Nei giorni successivi decidemmo di darci da fare a vedere cosa offriva Sidney e dintorni.
Intanto per cominciare ci parve indispensabile vedere una delle spiagge più note al mondo: Bondi beach.
Mentre vi andavamo, avevamo cercato di farci un’idea di come sarebbe stata. Immaginavamo di trovarci di fronte alla ormai solita spiaggiona sconfinata con selvaggi surfisti pronti a cavalcare la Grande Onda.
Anche per le onde ci venivano in mente mezzi tsunami: eravamo forse un po’ deviati dalle immagini televisive.
Quando vi arrivammo fu una mezza delusione.
Intanto si tratta di una spiaggia cittadina, densissima ogni giorno ed ad ogni ora di australiani che là vanno per trascorrere le ore libere dal lavoro.
Assomiglia alle nostre spiagge perché vi sono tutti gli elementi riconoscibili tipici: il casottino per i pasti veloci, l’edicola, il negozio di articoli sportivi tipicamente marittimi.
La differenza sostanziale la fanno, come al solito, i guardia spiagge che hanno la solita mise colorata.
Qua la gente fa il bagno fino ad un certo punto, che è ben segnalato con una serie di boe a scalare, dove al loro confine ultimo son poste delle reti a difesa dall’invasione degli squali.
In ogni caso ci andò bene ugualmente per le ore da trascorrere in libertà e per coltivare un’abbronzatura seria per il ritorno in Italia.
Nel pomeriggio tornavamo in albergo dove vi era una splendida palestra, molto ben attrezzata, dove ci eravamo mesi in testa di coltivare un po’ il nostro fisico, oggettivamente molto provato dalle mangiatacce a base di canguro, emu, coccodrilli, pesci vari, schifezze fritte etc.
Per rimediare allo sforzo fisico, ce ne andavamo alla ricerca di pubs nella zona dei Rocks, dove prendevamo aperitivi. Quindi annullavamo ogni effetto benefico raggiunto in palestra.
Qui, man di mano che andavamo in avanti nella conoscenza del posto, ci rendevamo conto che gli Italiani emigrati sono un numero molto serio. Su una popolazione di circa diciotto milioni di abitanti, circa cinque sono di Italiani. Si vede anche bene la loro presenza a Sidney: se prendi un taxi spesso alla guida vi è un connazionale, se vai al ristorante spesso incontri pizzerie dai nomignoli che ricordano il Vesuvio ed i proprietari spesso, se non sempre, sono Italiani. L’acqua minerale che va per la maggiore è la San Pellegrino.
Tutto questo mi fece tornare a memoria quel film con Alberto Sordi e Claudia Cardinale.
Di certo non vi trovai il circolo degli emigrati italiani, ma la sede di rappresentanza del Monte dei Paschi di Siena, mi riportò immediatamente a casa con la mente.
Discutemmo un po’ in relazione alle persone fortunate che là vivevano. Credo che sia stata l’unica volta che ho invidiato un dipendente bancario. In ogni caso concludemmo che noi vedevamo Sidney come una città meravigliosa a causa della vacanza che vi stavamo trascorrendo. Coloro che vi lavorano l’avrebbero dovuta vedere più semplicemente come un posto di lavoro ed i posti di lavoro sono sempre posti di lavoro.
E basta.
La scelta dei ristoranti fu sempre positiva, a mio parere.
Soprattutto una sera che facemmo un’incredibile serata degustazione, presso il ristorante di un albergo.
Devo dire che dovevamo sospettare qualcosa dall’assenza completa di clienti. Ci volemmo fidare ed andammo. Per cento dollari australiani, centomila delle vecchie lire, cinquanta euro di oggi a testa ci portarono quindici portate di pietanze tipiche australiane, con quindici vini diversi.
Immaginatevi cosa ne venne fuori.
Alla fine eravamo abbastanza ubriachi per dire e fare sciocchezze. Lasciammo ai camerieri centocinquanta dollari di mancia: erano totalmente impazziti. Chiedemmo loro dove saremmo dovuti andare per trascorrere il resto della serata e si offrirono per guidarci ovunque.
Meno male li congedammo.
Uscendo uno dei miei compagni di viaggio, preso da un raptus di finta ricchezza fece una scenata inutile ad un valletto dell’albergo perché non era stato estremamente veloce nella ricerca di un taxi.
Avremmo dovuto andare a letto, viste le condizioni, invece volemmo andare a vedere dei clubs che ci erano stati suggeriti dai camerieri.
