La prima notte da ustionato la passai fra mille incubi.
Il giorno successivo le gambe mi erano gonfiate e le infilai con difficoltà dentro ai miei jeans. Prendemmo una piccola utilitaria in affitto per gli spostamenti nell’isola. Non vi potete immaginare con quanta difficoltà vi entrassi. I miei compagni di viaggio mi prendevano in giro. Dicevano che sembravo un astronauta che entrava dentro ad una navicella.
Cercai di non essere loro di peso e strinsi i denti.
Andammo a fare una visita guidata da dei rangers presso una baia dove vi erano le foche ed i leoni marini. Era un posto straordinario con degli animali bellissimi. C’è un po’ di contrasto tra l’attenzione che gli Australiani ripongono nella cura dell’ambiente e le strade di quell’isola dove vi sono carcasse di canguri o di wallaby morti praticamente ovunque, investiti dalle auto.
Rimanemmo due giorni ancora a Kangaroo. Quel tempo ci sarebbe dovuto servire per decantare il viaggio aereo e per assorbire il fuso orario.
Dieci ore di differenza non erano poche ma riuscimmo ad assorbirle abbastanza bene.
C’è da dire che all’inizio di ogni vacanza vi è l’entusiasmo che ti trascina ed avverti poco le fatiche.
Volammo quindi di nuovo ad Adelaide dove avevamo fissato un volo per il giorno successivo che ci avrebbe portato nel cuore del continente, ad Ayers Rock. L’obbiettivo seguente era Uluru, il monolite simbolo della popolazione aborigena.
La sera i ragazzi volevano giustamente divertirsi. Andammo a cena in bel ristorante e poi volevano andare in una disco alla base di un grattacielo. Qui però i buttafuori facevano selezione d’ingresso in virtù dell’abbigliamento. Erano obbligatori i pantaloni lunghi e le scarpe di cuoio. A causa del volo aereo le mie gambe erano gonfiate ulteriormente e la febbre non mi passava. Le uniche scarpe che mi entravano erano quelle da ginnastica e neppure legate. Logico fu dire loro che sarei rientrato in albergo e che li avrei attesi là.
Furono di cuore e rinunciarono ad andare. Ma prima di andare a letto mi fecero prendere un pastiglia di cortisone.
Purtroppo era a basso dosaggio e non sortì alcun tipo di effetto.
Partimmo la mattina successiva per Alice Springs, una città nel bel mezzo della regione desertica, e da qui, andammo fino ad Ayers Rock, un complesso turistico alberghiero ben organizzato e molto bello.
Appena arrivato alla reception chiesi un dottore, non potevo continuare il viaggio in quelle condizioni. Mi dissero che il medico sarebbe arrivato in un’ora: doveva giungere da Alice Springs in elicottero.
Così me ne andai in camera per l’attesa.
Un’ora dopo, con una precisione svizzera, sentii bussare alla porta. Mi trovai di fronte un signore di meza età, robusto, con una folta barba biondastra che tradiva le evidenti origini anglo sassoni. Teneva una pipa spenta in bocca e mi chiese di spogliarmi per vedere quale fosse lo stato della mia ustione. Appena tolta la maglietta fu colto da una crisi di riso. Chissà, dentro di sé, quanto poteva divertirsi al cospetto dello sciocco italiano che si era ustionato come un poppante alle prime armi appena arrivato.
Mi dette delle pastiglie di cortisone con un dosaggio da cavalli ed una pomata. Mi lasciò un biglietto da visita, nel caso potessi aver ancora bisogno di lui e chiese cento dollari australiani. Praticamente centomila lire di allora. Mi parve oggettivamente poco. Ringraziai e lo salutai.
Quella visita mi fu utile non solo per la guarigione ma anche per il mio stato psichico che era rimasto handicappato fino a quel momento.