E’ arrivato il giorno della visita ospedaliera.
Non posso celare a me stesso la paura di scoprire di avere una qualche malattia tremenda, ma devo sdrammatizzare: non posso più permettere di lasciarmi andare.
Durante il tragitto automobilistico giuro di prendermi maggiore cura di me stesso, in ogni senso. Troppo mi sono trascurato per cercare di portare avanti una relazione impossibile, per difendermi dagli attacchi di quel figuro.
Posteggio, scendo e, con decisione, mi avvio alla visita.
Ospedale di Siena.
Il medico: “si sdrai e cominciamo con una visita tradizionale…tossisca la prego!…Ecco ora respiri profondamente…Le fa male qui…e qui…Bene ora si giri su un fianco”.
Nel frattempo si sente che indossa dei guanti di plastica.
“Si rilassi non succede niente…Tranquillo…Procederemo con una rettoscopia”…
Fra te e te ti poni il dubbio di cosa possa essere.
Rettoscopia pare una visione entropica.
Poi scopri che si tratta di qualcosa di invasivo, intrusivo.
Qualcosa che non hai provato da tanto tempo, da quando eri bambino: il periodo anale.
Ecco.
Quello è il momento, per dirla con Freud.
Ma le lacrime agli occhi non provengono dal pathos di un ricordo passato.
Il medico sfruguglia, esplora, poi risolve affermando:”Apparentemente trattasi di emorroidi, ma la prostata è a posto!”
Tiri un sospiro di sollievo.
Ma non è finita: “Vorrei procedere con uno strumento per assicurarmi che non vi sia niente di preoccupante…Non si preoccupi non le farò male”.
E te, ormai rassegnato, cedi alle pressanti preoccupazioni mediche. Chiudi gli occhi e l’oggetto ormai è dentro di te.
Ora sì che ti scendono i lacrimoni.
Ora, appena deflorato, pensi al motivo che ti ha condotto dal medico e vedi tutto chiaro. All’improvviso, tutta la vita ti scorre davanti e capisci la tua pochezza.
Ogni tuo singolo successo individuale ti pare completamente privo d’importanza.
Insieme alla verginità, hai perduto la dignità.
La dignità di uomo.
Una telefonata veloce alla ragazza per comunicarle che la visita non ha dato risultati terribili.
Tutta questa paura per nulla.
La discussione si esaurisce totalmente e finisce per la prima volta senza la speranza di incontrarci di nuovo.
Finalmente ho preso la mia linea.
Chiudo e cancello definitivamente il suo numero telefonico.
Telefono alla sua coinquilina, comunico anche a lei dell’esito positivo della visita e che, soprattutto ho preso la decisione di lasciare la ragazza al suo destino. Poi mi raccomando affinchè se ne prenda cura: nel futuro le sarebbe di nuovo capitato di essere oggetto delle violenze del figuro.
La saluto e chiudo la storia.
Devo ricostruirmi e ce ne vorrà di tempo, caspita.
Mi rendo conto di avere il sistema nervoso a pezzi, di essere deluso di come era andata e, soprattutto, che il figuro aveva ragione a sostenere che la ragazza era sempre stata innamorata di lui. In fondo non è la prima volta che capita di cadere nei giochi sordidi di una coppia e, questa volta, è capitato a me, mio malgrado.
Meno male ho le prove dell’Operetta da affrontare: mi faranno compagnia mentre cercherò di ritrovare un po’ di auto stima.
La settimana successiva ci incontrammo nuovamente sempre nella stessa occasione, la seduta terapeutica.
Ho nutrito una recondito desiderio che lo psicologo le aprisse gli occhi per numerosi giorni, ora che ci penso.
Che sciocco che sono stato!
In questa occasione addirittura le ho regalato dei libri.
Non era un tentativo di comprarla, quanto una dimostrazione di fiducia nei suoi confronti, nello sforzo che stava producendo per farsi luce nei meandri della mente.
Insomma non l’ho ritenuta una donna innamorata, ma malata.
Sì proprio così.