All’interno di uno di questi, il polemico bevve una birra fredda ed ebbe un attacco diarroico.
Non riuscì ad entrare in tempo dentro al wc del locale e se la fece addosso.
Quando riuscì gli era passata la sbronza, era bianco cadaverico e, soprattutto era stato costretto a gettare le mutande.
Quando si dice che le vie del Signore sono infinite…Passai il mio tempo dentro ad una birreria ad ascoltare Pastina, l’altro compagno, molto più timido, che ci aveva raggiunto da Londra.
Pastina è un medico specializzato in ematologia, ricercatore nel settore applicato della biologia molecolare. In quel momento si faceva il mazzo in Inghilterra ed era abbastanza alienato dagli studi. Mi volle raccontare per un’oretta della sua vita londinese. Là viveva condividendo un appartamento con un indiano ed il massimo del divertimento che aveva avuto negli ultimi tre anni era stato ubriacarsi nei pub al venerdì sera. La vacanza ad Amsterdam era per lui un fatto straordinario.
Pensai che se mi fossi alleato con lui avrei potuto provare a portare gli altri a vedere la città con gli occhi di un turista normale e non accecato dalle libidini e dalle lussurie.
Il giorno successivo, grazie al suo aiuto, li portai a visitare il Rijsk Museeum.
Non fu un’operazione semplice: riuscii a convincerli dicendo loro che le ragazze la mattina non lavoravano e che si poteva andare anche un po’ in giro. Ebbero da ridire perché avrebbero preferito andare al museo della birra, dove si sarebbero lasciati andare a gozzoviglie senza limiti, ma accettarono la mia proposta. Mi colpì quando si trovarono davanti ad un enorme dipinto di Rembrandt. Immaginatevi una sala molto grande dove, in una parete, il dipinto copre un’area di tre metri per cinque. Al di sotto vi erano i visitatori che ammiravano, da seduti, la sconfinata bravura artistica.
Sono certo che qualcuno ci si possa sentire anche male al cospetto di tanta bellezza.
Ecco, i miei compagni, dopo alcuni attimi di silenzio, ebbero da commentare che il Pittore doveva aver guadagnato pochi soldi se avesse prodotto quadri così grandi. Mi spiego meglio: associarono l’idea di una produzione per così dire “industriale” all’arte. Mi stupii e li portai a vedere le vestigia napoleoniche dove trovarono un maggiore interesse, gareggiando fra loro in castronerie storiche.
All’ora di pranzo sentirono tutti il bisogno di mettersi seduti in una qualche tavola.
Cercai di trovare all’interno della struttura museale una caffetteria, con la speranza di poter continuare a visitare le splendide sale. Purtroppo non vi era niente da mangiare e fiu costretto a cedere alle loro insistenti proteste.
Trovammo poco fuori dal museo un pub dove si nutrirono avidamente, quasi come se non avessero mangiato da giorni e giorni.
Alla fine del pasto furono subito pronti per tornare nel quartiere rosso.
La sera precedente si erano fatti ingabolare da un imbonitore di locali che aveva venduto loro dei biglietti per uno spettacolo di strip in un altro locale, questa volta molto più lussuoso.
Malvolentieri andai.
Mi dispiaceva sostituire gli splendori del Rijsk con tette e cosce a go go.
Una volta dentro trovai da ridere abbastanza per non curarmene più.
Il locale si presentava questa volta con l’idea di una produzione seria e le prime prestazioni furono abbastanza curate.
Ad un certo punto si presentò una ragazza completamente paludata in pelle nera. In mano andava brandendo una minacciosissima frusta equina che si divertiva a far schioccare sul palco.
Ogni colpo veniva accompagnato da un “oooooh” spaventato del pubblico.
All’improvviso discese in platea e, in inglese, chiese un volontario per il suo show.
Ci trovammo, come a scuola, tutti quanti nascosti sotto le poltrone e tirammo un sospiro di sollievo quando un americano, spinto dal suo gruppo di compagni, accettò di accompagnare la gentile artista.
Il Cerbiatto ed il Pompa ripresero, dopo il terrore, una smagliante forma e cominciarono a prendere in giro il malcapitato.
Urlavano epiteti da trivio ed applaudivano senza sosta ogni scudisciata vergata dall’orrenda sadica. Il massimo lo raggiunsero quando mise in bocca al tipo una maschera con palla rossa in bocca. Rischiarono di morire affogati dalle risate. In quel momento maturai l’idea di riportare il cerbiatto dalla vichinga estrema della sera precedente.
Il fine settimana fu all’insegna delle faccende domestiche.
