesso di tornare di nuovo da me, che mi sarei riservato di attivare le forze pubbliche in qualsiasi momento lo avessi ritenuto necessario per tutelare la mia sicurezza.