La casa, al suo interno, era abbastanza normale alla fine. All’esterno invece cambiava radicalmente.
Vi era un patio con una piscina a forma di cuore antistante. La cosa che mi stupì, ma che, evidentemente era una necessità in una casa di lusso di quella regione, fu un sistema di refrigerazione esterno con soffi di aria gelata che venivano spruzzati tipo nebbia in tutto il perimetro del patio.
Mi venne chiesto di togliere la giacca e di mettermi a mio agio, ma scioccamente rifiutai.
Invece chiesi se fosse stato possibile acquistare del vino.
Fui immediatamente accontentato. Lasciai il mio amico in casa con i parenti e me ne andai con il tipo che mi avevano presentato durante il cocktail del mattino.
Mi caricò su di un enorme fuori strada, nero ed accessoriatissimo, nella parte posteriore vi era un televisore appeso al soffitto con un videoregistratore sottostante. Oggi non fa effetto, visto che impianti di questo genere vengono proposti anche nelle macchine di serie, ma vi posso garantire allora mi lasciò abbastanza stupito.
Mi accompagnò presso un’enoteca dove vi era un party a porte chiuse. Essendo però lui un ottimo cliente, ci fecero entrare. Mentre il party continuava, l’inserviente tentò di vendermi un Chianti della mia provincia. Gli feci capire che ero italiano e, per l’appunto, proprio di Siena.
Si scusò.
Chiesi allora un consiglio per l’acquisto e detti anche delle indicazioni utili per la scelta.
Uno doveva essere di una grossa azienda ed il vertice della produzione, uno doveva essere un vino famoso nella grande distribuzione e l’ultimo di una piccolissima azienda che però proponesse grandi prodotti.
L’inserviente ci portò una quindicina di vini. Gli occhi del mio accompagnatore s’illuminarono e li volle assaggiare tutti.
Già eravamo abbastanza brilli dal pranzo, a quel punto stavamo per rompere ogni freno inibitorio.
Decisi di acquistare in fretta i miei vini per evitare di fare brutte figure.
Devo dire che fu una buona scelta che mi consentì di fami un’idea dei vini californiani, tra l’altro sia provenienti dalla zona di Napa Valley, sia dalla zona di Sonoma Valley.
Prima di tornare, però volle farmi visitare il suo ristorante preferito.
Era allestito come una specie di trattoria italiana. Tavoli quadrati da quattro posti, sedie impagliate, tovaglie a quadri bianche e rosse, foto di panorami marini italiani attaccate alle pareti.
Mi presentò il gestore. Anche lui si chiamava Antonio ed era siciliano.
Con lui parlai in italiano direttamente. Mi confessò che a questo, indicando il mio compare: “ glielomettoindoculotuttiggiorni!” perché tutti i giorni andava a mangiare nello stesso posto, allo stesso tavolo, con tutta quanta la famiglia e gli faceva spendere cento dollari a persona.
Poi mi spiegò che faceva venire il pesce fresco dalla California, ma io penso più dal Messico, con l’aereo e che i suoi avventori rimanevano sempre molto impressionati di poter mangiare pesce in una città fondata in una zona così arida.
Mentre lui pensava di derubarli, a me venne in mente che, tutto sommato, gli prestava soltanto un servizio, con un grosso margine di guadagno, è vero, ma soltanto un servizio.
Riuscimmo ad accomiatarci da Antonio e tornammo alla casa degli sposi.
Il mio compagno di viaggio era abbastanza in difficoltà, perché essendo timido e scarsamente dotato del vocabolario inglese, aveva dovuto sostenere diverse discussioni con uomini e donne che lo avevano avvicinato, non ultima la sposa, con la quale si era intrattenuto in una lunghissima chiacchierata. Quando mi vide mi maledisse per un po’, poi tutto tornò alla normalità. Venni criticato per l’acquisto dei vini e dell’orologio. Poi decisero di rilasciarci.
Prima però uno zio volle regalarmi una cravatta con dei bicchieri mezzi pieni che poi ho regalato, a mia volta, a mio padre che la indossa fieramente.
Dovevo aver fatto una buona impressione di gran bevitore a quella gente!
Durante il cocktail venimmo presentati a gran parte degli invitati.
Il fatto era che, per quanto fossimo esperti, non riuscivamo a far durare il calice di champagne troppo a lungo, di conseguenza ci veniva riempito con solerzia dai camerieri ben istigati dai parenti.