S’arrabbiò tantissimo con me perché le avevo comprato un asciugamano per il bagno. Non perché non lo volesse, ma perché non era grande come lo voleva lei.
Certo era piena di paturnie, pensai. Mi cacciò in camera mentre lei ripuliva la finestra di cucina e lì rimasi finchè non mi cacciò per pulire la camera. Il bagno lo avevo reso brillante fino dal mio arrivo, tanto che mi aveva pregato di non esagerare. Evidentemente lì era meno precisa di me.
Alla sera andammo alla stazione per vedere gli orari dei treni per Francoforte. Ci preparammo per la gita ed andammo a letto. Al mattino successivo ci svegliammo presto e, dopo le abluzioni e la colazione, andammo a prendere il treno.
Alla stazione arrivammo praticamente in orario, ma lei rimase indecisa nel capire quale treno fosse il nostro.
Lo scorsi da lontano e di corsa vi salii. Lei non volle e rimase a terra: ebbe paura di sbagliare.
Scesi mentre il treno già stava partendo e le chiesi perché non vi fosse salita. Le spiegai che si trattava del treno giusto, avevo preso abbastanza confidenza con le scritte tedesche al mio arrivo.
Ecco ritenni che questa fosse una delle differenze fra me e lei: io ero in grado di rischiare e lei no.
Si trattò di aspettare il treno successivo che arrivò un’ora dopo.
Avemmo il tempo di rilassarci di riprendere il dialogo.
Mi confessò che il giorno precedente, mentre faceva le pulizie, aveva desiderato di fare l’amore con me. Mi fece piacere ed il mio far finta di niente durò non molto. Una volta arrivati a Francoforte eravamo di nuovo abbracciati come bimbetti.
Erano finzione o realtà quei sentimenti?
Decidemmo di mangiare un hamburger presso un Mac Donald che si trovava in una piazza che aveva dei gradoni semircircolari per la seduta. Qui vi erano dei ragazzi che facevano evoluzioni con gli skate. Mentre mangiavamo li guardavo in silenzio, senza pensare a niente. Ad un certo punto mi disse che le sarei mancato. Le sorrisi.
Avevo capito che erano stati espressi solo finti sentimenti.
Arrivò l’ultimo giorno, il giorno della mia partenza. Facemmo l’amore per l’ultima volta, al mattino presto. Non ebbi da dire niente mentre mi accompagnava alla stazione. La salutai e senza più voltarmi indietro salii e tornai a casa.
Durante il viaggio di ritorno mi rintronai la testa di pensieri.
Mi ero lasciato andare a follie in quei mesi e questo era il finale.
Una volta a Siena decisi che dovevo riprendere assolutamente il controllo della mia vita.
Andammo a mangiare presso un ristorante in centro.
Qui affrontai di nuovo l’argomento e le chiesi perché avesse deciso così. La discussione che ne sorse fu priva di acredine e, da parte sua, molto diversa dall’atteggiamento aggressivo della sera precedente.
Mi disse che la sua vita era cambiata, che non poteva pensare di avere qualcuno in Italia mentre lei viveva all’estero. Le ribattevo che secondo me era possibile tutto e che bastava volerlo per renderlo realizzabile.
Poi arrivò al clou della discussione e disse che non mi amava più. Da quando? Mi stordiva il fatto che, fino a qualche giorno prima, era un continuo di telefonate e messaggi e-mail a giornata.
Mi disse che aveva maturato questo concetto già da quando era tornata per le vacanze natalizie.
Le chiesi perché non mi avesse detto questo in Italia. Affermò che a un certo punto il suo sentimento era svanito all’improvviso.
Le domandai di nuovo perché non me lo avesse detto per tempo, perché avesse continuato a volermi vedere, a parlarmi quando ero lontano.
Disse che se me lo avesse detto le sarei sfuggito per sempre.
Che senso aveva? Cosa caspita mi stava dicendo?
Mi arresi all’evidenza dei fatti e iniziai a sperare di poter trascorrere velocemente quelle giornate.
Mi era anche passata la voglia di fare l’amore con lei.
Tornammo a casa sua e andammo a dormire. Le dissi che avrei trascorso quei giorni organizzando delle gite. Lei aggiunse che nel fine settimana avremmo potuto andare insieme a visitare Francoforte che era là vicino. Era una buona escursione e l’accettai.
In buon accordo le proposi di fare la sua vita come se io non vi fossi.
