Nello stesso momento in cui stavo elaborando il fumetto, avevo, per altro, iniziato il tradizionale lavoro operettistico.
C’era stato un cambio generazionale nel gruppo dei Goliardi: alcuni dei miei collaboratori che avevano recitato e scritto con me i testi e le musiche dei lavori, dall’anno duemila fino a quel momento, si erano laureati e, come vuole la tradizione avevano cessato la loro partecipazione attiva lasciando spazio ai più giovani.
Mi ritrovavo, dunque, nella condizione di dover costruire un gruppo di lavoro nuovo. Crebbe la volontà di un giovanotto nuovo per l’ambiente goliardico, ma vecchia conoscenza per me, visto che proveniva dall’esperienza di scrittura della commedia del liceo classico. Questi creò un gruppo di appassionati e costruirono insieme un copione nuovo ed originale. Fu determinante, in quegli anni, il passaggio da una trama parodiata ad una originale, in quanto si protendeva ad un processo intellettuale di rinnovamento.
Anche il regime delle prove venne approfondito e per l’occasione provammo ad aggiungere, negli stessi locali, le prove dell’orchestra, affinchè il lavoro procedesse in maniera unita.
Dal gruppo, alcuni ragazzi giovanissimi portarono una notevole spinta artistica e, da loro, ricevetti una spinta in più per curare al meglio certi dettagli.
Camilla, la mia scenografa, vista l’ambientazione egiziana, mi preparò un progetto particolare dove andava a fondere l’esperienza che aveva fatto l’anno precedente con le grosse sculture in carta pesta con la possibilità di decorare a mano vaste superfici in polisterolo, offrendo così un’immagine che poco aveva da invidiare all’opera lirica. Grosse colonne in polisterolo tridimensionali avrebbero fatto da cornice ad un grosso trono che era sormontato da una enorme statua di Cleopatra, la cui faccia era in tutto e per tutto identica al ragazzo che avrebbe interpretato Cleopatra stessa.
In quei giorni l’amministrazione comunale aveva progettato di chiudere il Teatro dei Rinnovati, per lavori di ristrutturazione. Il progetto fu quindi pensato per l’altro teatro, splendido per altro, dell’Accademia dei Rozzi.
I due teatri sono decisamente diversi: il teatro dei Rozzi è uno spazio rinascimentale, creato per il lavoro teatrale di quei tempi. Anche se è stato ristrutturato recentemente, certi spazi architettonici non potevano essere variati, limitando, di fatto, l’azione dello scenografo.
Il teatro dei Rinnovati, che era andato ad occupare un vasto spazio consiliare dentro al palazzo comunale nel settecento, offre un palcoscenico decisamente più ampio e profondo, concedendo scelte scenografiche più libere.
C’era anche un fattore affettivo importante che mi faceva un certo effetto: tutta la mia carriera, fin da quando ero attor giovane, si era svolta là dentro dove avevo preso la mia passione ed i miei rudimenti.
Pensavo che avrei potuto incontrare chissà quali difficoltà nell’altro teatro e trovavo la nuova soluzione disdicevole.
Invece, all’improvviso, la direttrice del teatro, che soffriva il terrore della devastazione dei locali nuovi, visto anche il ritardo dell’appalto dei lavori, decise di farci allestire l’Operetta nel teatro “vecchio” per l’ultima volta.
La notizia portò entusiasmo nelle file dei Goliardi. Evidentemente non vedevo solo io il cambiamento come una iattura.
Il Princeps, la scenografa ed io ci trovammo nella condizione di dover variare l’impianto scenografico all’improvviso, con pochi giorni a disposizione, per adattarlo alle diverse e più grandi dimensioni degli spazi recitativi.
Andammo a trovare diverse altezze per le colonne, per pareggiarle con l’arlecchino, mediante nuovi blocchi di polisterolo che posizionati centralmente avrebbero donato i centimetri mancanti.
Vennero aggiunte quattro colonne nuove per completare meglio lo spazio e comportarono uno sforzo economico pesante per il Princeps che aveva pensato a spese ben diverse.
La scenografa riuscì a decorare in tempi leciti le parti nuove.
La zona del trono venne ampliata e rialzata per dare profondità ed il risultato fu ottimo.
La costumistica fu bene adeguata e, devo dire, fu bravo il giovanotto che vi si dedicò.
L’impatto ottico fu spettacolare per il pubblico e rese lo spettacolo maggiormente piacevole.
L’Operetta venne più che decorosa e fu prodroma dei cambiamenti successivi.
Progettammo una mega vacanza.
Talmente erano stati belli i viaggi precedenti e, soprattutto, ben raccontati, che si erano voluti aggiungere a noi due viaggiatori ormai storici, altre sette persone.
Eravamo tutti Goliardi, della stessa età ed avevamo condiviso numerosissime esperienze assieme.