Devo però aggiungere che eravamo addirittura molto soffici rispetto al regime degli altri maschietti: vodka e whisky venivano serviti a gran profusione sia secchi che miscelati con varie sostanze.
Sta di fatto che non ero più abituato a bere, quindi ero particolarmente sofferente anche di fronte allo champagne.
Ci venne presentato l’arcivescovo che ci rincuorò immediatamente visto lo stato di ebbrezza che lo stava dominando.
Ci venne presentato anche un tipo super ricco sulla cinquantina, col capello impomatato, moglie giovanissima ed una mezza squadra di calcio di bambini.
Riuscii a familiarizzare con lui.
Misericordiosamente giunse il momento del pranzo.
Ci venne assegnato un tavolo di amici che parlavano tutti italiano. Vi era un italo canadese, mercante di stoffe a livello nazionale, un inventore di ristoranti, cioè uno che veniva pagato per inventare ex novo il locale, accompagnato dalla moglie, originaria di Verona, due industriali della carta italo americani. E noi!
Ci sedemmo e tutti ci chiesero dell’Italia quasi in contemporanea.
Vi era stata la guerra per il Kossovo e l’argomento di discussione fu per un po’ quello, dove riuscii a tenere banco per un po’, accusando di mollezza sia la politica europea dei tempi precedenti sia quella degli Stati Uniti che non era stata sufficientemente incisiva al posto di quella europea.
Poi mi chiesero di Berlusconi.
In quel momento non riuscivo a vederlo affatto vincente.
Invece loro mi dicevano che avrebbe fatto strada: era apprezzato da una buona parte degli americani.
Forse molto più che in Italia.
Mi resi conto della loro americanità quando arrivammo a parlare della gestione globale ed uno di loro mi disse che erano riusciti ad allacciare commercialmente tutto quanto il mondo.
Mi venne in mente l’impero romano.
Poi parlammo di abiti e l’italo canadese volle spiegarmi la bontà delle stoffe di Zegna.
Mentre parlavamo il pranzo veniva servito. Rimasi colpito dal cameriere che passò dal nostro tavolo chiedendo se fossimo allergici a qualche pietanza. Solamente oggi si sente questa richiesta in Italia. Le pietanze erano completamente italiane: antipasti toscani, lasagne, brasati, arrosto. Il vino era un Chianti Classico, mi pare Tenuta di Lilliano.
Mi pareva di essere a casa, anche se poi la qualità non era eccezionale. Va bè, mi pareva di essere a casa in un ristorante di bassa categoria.
Nel contempo venivano fatti dei discorsi dagli sposi, dai parenti, dall’arcivescovo, a cui dovettero togliere a forza il microfono di mano.
Non saprei dire se fosse stato lui, ma alcuni anni dopo il vescovo di Phoenix venne incriminato per pedofilia. Personalmente volli pensare che fosse lui e che fosse stato un reato strumentalizzato, giusto per togliere un alcoolizzato dal potere.
Durante il taglio della torta, gli sposi al microfono, vollero ringraziare tutti gli invitati, i familiari, l’arcivescovo, che rispose con un cenno ondeggiando qua e là. Ma soprattutto vollero ringraziare Romolo e Luca ceh erano venuti dalla “bella Italia”. Ne seguì una standing ovation di cinque minuti dove riuscimmo ad avere colorazioni del volto che andavano dal rosso scarlatto fino all’indaco.
Non mi ero mai vergognato così tanto.
Nei giorni successivi decidemmo di darci da fare a vedere cosa offriva Sidney e dintorni.
Intanto per cominciare ci parve indispensabile vedere una delle spiagge più note al mondo: Bondi beach.
Mentre vi andavamo, avevamo cercato di farci un’idea di come sarebbe stata. Immaginavamo di trovarci di fronte alla ormai solita spiaggiona sconfinata con selvaggi surfisti pronti a cavalcare la Grande Onda.
Anche per le onde ci venivano in mente mezzi tsunami: eravamo forse un po’ deviati dalle immagini televisive.
Quando vi arrivammo fu una mezza delusione.
Intanto si tratta di una spiaggia cittadina, densissima ogni giorno ed ad ogni ora di australiani che là vanno per trascorrere le ore libere dal lavoro.
Assomiglia alle nostre spiagge perché vi sono tutti gli elementi riconoscibili tipici: il casottino per i pasti veloci, l’edicola, il negozio di articoli sportivi tipicamente marittimi.