Nei giorni seguenti mi gestii le uscite andando in giro per la città, visitando tutta la parte antica, la cattedrale, l’università, il castello. Fui anche fortunato mi trovai immerso in una festa di carnevale cittadino, in perfetto stile tedesco, con wurstel, crauti e tanta birra. Fu abbastanza divertente, naturalmente per quanto una persona triste e sola potesse accedere alla gioia carnevalesca.
Nel tempo che trascorrevo in casa continuavo a leggere a ritmi spaventosi e così i minuti, le ore, le giornate passarono relativamente in maniera veloce.
Una sera lei rimase a cena fuori con i suoi amici-colleghi ed io mi comprai una serie di formaggi e del vino francese. Bevvi un po’ e me ne andai a letto.
Quando lei tornò mi parve abbastanza ubriaca. L’aiutai ad andare a letto. Una volta sotto le coperte mi iniziò a baciare. La lasciai fare e, nonostante i miei propositi, facemmo l’amore.
Al mattino avevo dei rimorsi di coscienza. Mi alzai presto prima che lei andasse al lavoro: ero arrabbiato con me stesso perché avevo lasciato il sopravvento ai miei sensi. Non lo avrei più dovuto fare. Che uomo ero alla fine?
Preparai la colazione per entrambi e tornai a letto riaddormentandomi.
Non mi accorsi quando lei se ne andò a lavorare. La sera al suo ritorno volle baciarmi per ringraziarmi della colazione del mattino.
La mattina successiva mi svegliò con un bacio e mi chiese di non andarmene.
Se ne andò a lavoro, mi consegnò un mazzo di chiavi e mi disse di andarmene in giro a vedere la città.
Sarebbe rientrata verso le sei.
Seguii il suo consiglio, mi vestii e me ne andai in giro. Era una bella giornata, straordinariamente, per la stagione corrente. L’aria era fresca e pungente. Mi avviai all’esplorazione. Passo, passo arrivai nella parte storica. L’architettura era tipicamente nordica e rinascimentale, dominata da una castello posto in posizione rialzata. Respiravo a pieni polmoni l’aria fresca e pungente. Sarebbe stato possibile essere felici se mi fossi dimenticato ciò che aveva detto la sera precedente. Dovevo ragionare fra me e me cosa avrei dovuto fare, come mi sarei dovuto comportare.
L’amarezza della sera precedente era viva. La delusione era cocente e, a questo punto, si andava a sommare con tutto quanto avevo vissuto fino a quel momento.
All’improvviso mi parve di aver sostenuto uno sforzo titanico per sostenere una relazione impossibile. Mi ero sbagliato e, ancora in quel momento, non sapevo come giudicare lei. Ero in via di schiarimento mentale.
Feci pranzo da solo in un piccolo ristorante.
Qui decisi che la sera le avrei parlato.
All’uscita camminai per un po’. Intorno a me c’erano diversi giovani abbigliati in stile hip hop. Erano divertenti, un po’ bracaloni, ma divertenti. Non dovevo più pensare per cercare di vivere bene quelle giornate. Alla fine mi risultò stancante girellare così senza una meta e tornai al suo appartamento.
Iniziai a leggere Elianto di Stefano Benni in attesa del suo ritorno. Volli lasciarmi prendere dal libro. Mi serviva per non farmi travolgere dalla rabbia. Mi concentrai nella lettura e lasciai che il tempo passasse.
Lei tornò. Era sorridente ed allegra. Apparentemente era felice di avermi fra i piedi. La accolsi bene, ma le confessai che avremmo dovuto parlare.
Le chiesi se fosse il caso che io rimanessi con lei. Mi disse di sì. Anche lei evidentemente aveva riflettuto sul caso. Aggiunsi, allora, che avremmo dovuto cercare di vivere quelle giornate senza darci fastidio: l’avrei aiutata nella vita quotidiana ed avrei atteso il giorno della mia partenza. Dopo di che la nostra storia sarebbe terminata.
Seguì una pausa silenziosa. Poi annuì e ricominciò a sorridere ed a raccontarmi il suo tran tran quotidiano.
Uscimmo insieme per bere una birra.
Mi prese a braccetto come agli inizi della nostra relazione e, chiacchierando allegramente, mi condusse presso una birreria. Era fumosa ed affollata. Erano le sei del pomeriggio. Mi ordinò una birra gigantesca, una weiss. Era buona, poco gassata e sortì in entrambi un effetto positivo. In me smorzò l’infelicità del momento. Ricominciammo a guardarci come due fidanzatini. Attesi di uscire da quel locale per avere l’opportunità di abbracciarla e baciarla.
Ero sempre innamorato, purtroppo.