Da Lizard Island volammo di nuovo a Cairns e, qui avevamo prenotato il volo per Brisbane.
All’aeroporto ritrovammo in deposito il dipinto aborigeno e riiniziammo la procedura d’imbarco.
Durante il volo facemmo amicizia con la hostess, una bella ragazzona bionda, tipicamente anglosassone. Nonostante i nostri sforzi non volle cenare con noi, una volta arrivati a destinazione e, francamente, non credo che si sia perduta gran che.
A Brisbane prendemmo una macchina in affitto, un grosso fuoristrada rosso fuoco, con il quale raggiungemmo il nostro albergo. Una volta arrivati uno dei miei compagni di viaggio venne colto da un attacco di gioco d’azzardo virulentissimo. Aveva saputo che vi era un casinò e doveva andare assolutamente a giocarvi.
Cenammo quindi presso un ristorante dalla costruzione semisferica completamente vetrato: era una figata pazzesca soltanto entrarvi.
All’interno mangiammo subito la solita selezione di ostriche, per poi strafogarsi di crostacei vari.
Alla fine del pasto ci dirigemmo alla volta del casinò.
All’esterno appariva come una costruzione ottocentesca, completamente illuminata, con i fari che sparavano, dal basso verso l’alto, potenti fasci di luce, rendendo la costruzione una specie di castello da favola.
All’interno il lusso si sprecava. Marmi e ottoni a gran profusione ci circondavano, dando l’idea di essere arrivati al palazzo delle feste.
Mi voltai per capire che gente frequentasse quel posto e, con mia grande sorpresa, non vedevo alcun James Bond in smocking seduto al tavolo della roulette, né modelle che si aggiravano alla ricerca del pollo da spennare.
Vi erano molti uomini in maglietta. Non erano brutti, erano sciatti nel vestire. In ogni caso molto meglio delle signore che li accompagnavano che mi parvero delle virago, delle enormi energumene estremamente tettute. Sfido, mi dicevo, che in Australia vi è un tasso di omosessualità altissimo. Con le donne che hanno è facilmente spiegabile!
Mentre facevo le mie sperequazioni sul locale, il mio amico già stava perdendo al tavolo del black jack ed, in poco tempo, fummo in grado di tornarcene in albergo.
Il giorno successivo partimmo alla volta di Frazer Island.
Questa volta ci muovemmo con la macchina. Raggiungemmo un porto a circa 150 km di distanza da Brisbane dove ci imbarcammo su di un traghetto che raggiunse l’isola nel pomeriggio. Una volta arrivati nell’unico albergo dell’isola, andammo a fare la doccia e scendemmo nella hall. Qui vi erano svariate foto del Principe di Galles, Carlo, in visita ufficiale. L’aria condizionata teneva la temperatura ad un livello quasi polare ed eravamo completamente contornati da torme di pescatori e turisti di ogni parte del mondo.
A cena trovammo sul menù il coccodrillo. Naturalmente lo volli assaggiare e lo trovai veramente buono e saporito. Capita che anche il più antico predatore del mondo venga predato e divorato dal predatore più nuovo e più cattivo: l’essere umano.
Il giorno dopo prendemmo in affitto un’altra auto fuori strada, una Land Rover Defender, più adatta al territorio circostante. Prima di partire ci fecero un corso accelerato di guida in fuoristrada con dei filmati dell’isola. Il terreno era completamente sabbioso e pieno d’insidie di ogni genere, da fosse che si aprivano all’improvviso sulla strada, fino ad enormi radici d’albero nascoste sotto pochi centimetri di terra, in grado di rompere i semiassi di un carro armato.
Qui ci fecero anche una serie di raccomandazioni relative ad incontri con i famigerati dingoes, cani selvatici australiani, ai quali non avremmo dovuto dare confidenza.
Ci venne da ridere e partimmo.
La giornata fu fra le più belle di ogni viaggio da me precedentemente fatto. L’isola è fantastica: è piena di alberi enormi dai quali è facile veder uscire enormi lucertoloni lunghi un paio di metri che, lentamente, attraversano il percorso stradale, per niente infastiditi dalla tua presenza.
Delle radure con laghetti naturali si aprono improvvisamente alla tua vista, magari sovrastati da dune di sabbia, dove corri scivolando all’impazzata. Nei laghetti ti viene spontaneo di farci il bagno e chiaramente in uno di questi ce lo facemmo. Ritornato in Italia, un po’ di tempo dopo, ebbi modo di vedere un documentario relativo proprio a Frazer Island dove riconobbi facilmente il laghetto del bagno. In quel laghetto vi vive uno dei serpenti d’acqua più velenosi del mondo. Mi sentii gelare il sangue. Eravamo stati completamente incoscienti. Consumammo un pasto che ci eravamo portati dall’albergo e con l’odore del cibo venimmo immediatamente circondati dai cani. Non ci restò che terminare il pasto rinchiusi nella macchina.
Arrivati sulla spiaggia, ci stupimmo dell’ampiezza di questa.
Qui, a causa delle piogge, si aprivano dei profondi canali che arrivavano fino al mare. Decidemmo di fermarci un po’ per scattare delle foto. Mentre scattavamo vedevamo pescatori con enormi canne da pesca in azione, auto in scorrimento pressochè continuo, stile autostrada e, addirittura piccoli aerei che là atterravano e decollavano.
Decidemmo di continuare l’esplorazione dell’interno che ci parve cosa più bella. Mentre ero alla guida, cominciai ad avvertire degli strizzoni alla pancia violentissimi. Il coccodrillo della sera precedente si era preso la rivincita sul predatore, forse e mi costrinse ad una fermata improvvisa fra gli arbusti. Qui venni pizzicato da un insetto in una parte del corpo che difficilmente potrei spiegare, e, essendo io dai tempi del Costa Rica troppo sensibile al veleno degli insetti, venni colto da un prurito allucinante e da gonfiore immediato.
Fu difficile il ritorno in albergo.
Non avevo dolore ma ero costretto ad una gestualità ben poco ortodossa in società.