Un racconto a parte va a cadere sull’animazione.
Come ho detto precedentemente nella parte “vestita”, durante il pomeriggio passavano le animatrici che richiamavano verso il volley od il tennis. Invece nella parte “nudista” venivano organizati giochi di gruppo molto più spinti. Si trattava quasi sempre di attorcigliamenti di persone in maniera tale da arrivare ad una meta. Ne vidi uno che ricordava quel gioco che si fa con quei tappeti con i cerchi colorati, dove occorre porre esattamente mani e piedi, in maniera tale da formare una specie di montagna umana. Il tutto per raggiungere e bere un bicchiere di rum.
Lo stesso avveniva nelle organizzazioni delle cene.
Una volta a settimana l’organizzazione organizzava una cena dedicata all’antica Roma. Qui gli ospiti si sbizzarrivano a fare toghe improbabili, il più delle volte solo annodate sulle spalle e, logicamente, senza niente sotto.
In questa occasione, nel dopo cena, veniva organizzata dall’animazione una gara di orgia finta su due file, dove l’obbiettivo era di comporre una sequenza uomo donna senza soluzione in trenta secondi. Sulla chiamata delle animatrici, i volontari si sprecarono e raggiunsero la pedana del ristorante. Qui vennero suddivisi in squadre e fu dato il via. Fu subito evidente che la difficoltà dei partecipanti era quella di trovare una collocazione logica e che visto il numero non pari di uomini e di donne nella fretta faceva sì che vi fossero combinazioni omologhe. A questo punto interveniva la presentatrice al microfono che andava a sottolineare l’errore e faceva ripartire da capo la composizione.
Al termine dei trenta secondi vinceva la squadra che aveva organizzato il maggior numero di partecipanti nella giusta composizione.
Giuro che questo gioco mi fece ridere a crepapelle.
Alla fine del periodo di permanenza ero sazio di tutto questo spettacolo e non vedevo l’ora di tornare a Cuba.
Avevo capito che, nonostante ogni genere di preparazione intellettuale alla libertà comportamentale e sessuale, di derivazione Goliardica, io non ero adatto a quel tipo di situazione.
O, altrimenti, in quel momento non ero così libero nella mente a tal punto da rigettare ogni concetto diverso dalla normalità.
All’imbarco aereo mi venne in mente che della Jamaica, alla fine, non avevo visto niente, al dilà della bellezza della costa che avevo frequentato e quella che avevo visto nel tragitto per andare e tornare dall’aeroporto al villaggio.
Non era stato un gran viaggio dunque.
Non avevo visto Kingstone, la capitale, che mi veniva descritta come città pericolosa per i bianchi, ma ero stato a Caracas che lo era certamente di più, quindi non mi avrebbe spaventato troppo visitarla. Non avevo visto nessun concerto reggae e questo mi mancava ancor di più, visto che da ragazzo, nei locali da ballo che frequentavo, andavano di moda le canzoni di Bob Marley: Jamming, No woman no cry, etc.etc. Mi sarebbe piaciuto quindi vedere qualcosa di quel genere musicale nel luogo di origine.
Alla fine comprammo, al duty freee, delle bottiglie di rum locale da portare in Italia come unico feticcio del posto.
Volando provai a fare mente locale su ciò che avevo visto e a tradurla in qualcosa di positivo, però non ci riuscivo, neanche sforzandomi.
All’atterraggio andammo a prendere i bagagli per poi fare tutte le procedure doganali.
Vedevo che intorno ai nostri bagagli vi erano un paio di cani, ma non vi feci caso, visto che già appena arrivati avevamo visto questo nuovo schieramento messo su dalla politica di lotta al narcotraffico di Fidel.
Appena arrivati alla dogana, i miei due compagni passarono tranquillamente, invece io venni fatto accomodare in un ufficio della polizia.
Immediatamente venni colto dall’agitazione. Cosa volevano da me? Sperai in un normale controllo di routine a quel punto e aspettati per capire. Poi mi tornarono in mente i cani e pensai che l’imbecille del mio compagno di viaggio avesse occultato della droga nella mia valigia. Pensai al peggio e, se fosse stato così e fossi stato costretto a passare un guaio nelle prigioni cubane senza colpa, pensai che, se fossi sopravvissuto, all’eventuale mio ritorno in Italia, lo avrei cercato e strozzato con le mie mani.