Se non aveva chiarezza, se si sentiva plagiata, se stava male come diceva, poteva essere oggettivamente malata a livello psicologico e, come a tutti i malati, quando si va in visita, portai un regalo, i libri, lenitivi della malattia.
Abbiamo chiacchierato degli ultimi eventi, dei miei ultimi giorni di libertà prima dell’inizio delle prove dell’Operetta, delle telefonate anonime che ancora non erano finite e del funzionario di polizia che mi aveva promesso una risposta a giorni, della mia preoccupante prossima visita ospedaliera. Lei di rimando delle sue ultime vicessitudini lavorative con il figuro continuamente alle spalle a cui aveva detto, paritariamente, di starle lontano affinchè potesse prendere una decisione definitiva.
Paritariamente.
Perché le stavo credendo?
Perché ancora le stavo dando fiducia?
Due giorni fa ero con mio padre in un appartamento di famiglia che era appena stato lasciato sfitto per alcuni lavori di manutenzione.
Il telefono ha squillato cinque volte.
Alla fine l’ho chiamata per sapere se il figuro fosse stato da lei: me lo ha confermato e mi ha detto che era stato da lei per dirle che non doveva più andare alle sedute terapeutiche, perché aveva solo una scelta: lui.
Mi ha preso male.
Mi pareva d’impazzire, permeato completamente da questa incertezza e dovevo cercare di risolverla.
Ma come avrei potuto fare se non potevo incontrarla.
Mi telefonava, però e, in qualche modo, potevo tenermi informato sui suoi movimenti per fissare un’eventuale incontro.
L’occasione mi si porse pochi giorni fa.
Doveva venire a Siena per fare la prima seduta dallo psicologo e, prontamente le chiesi se fosse possibile vedersi. La risposta fu positiva e ci incontrammo presso una libreria del centro.
Naturalmente mi trovò emaciato e si mise scherzare sul mio stato.
Mascherai una certa amarezza che nasceva dentro la mia gola con dei sorrisi di convenienza. Non poteva essere così insensibile e non comprendere che ero in quelle condizioni a causa sua. Andammo a prendere un aperitivo e parlammo del più e del meno per un po’, come se nulla ci fosse da dire.
Ad un certo punto non ce la feci a sostenere ancora quella conversazione e, con una cura estrema, indirizzai le chiacchiere verso la nostra situazione.
Volevo sapere cosa provava, perché aveva preso la decisione di andare dallo psicologo. Dentro di me pareva ancora strano che non fosse in grado di capirsi.
Sapevo che l’avevo perduta e, forse, ero anche stanco di fare questa battaglia contro i mulini a vento, del resto era più di un mese che vivevo con le telefonate anonime e senza avere più alcuna certezza da lei. Probabilmente non l’avevo conosciuta affatto a fondo nei primi giorni di innamoramento in maniera tale da poterne capire i recessi sentimentali.
Non ne avevo avuto il tempo!
Mi disse che stava male, in quanto viveva nell’indecisione se il figuro alla fine potesse rappresentare l’uomo della sua vita.
Mi scoraggiai totalmente.
Ma siccome pensava di essere plagiata e non logica nei passaggi intellettuali, avvertiva questo contrasto interiore come una forma di dolore.
Quindi non ero più presente.
Ci accomiatammo con delle frasi di vana speranza da parte mia.
La mia volontà stava per essere spazzata via da un secondo ad un altro.
Stavo male ed avevo bisogno di dirlo a qualcuno e lei si trasformò in immediata valvola di sfogo. Del resto era lei la causa del mio ormai stratificato malessere.
Così le dissi che ero in cattive condizioni fisiche,acciaccato dall’influenza ed indebolito incredibilmente dalla perdita di sangue.
Mi chiese se avessi bisogno che venisse da me e le dissi di no.
Un po’ di forza d’animo mi aveva sorretto.
A quel punto la lasciai parlare un po’, giusto per farmi compagnia e, alla fine ebbi ad insistere affinchè mi rendesse chiara la sua intenzione e mi rispose di non avere nessuna chiarezza lei stessa. In cambio di questa domanda le dovetti promettere che, appena guarito, sarei dovuto andare a farmi vedere in ospedale.