La differenza sostanziale la fanno, come al solito, i guardia spiagge che hanno la solita mise colorata.
Qua la gente fa il bagno fino ad un certo punto, che è ben segnalato con una serie di boe a scalare, dove al loro confine ultimo son poste delle reti a difesa dall’invasione degli squali.
In ogni caso ci andò bene ugualmente per le ore da trascorrere in libertà e per coltivare un’abbronzatura seria per il ritorno in Italia.
Nel pomeriggio tornavamo in albergo dove vi era una splendida palestra, molto ben attrezzata, dove ci eravamo mesi in testa di coltivare un po’ il nostro fisico, oggettivamente molto provato dalle mangiatacce a base di canguro, emu, coccodrilli, pesci vari, schifezze fritte etc.
Per rimediare allo sforzo fisico, ce ne andavamo alla ricerca di pubs nella zona dei Rocks, dove prendevamo aperitivi. Quindi annullavamo ogni effetto benefico raggiunto in palestra.
Qui, man di mano che andavamo in avanti nella conoscenza del posto, ci rendevamo conto che gli Italiani emigrati sono un numero molto serio. Su una popolazione di circa diciotto milioni di abitanti, circa cinque sono di Italiani. Si vede anche bene la loro presenza a Sidney: se prendi un taxi spesso alla guida vi è un connazionale, se vai al ristorante spesso incontri pizzerie dai nomignoli che ricordano il Vesuvio ed i proprietari spesso, se non sempre, sono Italiani. L’acqua minerale che va per la maggiore è la San Pellegrino.
Tutto questo mi fece tornare a memoria quel film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale.
Di certo non vi trovai il circolo degli emigrati italiani, ma la sede di rappresentanza del Monte dei Paschi di Siena, mi riportò immediatamente a casa con la mente.
Discutemmo un po’ in relazione alle persone fortunate che là vivevano. Credo che sia stata l’unica volta che ho invidiato un dipendente bancario. In ogni caso concludemmo che noi vedevamo Sidney come una città meravigliosa a causa della vacanza che vi stavamo trascorrendo. Coloro che vi lavorano l’avrebbero dovuta vedere più semplicemente come un posto di lavoro ed i posti di lavoro sono sempre posti di lavoro.
E basta.
La scelta dei ristoranti fu sempre positiva, a mio parere.
Soprattutto una sera che facemmo un’incredibile serata degustazione, presso il ristorante di un albergo.
Devo dire che dovevamo sospettare qualcosa dall’assenza completa di clienti. Ci volemmo fidare ed andammo. Per cento dollari australiani, centomila delle vecchie lire, cinquanta euro di oggi a testa ci portarono quindici portate di pietanze tipiche australiane, con quindici vini diversi.
Immaginatevi cosa ne venne fuori.
Alla fine eravamo abbastanza ubriachi per dire e fare sciocchezze. Lasciammo ai camerieri centocinquanta dollari di mancia: erano totalmente impazziti. Chiedemmo loro dove saremmo dovuti andare per trascorrere il resto della serata e si offrirono per guidarci ovunque.
Meno male li congedammo.
Uscendo uno dei miei compagni di viaggio, preso da un raptus di finta ricchezza fece una scenata inutile ad un valletto dell’albergo perché non era stato estremamente veloce nella ricerca di un taxi.
Avremmo dovuto andare a letto, viste le condizioni, invece volemmo andare a vedere dei clubs che ci erano stati suggeriti dai camerieri.
All’interno di uno di questi, il polemico bevve una birra fredda ed ebbe un attacco diarroico.
Non riuscì ad entrare in tempo dentro al wc del locale e se la fece addosso.
Quando riuscì gli era passata la sbronza, era bianco cadaverico e, soprattutto era stato costretto a gettare le mutande.
Quando si dice che le vie del Signore sono infinite…
Ad insaputa del Cerbiatto, condussi tutto il gruppo nella zona della vichinga.
Una volta giunti, il Pompa, sempre emozionato, si gettò dentro una vetrina. Il perfido Pei si mise a cronometrare la prestazione e in quattro minuti e cinquantanove secondi riuscì, perfettamente vestito. Fra le risate clamorose di tutti fu risoprannominato al momento “Cinque minuti col resto”. Mentre ridevamo il Cerbiatto era come ipnotizzato dalla sadomasochista: passava avanti e indietro di fronte alla vetrina, poi veniva da me e mi elencava gli strumenti di tortura che deteneva all’interno.