I poliziotti vollero aprire i miei bagagli e mi bersagliarono di domande inerenti al mio soggiorno. Vollero sapere in quale albergo avrei alloggiato, per quanto tempo sarei rimasto, quali sarebbero stati i miei intenti di viaggio.
Nelle mie valige non trovarono niente. Tirai un sospiro di sollievo. Alla fine ero forse stato precipitoso nell’accusare il mio compagno di viaggio.
Non contenti di aver controllato le mie valige, rimasero incuriositi dalle mie scarpe. Erano un paio di scarpe nere stringate all’inglese. Niente di speciale, alla fine sembravano scarpe da cassamortaro o della divisa dei Carabinieri, niente di più. Me le fecero togliere e me le riportarono dopo un quarto d’ora, completamente integre. Pensai che era stato solo un controllo di routine, o, in alternativa, il cazzone del mio compagno a forza di canne avesse imporrato di odore i miei vestiti che avevo tenuto nella valigia aperta.
Gli agetni si scusarono per il mio tempo perso, mi augurarono un buon soggiorno e si accomiatarono lasciandomi passare la dogana liberamente.
All’esterno ritrovai gli altri.
Offesi a morte il cazzone dandogli la colpa dell’avvenuto e lo costrinsi a pagarmi la cena per farsi perdonare.
Circa dieci giorni dopo ebbi una critica feroce da parte di un ragazzo che mi accusava di non averlo volontariamente inserito nel corpo delle immagini. Il tutto avveniva durante i festeggiamenti notturni. Ad un certo punto, probabilmente ottenebrato dall’alcool e colto da un attacco, a mio parere immotivato d’ira, mi scaglio contro una sedia dei tavoli della cena permanente.
Venni immediatamente difeso da tutti ma il fatto mi provocò una riflessione: forse la mia esposizione pubblica era diventata eccessiva e poteva essere cosa migliore se per un certo lasso di tempo avessi mollato l’ambiente.
Erano, praticamente, due anni che non cedevo mai tra uno spettacolo ed un altro.
Volevo ricordare, visto che non ho raccontato nei dettagli, ma ne ho parlato in precedenza, ogni due anni ho scritto e diretto anche uno spettacolo per bambini e, durante questa annata mi era toccato anche quello.
Ero, inoltre, preoccupato per il mio risultato nell’organizzazione dei Festeggiamenti della Vittoria finali visto che ero stato inserito anche in quella Commissione, a causa dell’esperienza di due anni prima.
Mi pareva quindi giusto un breve distacco di rigenerazione intellettuale.
Così, con il mio compagno di viaggio tradizionale ed un altro, che era stato con noi alla metà degli anni novanta, ci organizzammo ed in una settimana eravamo già in grado di partire per una vacanza.
La decisione della meta la lasciai a loro: mi fidai ciecamente della loro iniziativa.
Partimmo di notte.
Avevamo l’aereo a Milano, a Malpensa.
La meta iniziale era Cuba.
Poi ci saremmo trasferiti in un villaggio in Jamaica ed avremmo concluso con una settimana di nuovo a Cuba.
La notte la passammo in bianco, dapprima nel trasferimento e, successivamente, in attesa del volo che era al mattino verso le otto.
Quando arrivammo eravamo stremati. Ricordo di essere salito sull’aereo e di aver chiuso gli occhi immediatamente. Quando li riaprii eravamo arrivati all’Avana.
Mai mi era capitato di affrontare un viaggio aereo con una dormita di tali proporzioni.
Quando arrivammo ebbi a notare una pressione nuova nei controlli della polizia aeroportuale. Pensai che fosse dovuto agli attentati del 2001. Invece ci spiegò un taxista che si trattava di un giro di vite che Fidel aveva dato nel controllo delle attività dei narcotrafficanti.
Alloggiammo presso il nostro tradizionale albergo, dove addirittura, appena giunti venimmo riconosciuti alla reception ed accolti con un certo affetto. Mi fece piacere.