Nonostante questo, viaggiare e condividere decisioni in così tanti non è semplice.
Eravamo consapevoli di queste difficoltà e, fin dalla fase progettuale, ci eravamo dati il concetto di libertà decisionale sul posto: se avessimo avuto idee diverse ci saremmo divisi senza porsi problemi.
D’altronde non eravamo mica fidanzati.
La destinazione era il Venezuela.
Da questo paese ci si aspettava molto: natura, natura selvaggia, mare, montagne, foreste.
Lo pensammo come un viaggio che coprisse tutti gli aspetti.
Come al solito, non organizzammo niente dall’Italia: avevamo solo il volo di andata e di ritorno e la prenotazione in albergo per la prima notte.
A me spettò organizzare una sorta di servizio taxi che ci accompagnasse all’aeroporto a Fiumicino e, naturalmente ci venisse a riprendere. Stipendiammo delle matricole, che notoriamente sono assetate di denaro, affinchè ci offrissero i loro servigi. Per l’andata tutti si fidarono ciecamente, per il ritorno i miei compagni di viaggio furono scioccamente dei malfidati: pensavano che ci lasciassero a Roma.
Invece la mia organizzazione fu perfetta.
Arrivati all’aeroporto di La Guaira, ci trovammo di fronte uno spettacolo eccezionale: una montagna verde si stagliava adiacente al mare. E’ uno spettacolo bellissimo, obbiettivamente poco contaminato. Sicuramente dovette fare grande effetto anche ai navigatori esploratori cinquecenteschi.
Prendemmo dei taxi per raggiungere Caracas.
La città si trova in una conca, di origine vulcanica, al di là della serie di montagne.
L’odore che veniva scaturito dalle auto era completamente diverso dal nostro. Obbiettivamente ci sembrava di essere in un altro mondo.
Obbiettivamente lo era.
Appena iniziato a spoggettare, apparivano i “Rancitos”, povere costruzioni che si accalcavano l’una sull’altra. Passando con la macchina riflettevo su chi vi dovesse abitare, come potesse vivere.
Poco dopo assistemmo sempre sulla strada ad una scena cruda: un furgone della polizia era fermo sul ciglio della strada. All’esterno vi erano delle persone con le mani alla testa e dei poliziotti, con un gilet con la scritta “omicidios” che brandivano delle armi verso i malcapitati.
Ci rendemmo immediatamente conto che eravamo arrivati in un posto dove occorreva prestare attenzione.
Nel settore Feriae Matricularum era diventato Princeps “Carletto”, un bravo ragazzo, di grande statura morale, serio, fin troppo e, diciamolo pure, ricco.
Era così soprannominato “Carletto” per una sua somiglianza con Carlo Sassi, noto giornalista sportivo in quegli anni in voga alla moviola.
I Goliardi anziani lo avevano caldeggiato durante il periodo elettorale sognando cene pantagrueliche condite da ogni genere di vizio.
Invece la sua elezione scontentò gran parte dei Goliardi giovani, i quali lo contestarono durante tutta l’annata: non si sentivano ben rappresentati. Lo ritenevano assolutamente non in grado di portare avanti il gruppo.
Di certo i due candidati che furono trombati non si erano impegnati meno di lui in campagna elettorale.
Anzi anche loro avevano pagato laute cene agli anziani.
Proprio per questo, durante l’annata, lo ostacolarono moralmente e, a seguito di un Operetta non ben riuscita, riuscirono a praticargli la cosiddetta “damnatio memoriae”.
L’ultimo giorno di Feriae, il sabato, mentre passava la Mille Miglia dal centro, gli studenti, come al solito, davanti al Nannini Conca d’Oro, facevano il muraglione umano.
Si trattava di una curva umana finta che indicava un percorso sbagliato alle macchine, imbrogliando il pilota di passaggio con un applauso.
Naturalmente era uno scherzo forte che piaceva tanto alle persone di passaggio: una volta una mia amica, che viveva in Germania, mi telefonò per dirmi che mi aveva visto alla TV di stato tedesca, mentre facevo il cretino con le auto storiche.
Lo scherzo terminava con l’intervento della Polizia in moto che, sorridendo, si imponeva e lasciava scorrere il traffico nel giusto senso.
Durante quell’annata il divertimento fu prolungato ed il Princeps non riuscì a mandare i Balioti ad approntare il pranzo che si sarebbe poi svolto nell’entrone del Palazzo Comunale, in Piazza del Campo.
Partì una polemica infernale contro il povero Carletto, che veniva accusato di essere stato di poco polso.
Fu momentaneamente destituito dal proprio compito. Gli furono tolti i paramenti, il Mantello ed il Goliardo e furono affidati a me, ormai maggiormente affine ai dottori, affinchè gli facessi vedere come avrebbe dovuto organizzare quell’evento.