Lo convinsi ad entrare e, nonostante fosse un discreto freddo, quando uscì, era perlato di sudore. La signora non lo aveva percosso come aveva temuto fino a quel momento, ma gli aveva applicato un macchinario, come lo definì lui stesso, un elettrodomestico, che sarebbe potuto servirgli anche per casa.
Era diventato un Cerbiatto smanaccione.
Il giorno successivo andammo a visitare il museo delle cere.
A differenza del Rijsk Museeum, questo piacque loro in maniera incredibile. Alla fine della visita erano eccitati ed affamati. Durante il pranzo provai a proporre, visto che era l’ultimo giorno, una visita anche al Van Gogh Museeum. Pensavo che fossero ben disposti ormai alle visite museali, visto il successo mattiniero del museo delle cere.
Invece mi sbagliavo. Mi presero in giro e, dopo avermi detronizzato da capogita, continuarono la pressione alle vetrine.
Pastina, essendo un ragazzo di cultura, si staccò da loro e decise di accompagnarmi.
Mi sentii sollevato. Non sarei dovuto andare da solo. Non che avessi paura, ma andare in due ad un museo consente di scambiare pareri, pensieri, emozioni.
Avevo già potuto ammirare alcune delle opere di quell’Artista nel passato, una prima volta a Roma ed una seconda a Parigi. Questa volta ebbi la sensazione di un intero percorso pittorico e le nozioni che avevo appreso a Storia dell’arte tornarono tutte belle fresche, vive e vegete, nella mia mente. Comprese anche tutte quelle lezioni di Sgarbi proposte alla televisione agli inizi degli anni novanta.
All’uscita dal museo ero realmente arricchito.
Penso anche Pastina.
Ritrovammo gli altri alla birreria sotto l’albergo.
Pei aveva cronometrato di nuovo il Pompa che, avendo fornito un’analoga prestazione, ormai si sentiva bistrattato e colpito nell’onore personale di maschio.
Era l’ultima notte che passavamo in questo luna park per adulti.
I soldi che avevamo portato cominciavano a scarseggiare, quindi decisi di prelevarne un po’ per trascorrere in gioia le ultime ore.
Anche i portafogli degli altri cominciavano a far vedere le spia rossa, quindi limitavano le loro azioni, cercando di arrivare alla notte con i soldi per l’ultima scappata al quartiere rosso.
Dopo cena andammo di nuovo.
Il Pompa mi chiese un prestito per lavare l’onta. Glielo concessi senza pensarci ed in men che non si dica si era infilato nel loculo di una signorina asiatica.
Pei, come al solito, aveva azionato l’orologio. Passarono i minuti e quando si arrivò al quarto d’ora di attesa iniziammo a preoccuparci. Ci fu chi disse che si poteva essere sentito male e chi affermò che era uscito da un uscita secondaria per farci credere di aver segnato un record.
Alla fine uscì, con il giaccone in mano, fiero della sua prestazione. Pei era sconvolto: non lo avrebbe potuto più prendere in giro. Costretto al racconto si sprecò inizialmente sulle doti della ragazza fino al momento in cui fu costretto a dire che era stato mandato via perché non portava a termine l’atto. I cattivi presero la palla al balzo e lo torturano per quanto fu nelle loro possibilità.
Al rientro in albergo, fu addirittura colto mentre parlava col proprio “aggeggio” e pare che dicesse:”vai uccellino! A questo giro il becchime ‘un t’è mancato!”
Non potete immaginare cosa non accadde.
Le risate si propagarono fra tutte le camere fragorose e prendemmo sonno con difficoltà.
Al mattino successivo iniziammo il viaggio di ritorno.
Cerbiatto non aveva ancora terminato il proprio show. Appena salito in aereo, pareva che non mangiasse il cibo del suolo patrio da millenni. Si strafogò con intensità nelle pietanze e si fece portare una piccola bordolese da un quarto di vino rosso.
La terminò in un attimo e ne chiese un’altra alla hostess che, pur facendo un faccia cattiva, gliela concesse, segnalando che sarebbe stata l’ultima.
Era fiero. Me la fece vedere da lontano e mi complimentai con lui.
Entrammo in una turbolenza e l’aereo prese a vibrare. Voltai lo sguardo verso il Cerbiatto che cercava di mangiare con una mano e tenere la bottiglia ferma con l’altra.