Visto che avevamo dormito in aereo, ci proiettammo in piscina immediatamente ed iniziammo la giornata godendo immediatamente del bel sole cubano.
La sera cenammo in un locale tipico dell’Avana Vieja e, poi andammo alla ricerca di un locale notturno dove trascorrere quella serata.
A caso ci fermammo in un ambiente all’aperto, dove vi sarebbe svolto un concerto di un gruppo di musica moderna cubana. Ci fermammo e prendemmo un tavolo.
Qui, in attesa dell’inizio, facemmo conoscenza con una coppia di fratelli, per l’esattezza fratello e sorella, che ci descrissero il gruppo come famosissimo in quel periodo. Eravamo stati evidentemente molto fortunati, visto che il giorno successivo ci saremmo trasferiti in Jamaica.
In effetti la serata fu splendida.
Il tutto iniziò con l’innamoramento istantaneo da parte di uno dei miei compagni di viaggio nei confronti della sorella.
Cominciò col dirci che era tanto bellina, poi, mentre noi discutevamo col fratello, iniziò un corteggiamento serrato: le comprò anche un CD del gruppo che stava per esibirsi.
Lei lo ringraziò e poi, iniziata la musica, dapprima si perse all’interno della frotta disumana di gente che si era scaldata al volo sulle prime note, poi tornò cercò di farlo ballare. Lui che non si sentiva in grado, indicò me e mi lasciai travolgere dalle danze.
Alla fine della serata ero tutto sudato e molto divertito.
Salutammo i fratelli ed uscimmo alla ricerca di un taxi.
Fuori dal locale incontrai una vecchia amica, addirittura del primo viaggio a Cuba. Mi fece impressione che si ricordasse di me. Mi salutò con affetto e mi propose di incontraci di nuovo. Le spiegai che ero in partenza per la Jamaica, ma che sarei tornato la settimana successiva. Mi promise di chiamarmi al rientro.
Nel frattempo l’innamorato, non corrisposto, era stato colto da una certa malinconia.Man di mano che passavano i giorni più che si faceva chiara l’indagine: i colpevoli erano indicati in un network del terrore. Al Quaeda era il nome.
Mi risultava totalmente sconosciuto.
Avrei voluto sapere se qualcuno dei morti nelle torri avesse avuto una qualsiasi informazione sulla presenza nel mondo di tale gruppo eversivo.
Erano morti senza sapere perché.
In altre epoche gli esseri umani si sarebbero posti quanto meno il dubbio se dare una spiegazione divina allo strazio. In questo caso non si riusciva a capire neppure quali fossero le motivazioni degli attentati.
Iniziarono ad uscire informazioni su questa Al Quaeda. Avevano campi d’addestramento in diversi luoghi del mondo. Inizialmente apparivano basati in Sudan dove avevano partecipato alla guerra civile, poi si venne a scoprire che avevano partecipato sia alla guerra in Bosnia, sia a quella cecena. Di certo erano stati segnalati come responsabili di un attacco ad una nave delle marina militare americana ed ad una ambasciata in africa, nonché di una serie di attentati nelle Filippine.
L’allora amministrazione democratica presieduta dal presidente Clinton fece bombardare delle basi in Afghanistan, con la speranza di colpire i responsabili di quegli attentati e di risolvere così il problema.
Invece il problema non era stato risolto.
L’Afghanistan veniva indicato come base strategica dei terroristi in accordo con il governo Taliban e, per questo, quel paese cominciò ad essere additato fra i sicuri responsabili degli attentati alle torri. Finalmente si era trovato un paese con cui fare una guerra convenzionale, dove vi era una forte concentrazione di terroristi, armati come un esercito. Le immagini televisive dei campi d’addestramento paramilitare davano quanto meno la sensazione di trovarsi di fronte a truppe d’assalto specializzate.
L’Afghanistan non tornava di moda dall’invasione russa.
Lì era crollata la potenza militare dell’URSS, con l’aiuto americano e lì si erano formati i signori della guerra che vantavano diritti politici su quel paese.
Un paese povero, immerso in una cultura antica, che mi pareva addirittura ellenistica, se guardavo i copri capi delle milizie mostrate in televisione che sembravano gli stessi dell’esercito di Alessandro Magno.