Per tutto il pomeriggio rimasi con i suoi paramenti addosso.
Poi, la sera, prima dell’avvio dell’Operetta, lo ammanettammo addirittura ad un termosifone del fumoir del teatro, affinchè non cantasse l’inno di partenza dell’Operetta.
Venne il padre e la madre a raccomandarsi che lo sciogliessimo e che lo lasciassimo terminare il proprio compito.
Mossi a compassione, venne liberato.
Anche quelle Feriae ebbero così il loro momento di gloria.
Il Princeps Carletto, nella lapide posta a memoria dei Princeps nel chiostro della cattedrale di S. Francesco, oggi sede della facoltà di economia, venne scolpito col cognome scorretto e volutamente storpiato dal Princeps dell’anno successivo.
Fu ingiusto nei suoi confronti.
Il 1994 è un anno in cui non ho fatto spettacoli di nessun genere.
Stranamente.
Avevo cessato l’impegno in Contrada per quanto riguardava gli spettacoli estivi.
Avevo terminato, narrativamente parlando, il ciclo che mi ero preposto. Dovevo trovare nuove idee e nuovi spunti.
L’esperienza in regia fatta al Liceo Classico era apparentemente conclusa.
Non avevo neppure la scadenza biennale degli spettacoli per bambini. Quindi mi sentivo in vacanza totale, pronto per ogni genere di stupidaggini.
Fra le varie potrei raccontare questa.
La mia famiglia è proprietaria di una piccola azienda agricola nei pressi di Castellina in Chianti, dove si produce vino ed olio.
La casa è posta nel corpo di un piccolo borgo medievale ubicato a mezza collina.
Il panorama, nelle giornate chiare, è strepitoso.
Da una conca, di origine vulcanica, con gli occhi si spazia verso la Val d’Elsa, si superano le colline del volterrano, dove si ergono, apparentemente immobili, i soffioni boraciferi, fino ad arrivare a supporre il declinare successivo verso la Val di Cecina.
Al di sotto degradano vigneti fino alla base della conca, dove vi è un casale dove vi abitano i proprietari della azienda agricola confinante con la nostra.
Una bella azienda di Chianti Classico con vigneti bagnati dal sole.
Sono cresciuto con i tre fratelli, oggi proprietari di quell’azienda.
Con il maschio abbiamo fatto, in sezioni diverse, il Liceo assieme e tutto il corso goliardico di Feriae Matricularum. E’ un ragazzo eccezionale, generoso, buono d’animo. Insomma, un vero amico, di quelli che ti porti dietro per il resto della vita.
Il padre, un signore di classe, a volte un pò burbero, ma, a proprio modo simpatico, all’epoca, ancora dirigeva l’azienda.
Era quello un momento di gran tiro per il vino: gli americani erano clienti ottimali. I loro rappresentanti venivano in Italia per comporre gli ordini ed eravamo molto soddisfatti per gli affari. Di certo ci trovavamo in una situazione molto diversa da quella odierna, dove ci troviamo di fronte ad una congiuntura economica negativa ed ad una forma di concorrenza mondiale straordinaria.
In primavera invitai degli amici Goliardi a pranzo.
Era una domenica. Me lo ricordo nitidamente perché vi era il Gran Premio di San Marino a Imola. Fu, per l’esattezza, il giorno che Senna ebbe l’incidente mortale.
Alla fine del pasto, un po’ perché volevo ascoltare le notizie del Gran Premio, un po’ perché non volevo che mi disturbassero mentre lavavo i piatti, cacciai gli amici fuori di casa a fare una passeggiata. Doveva servir loro in funzione digestiva, vista l’enorme quantità di vino e cibi consumati.
Invece cosa fecero?
Vista la giornata di sole, il contatto con questa natura bella e selvaggia, decidono di rigenerarsi, di ritemprarsi, di riportarsi alle origini primordiali. Insomma si denudarono completamente e presero a correre nei vigneti adiacenti al casale sottostante. Il tutto bestemmiando e spisciazzando qua e là, come dei veri esseri brutali.
Se ci fosse stato il mio amico non sarebbe accaduto nulla, vista la nostra comune origine goliardica.
Invece vi era il padre con un gruppo di clienti americani che stavano stipulando un contratto per la fornitura di un notevole quantitativo di vino.
Dalle mie finestre aperte avvertii delle urla.
Dopo pochi minuti i cretini apparvero ansimanti a casa e mi dissero che c’era stato uno che li aveva minacciati di morte. Non avendo visto che erano stati nudi, non mi rendevo conto della portata dell’accaduto.
Ad un certo punto mi rivelarono il misfatto. Li feci sloggiare immediatamente.
Tornammo velocemente a Siena.
Nei giorni successivi il mio amico sospettò che li avessi comandati io e dovetti rassicurarlo.