Ad un certo punto fu costretto ad afferrare il coltello per tagliare una fettina della sua pietanza. Lasciò la presa della bordolese. L’aereo ebbe uno scossone e la bottiglia saltò in aria. Il Cerbiatto cercò di afferrarla al volo, ma, nonostante i suoi goffi sforzi, cadde rovinosamente a terra, dove si rovesciò.
Preso dalla rabbia divenne completamente rosso e lasciò andare una bestemmia a tutta voce fulminante.
Tutti i passeggeri si voltarono a guardare chi avesse potuto proferire tale offesa alla divinità. Era evidentemente un comportamento stigmatizzabile, antisociale, da eretico che non andò bene.
Questa volta la vergogna lo divorò e, fino all’arrivo in Italia, non ebbe da ridire niente altro.
La vacanza era terminata.
A me restò però la riacquisizione del divertimento, dopo due anni di lutto personale.
Decisi che l’anno che sarebbe venuto, il 1999, avrebbe dovuto essere all’insegna della bella vita.
E lo feci.Per prima cosa mi chiusi in casa.
Non avevo voglia di parlare con nessuno.
Ero angosciato dalla mia perdita della razionalità. Come avevo potuto massacrare la mia vita, le relazioni sociali, le mie amicizie? Dovevo porre rimedio al più presto a quello stato.
Per prima cosa cessai istantaneamente di bere. L’obnubilazione alcoolica era sicuramente correa del mio comportamento. Avrei dovuto mettermi in condizione di rivedere le cose con un’ottica reale. Limpida.
Nei giorni successivi al mio rientro ricevetti una sua telefonata dove si voleva scusare per come si era comportata. Scioccamente le dissi che magari l’avrei potuta richiamare qualche volta per sentire come stava. Lo feci e sbagliai. La ritrovai in preda ad una crisi a cui non ho mai creduto. Mi disse che non avrei più dovuto chiamarla perché aveva fatto una visita medica dove le avevano diagnosticato un cancro alla testa, che avrebbe dovuto fare un ciclo di chemioterapia. Quindi sarebbe stato meglio far finta di non averla mai conosciuta.
Lì per lì persi la testa. Cosa stava dicendo? Le offrii il mio appoggio, le chiesi se avesse avuto bisogno di me per quel momento di disperazione. Mi cacciò verbalmente.
Mi arrabbiai e cancellai il suo numero, per non correre più il rischio di chiamarla.
La dovevo assolutamente dimenticare.
Nonostante i miei sforzi non fu cosa semplice.
Non si può dare un colpo di spugna alla propria vita e dire che non è successo niente.
Neppure potevo cancellare i vari sensi di colpa che albergavano in me. Avevo la sensazione di aver fatto del male al suo fidanzato, a questo punto, senza motivo, gli amici comuni mi guardavano con sospetto e, soprattutto, avevo tirato dei calci terribili alla mia dignità personale.
Presi a dimagrire molto.
Rifiutavo qualsiasi offerta di aiuto che mi venisse dalle persone che mi volevano stare vicino. Dovevo uscire da solo da quella condizione.
Alla fine del mese di maggio ripresi ad uscire la sera.
Ricordo che dissi ad un mio amico che vedere il mondo senza alcool mi faceva un certo effetto.
Dovevo correggere le mie abitudini nell’uscire: se andavo per locali avrei dovuto bere solo cose analcooliche e la prima bevanda fu la menta. Poi passai alla coca cola e poi alle tisane.
Mi prendevano in giro per il mio atteggiamento reattivo nei confronti dell’alcool.
L’alcool è una droga sociale. Chi beve appartiene a gruppi sociali che si autotutelano nel proprio vizio. Se li si abbandona si corre il rischio di essere visti in maniera malevola dal gruppo, che rigetta di aver qualcuno al proprio interno che ha cambiato abitudini e, per questo, non ci si può fidare.
Resistetti ad ogni attacco ed andai avanti per la mia strada.
Arrivarono i giorni del Palio. Non ero stato così magro dai diciotto anni. Avevo ancora i nervi a fior di pelle e non trovavo una giusta collocazione, ma mi pareva di essere ormai in via di guarigione.
Lei tornò a Siena e passò a trovarmi nella mia Contrada.
Feci finta di niente e la accolsi sorridente, le chiesi se avesse superato la sua malattia e mi disse di sì, mi chiese se stavo bene e non le volli dare alcun tipo di soddisfazione: dissi che andava tutto bene. Poi mi accomiatai gentilmente e me ne andai.
Capii che ci sarebbe voluto ancora tempo per cancellarla dalla mia testa.