Alla fine della telefonata il suo numero rimase di nuovo in memoria sul cellulare e decisi di ripristinarlo.
La mia decisione irrevocabile era durata quanto la vita di una farfalla.
Sapevo che la battaglia era persa, ma non volevo crederci. Certo lei continuava a non darmi alcuna sicurezza né in positivo né in negativo e questo fatto lo vedevo come una iattura tremenda, una sabbia mobile all’interno della quale stavo affogando inesorabilmente.
Nei giorni successivi guarii, ma ero dimagrito notevolmente. Da quanto mi ero corroso fisicamente, in un bar, mentre prendevo un aperitivo, mangiando un pop corn mi scheggiai un dente.
Era arrivato il tempo che mi facessi vedere per davvero, così mi azionai con degli amici per ottenere una visita specialistica.
Come sempre, in questi casi, ci volle qualche giorno per avere l’appuntamento.
Nel frattempo lei continuò a telefonarmi e a dirmi che era arrivata a concepire di dover andare da uno psicologo, che la aiutasse a liberarsi dal rapporto di sudditanza che aveva nei riguardi del figuro.
Cosa voleva dirmi con questo? Che era ancora attratta da me? Che mi voleva e me lo stava dimostrando?
Continuammo a relazionarci via etere. Di fatto non mi voleva vedere più, ma mi voleva sentire. Mi chiamava per i motivi più futili: per leggermi un passo di un libro, per chiedermi un parere sul suo lavoro, per sentire come stavo.
Questo fatto andava ad alimentare le mie speranze, piuttosto che spengerle e, tutte le volte, andava a finire che insistevo affinchè decidesse di tornare da me.
Nel bel mezzo della questione si avvicinava il tempo delle prove dell’Operetta.
Non era più rimandabile ed versando io in quelle condizioni psicologicamente precarie, nutrivo il dubbio di essere in grado, per la prima volta, di condurre lo spettacolo.
Il fatto non era invisibile agli occhi dei ragazzi, i quali si accorgevano che non ero nel pieno delle mie capacità e, soprattutto, nell’espressione della mia volontà ferrea di andare avanti.
Devo dire che mi sentivo comunque spronato da loro a cercare di svoltare, di cambiare direzione.
La sera, dopo le riunioni che precedono le prove, dove si mettono a punto gli ultimi meccanismi della lavorazione, mi accompagnavano alla macchina, un po’ per sorreggermi ed un po’ per proteggermi da me stesso e dai pensieri che mi gravavano addosso.
Alla fine mi ammalai anche io.
Una mattina cominciai ad avvertire i brividi della febbre mentre ero in centro. Andai a casa e mi ritrovai un febbrone da cavallo.
Ero solo e non potevo chiamare nessuno: i miei genitori erano in vacanza, mia sorella aveva il bambino e non era il caso di farla venire per poi portare il virus a casa. Quindi decisi di starmene tranquillo in attesa di un miglioramento. L’influenza era di quelle gastroenteriche e, in men che non si dica, ero debolissimo.
Era come se il mio fisico avesse rinunciato a difendersi insieme al mio intelletto. L’essere in solitudine facilitava il senso di rinuncia ad ogni sforzo nei confronti della ragazza. Non potevo più permettermi di correrle dietro: evidentemente non mi voleva più ed era bene, per me, cercare di dimenticarla e tentare di ripristinare il mio intelletto in tempo per il lavoro operettistico. Sostenevo questa idea con la coscienza che l’interesse collettivo era molto più importante del mio stato e che questo non avrebbe dovuto inquinare in alcun modo la vicenda dei ragazzi.
Dovevo rimettermi in forma.
Al contrario cominciai a peggiorare la mia situazione con una crisi emorroidale.
Persi molto sangue.
A quel punto cominciai ad avere paura.
In due giorni mi pareva di essere prosciugato.
Maledissi i miei stravizi, il mio comportamento stupido che ritenevo correo del mio stato.
Decisi di cancellare il numero della ragazza dal telefonino.
Ecco ora avevo preso una decisione irreversibile. Doveva scomparire dalla mia vita e dovevo sforzarmi di ricompormi in gran velocità.