Perché i terroristi avevano fatto base proprio là? Per lo stato di guerra permanente che c’era in quell’area? Oppure per sfruttare una popolazione alla fame che, pochi giorni prima, aveva trovato il coraggio di sparare delle cannonate ai propri più importanti monumenti. Era un grido d’aiuto ad un mondo totalmente disinteressato alle sorti di quell’angolo di terra.
Così vidi scoppiare un’altra guerra.
Ancora le immagini di tutti i telegiornali che facevano vedere gli attacchi aerei prendevano la totalità delle informazioni. Ancora il crudo spettacolo della guerra ci veniva presentato, fino all’ossessione, quasi dovesse apparire come una nemesi orribile contro chi era stato colpevole e a monito di tutti coloro che avessero in mente di ripetere gli scempi di New York.
Mi sentivo sempre più costernato.
L’economia della terra si restrinse in un baleno. Il mondo globalizzato aveva reagito come da terroristiche previsioni e tardava a dare segni di vita.
La violenza imperversava ed il frastuono delle bombe era giunto fino da noi, nel vecchio continente, dove gli affari ed il movimento delle genti non esisteva più, spaventato anche dal volare da un paese all’altro.
In settembre, l’undici, dopo pranzo stavo organizzando il lavoro delle prove che, di lì a poco, avrei iniziato. Mi trovavo in camera mia alla scrivania immerso negli appunti, quando mia madre mi comunica che alla televisione sta accadendo qualcosa di impressionante. Le domando su quale canale e mi dice su tutti i canali.
Un aereo si era schiantato su una delle torri gemelle, le Twin Towers.
C’ero stato, due anni prima, durante il mio viaggio negli Stati Uniti e ne avevo un ricordo vivido. Mi parve un incidente di enormi proporzioni: forse nel cinema mi era capitato di veder immaginata una cosa del genere e mai mi sarei aspettato di vederlo concretamente. Certo che, atterrando a Hong Kong, mi era venuto in mente che potesse avvenire, ma giusto là e non certo a New York, visto dove era posizionato l’aeroporto.
Così mentre le voci concitate dei commentatori raccontavano le immagini d’incendio, si fa largo un secondo aereo ed andò a colpire l’altra torre.
Cosa stava accadendo?
Immediatamente cominciò a farsi limpida l’idea di un attentato terroristico.
Non poteva accadere un incidente due volte di seguito!
Le notizie cominciarono a diventare sempre più pressanti e, mentre le immagini mostravano le colonne di fumo che salivano sempre più cupe dalle fratture create negli edifici, si raccontava di un terzo aereo che si era abbattuto sul Pentagono ed un altro, caduto, dove i dirottatori erano stati combattuti dai passeggeri in volo, probabilmente indirizzato verso la Casa Bianca.
Immediatamente mi tornò a memoria il 1993 e il tentativo di far saltare le Twin Towers minando le fondamenta. Erano l’evidente obbiettivo commerciale da devastare e distruggere. Chi stava attuando il piano aveva come logica conseguenza l’idea di andare a devastare l’economia mondiale.
Ma non solo. Il Pentagono danneggiato ed il tentativo di colpire la Casa Bianca, significavano anche il tentativo di colpire profondamente il cuore degli Stati Uniti, nell’esercito e nelle istituzioni.
Ma le immagini mi destavano la sensazione di non trovarsi di fronte ad una cosa vera. Possibile che la potenza più grande del mondo potesse essere attaccata così violentemente, senza nessuna reazione? Mica mi stavo trovando di fronte ad un terribile scherzo mediatico stile l’invasione radiofonica degli alieni di Orson Wells?
Nel frattempo le immagini delle torri si facevano sempre più critiche. Disperati che preferivano lanciarsi nel vuoto piuttosto che morire tra le fiamme, via vai di pompieri che cercavano di domare i focolai degli incendi, riempivano lo schermo della televisione. Ero ipnotizzato da tanta disperazione.
Ma la devastazione non aveva terminato il proprio corso. Le torri cominciarono a fondersi e sgretolarsi come se fossero state di sabbia e il dramma in atto prese i toni della tragedia dalle dimensioni bibliche.