Non ero responsabile del misfatto. Allora studiò, in accordo con il padre, una forma di accomodo: li avrebbe chiamati a casa, a Siena, affinchè si scusassero.
L’incontro avvenne dopo quasi un mese.
Si presentarono col capo cosparso di cenere e le mani gonfie di regali. Erano una truppa di vergognosi scellerati. Dopo una lunga ramanzina, dove loro si sarebbero prestati ad ogni genere di angheria pur di riparare il danno recato, il padre gli fece comparire, da dietro ogni suppellettile, i loro amici Goliardi, precedentemente nascosti, che li sbeffeggiarono bellamente.
La loro vergogna si trasformò in smacco.
A Siena, nel frattempo, non era cambiato apparentemente niente.
Inoltre, visto che avevo smesso di fare le Feriae attivamente, mi ritrovavo con il ritmo di vita da cambiare.
Era principalmente un’idea, visto che, in questi anni, ho cambiato ben poco nelle mie routinarie abitudini.
Nella mia testa c’era però un cambiamento da affrontare ed avrei dovuto trovarmi una nuova collocazione.
Era il 1994.
Il Cavaliere era sceso in campo ed aveva travolto le elezioni. Da magnate a Presidente di un club calcistico, fino ad arrivare ad inventore di una nuova forza politica: un viatico impressionante, sia per chi ne pensi bene, sia per chi ne abbia valutazioni completamente negative.
Senza considerare che all’azione proposta dalla nuova forza politica ha risposto una reazione del polo opposto che ha fornito gli argomenti di discussione politica che son durati fino ad oggi.
Per quanto mi riguarda volli trovare in quell’anno motivo di divertimento, accettando di finanziare una squadra che faceva una campionato mini amatori a sette.
Si chiamò “il Leone di Fresco”.
Divenne una splendida scusa per tenere un gruppo di persone in forte aggregazione e, per me una forma diversa di comunicazione. Ero la presa in giro di un qualsiasi presidente calcistico e, nello stesso tempo davo l’idea di stare nel mezzo ad un calcio sano.
Tengo a precisare che quell’anno si disputavano anche i mondiali e, di conseguenza, si avvertiva questa spinta emozionale sportiva, partecipando, catarticamente, ad ogni genere di manifestazione che abbracciasse questo sport: dalle collezioni delle figurine, alla partecipazione attiva ai campionati minori.
Dopo una scarsa prestazione ad un primo torneo, il Leone di Fresco iniziò una lunga strisciata di successi: un secondo posto perduto in finale con la Società Duprè, dove perdemmo l’agone ma acquisimmo il concetto di squadra e di vittoria.
Nel torneo successivo, durante una delle prime partite, venni squalificato per un mese per proteste nei confronti dell’arbitro.
Ero furibondo per una svista arbitrale.
La squadra inquadrò la decisione come un affronto da lavare nel campo e vinse il torneo. Da quel moento ne vinse altri due di fila e, nel campionato che si disputava per coloro che avevano superato i trentacinque anni d’età, si classificarono terzi.
A me andò il titolo di dirigente-allenatore “top seven”.
A fronte dei buoni risultati portavo la squadra a cena. Ad una di queste cene regalai a tutti la cravatta sociale, color oro, naturalmente, con un leone rampante stampato al centro. Anche questo divenne fonte di risate tremende.
Ad una cena di Palio, ebbi modo di conoscere il Presidente della Roma, Sensi. Spavaldamente lo chiamai a gran voce e, con l’aiuto della moglie, ebbi modo di scambiarci queste due parole: “Mi scusi, è lei il dott. Sensi, Presidente della Roma ?” “ Sì!” “Piacere io sono Luca Virgili, Presidente del Leone di Fresco, una squadretta di amatori. Le volevo chiedere: cosa ha vinto lei?” “Per ora niente” “Ecco la mia squadra ha vinto gli ultimi due tornei di questa città, però è uina squadra povera. Mica mi potrebbe aiutare con una muta di maglie?” Si mise a ridere, mi strinse la mano e chiese dove potesse spedirle. Detti l’indirizzo della mia Contrada e lì, dopo due mesi, arrivarono.
Cervone, Moriero ed altri nomi dei giocatori di allora erano stampigliati nel dorso delle maglie e, per un annetto la mia squadra giocò con quelle maglie e divenni oggetto di articoli sulla stampa cittadina.
Lo stesso lo facemmo con le maglie della Sampdoria e ci spedirono una muta con la scritta “Samp for peace” evidentemente utilizzate per una partita giocata per beneficenza. Vista l’assonanza dei colori con quelli della mia Contrada, anche oggi, utilizziamo queste maglie, con stampato il decennale 1994-2004 e le tre stelle dei tre campionati vinti.
Il Leone di Fresco continua a giocare, con risultati alterni.