Non si riusciva a capire quante persone potessero essere rimaste coinvolte in cotanto strazio.
Chi era stato? Non si trattava di un attacco convenzionale, quindi non poteva essere uno stato, una nazione che con questo atto andava a dichiarare una guerra agli Stati Uniti.
La costernazione mi prese in fretta il sistema nervoso.
Arrivato il giorno della partenza, per me, il viaggio è finito.
Con il ritorno, la mia mente già è rivolta alle attività quotidiane.
Mi viene spontaneo non pensare a niente del periodo appena trascorso lontano da casa.
Questo dura fino a che l’aereo non decolla. Una volta decollato, immediatamente mi torna a mente tutto e, non di rado, durante questi momenti mi sono commosso. Ci sono dei momenti del vissuto in vacanza che, per la loro qualità emotiva, vorrei fissare in maniera indelebile nella mia memoria.
In questo finale del viaggio tutto andò come sempre, mi svegliai, preparai i bagagli.
Il mio compagno aveva preso un appuntamento romantico con la tipa della notte e, fatti i suoi bagagli, organizzammo il check out. Dopo di che lui se ne andò ed io rimasi da solo.
Così decisi di trascorrere quelle ultime ore in piscina dove avrei migliorato la mia abbronzatura invernale.
Mi venne in mente il mio nonno, quando mi portava a caccia da piccolo e diceva:” la caccia finisce quando si arriva alla macchina!”. Considerando l’aereo come la macchina del nonno, il mio compagno non aveva evidentemente considerata finita la caccia.
Ero un po’ preoccupato perché là, a Cuba, lo avevo lasciato nel 1995, quando, in preda all’amore, non ripartì con tutto il gruppo, ma ivi rimase per trascorrere un’ulteriore settimana ai tropici fra belle ragazze e daiquiri.
Temetti che, anche questa volta, non volesse tornare indietro. Certo che, da una parte, lo avrei anche capito, nel caso avesse preso una decisione di questa portata.
Il fatto era che non volevo tornare da solo a casa. Volevo dividere con lui la mestizia del ritorno.
Così quelle ultime ore furono all’insegna del mio personale avviluppamento nel regime dello squallore.
Quando rientrò ero già pronto.
Lui aveva un bel sorriso stampato in faccia, ma doveva lavarsi e cambiarsi per il viaggio di ritorno.
Lo fece nel bagno del piano della reception. Quando uscì, trafelato, ormai a ridosso dell’orario di partenza, mi raccontò che si era innamorato.
In silenzio pensai che si era comportato come al solito, ma per lo meno questa volta ce l’aveva fatta a rientrare.
E’ un ragazzo romantico.
In aereo mi tornarono in mente varie cose: Julio, la mia crisi dissenterica, le ragazze, l’amico gay.
Mi tornò in mente anche il Tropicana, il locale più famoso di tutta l’Avana. E’ diviso in due spazi separati e distinti: da una parte vi è un ristorante al chiuso, con grandi vetrate e pavimento bicolore in marmo, tipica architettura in stile americano degli anni quaranta, dall’altra parte un emiciclo a gradoni all’aperto con tavoli su vari livelli, dove si può anche mangiare e bere.
Due volte al giorno vi è uno spettacolo eccezionale, di danza e canto, immersi nel verde degli alberi che fanno da sfondo scenografico e da piano praticabile per le varie situazioni teatrali.
L’attenzione del pubblico viene rapita inevitabilmente da cambi di luce che danno la possibilità di cambiare zona del palco e da una danza sfrenata corale, si passa ad un passo a due o ad una canzone cantata e suonata rigorosamente dal vivo.
Tutti i ballerini sono rigorosamente scelti all’accademia della danza classica dell’Avana, che produce ottimi risultati. I musicisti sono bravissimi ed i cantanti stratosferici ed una canzone classica come Besame mucho, sentita cantare da loro, ti appare come uno dei migliori motivi del mondo.
Per me che mi accingevo a tornare a Siena per dirigere la nuova Operetta, quello spettacolo, fu motivante e, ripensandoci, anche oggi lo è.