In quella annata, per il capodanno, ero stato invitato a casa del Princeps. Essendo lui un nobiluomo per davvero, oltre che per il titolo acquisito in Feriae Matricularum, era rifornito di miracoloso villone settecentesco immerso nella campagna immediatamente adiacente alla città. Qui aveva organizzato una cena di braci varie dove mi presentai laborioso, tanto è vero che mi dedicai con passione alla cottura delle varie carni. Nel frattempo delle persone di servizio portavano a tavola, antipasti e primi a gògò.
A tavola ebbi dei plausi per l’ottima cottura e mi resi conto di essere un vecchiarello nel bel mezzo di un gruppo di ragazzi giovani, che, naturalmente avevano le tensioni e le richieste della loro età.
Non ne volli fare un cruccio.
Già alla tradizionale festa degli auguri che precedeva il capodanno duemilatre mi ero trovato in quella condizione, ma, devo dire, me l’ero cavata bene ballando come un forsennato con una giovane amica austriaca ed avendo un velocissimo flirt con una giovanissima ragazza a centro pista. Addirittura le sue amichette young vennero incredule a vedere cosa stesse accadendo ed ebbi un attimo di sconturbo interiore. Da una parte mi sentivo inorgoglito e stupidamente maschio., dall’altra mi chiedevo perché avesse scelto me fra tanti. Capii dopo che poteva essere un suo modo per fare punteggio con le sue amiche.
Per tornare al capodanno, alla fine della cena, dopo il brindisi della mezzanotte, decisi di salutarli, grato dell’invito, e, mentre loro se ne andavano a ballare ad una festa organizzata presso il teatro di un paese vicino, decisi di andare a fare un giro in centro.
Del resto il capodanno non è mai stato il mio pezzo forte, quindi una passeggiata mi pareva sufficiente per il divertimento che andavo richiedendo alla serata.
Procedendo per il corso cittadino, al pari di piazza Tolomei venni fermato da una ragazza che conoscevo relativamente. L’avevo incontrata si e no qualche volta a delle feste e mi era stata presentata dai miei ragazzi, essendo lei una loro coetanea.
Mi parve strano che fosse sola a capodanno e le chiesi cosa facesse, mi disse che era stata abbandonata in extremis dal tipo con cui usciva. Mi sentii improvvisamente incoraggiato e la invitai a prendere una cosa da bere. Qui, memore della pubblicità che recitava l’arrabbiatura della donna abbandonata che esce e va col primo che incontra, provai senza freni inibitori e le chiesi se avesse voglia di fare l’amore con me.
Naturalmente ero pronto a ricevere uno schiaffo, una serie di ingiurie, uno sfogo personale relativo al personaggio che l’aveva lasciata sola a capodanno. Invece mi disse che ci avrebbe pensato e mi stupì.
Anzi mi lasciò quasi senza fiato.
Mica ero più abituato a questi colpi di scena. Finchè ero stato giovane e ardito mi pareva normale, ma da maturo non mi pareva più possibile e, quindi, quella risposta mi lasciava basito.
La condussi fuori dal bar e facemmo una passeggiata esplorativa giusto per approfondire la nostra conoscenza fino al Duomo, lì ruppi gli indugi e provai a baciarla e mi stupì di nuovo perché, mentre io stavo pensando di romperli lei lo stava già facendo e mi trovai appiccicato ad un muro in piena pomiciata.
Da lì mi trascinò per un braccio verso dei giardini poco distanti, detti Orti del Tolomei, dove nel pieno del freddo glaciale mi mise in una panchina e fece di me quello che volle.
Fino ad un certo punto.
Morivo dal freddo e le chiesi di andare presso il mio studio che era comodo, caldo e, comunque, centralissimo. Arrivammo là e qui mi accadde il dramma.
Non ci fu verso di avere più un’erezione.
Terribile.
Mi sentii avvilito e la licenziai con enorme dispiacere.Nel frattempo era arrivato il capodanno più atteso.
La città venne aggredita per la prima volta da frotte di persone. Già dal mattino si vedevano circolare persone non di Siena.
Questo non è per noi un fenomeno sconosciuto: Siena è una città d’Arte con un turismo piuttosto forte. Ma vedere le masse fuori stagione fu un notevole colpo d’occhio.
Certamente fu un successo per i ristoratori che si trovarono i locali pieni, per gli alberghi e le strutture recettive, che, in quel momento apparentemente così promettente, iniziavano una profonda trasformazione verso il miglioramento delle strutture. Vi era alle porte anche l’ingresso dell’euro che sarebbe avvenuto l’anno successivo e le speranze di una congiuntura economica migliore rendevano credibili gli investimenti volti al turismo.
In breve non vi era soltanto un’euforia generica determinata dal cambiamento di secolo e di millennio, ma anche una forma di speranza verso il futuro non più tanto remoto degli anni duemila.
Nonostante la pressione di tanta gente, in Piazza del Campo tutto scorse liscio e la nostra festa all’interno dell’Accademia fu una gran bella festa, elegante, anche se la prestazione dei Camaleonti si rivelò un po’ fiacca a fronte delle richieste della gente, che avrebbero forse maggiormente gradito qualcosa di più commerciale e festereccio.
Verso la fine della serata volli provare un approccio con una donna.
Mi volevo mettere alla prova.
Erano trascorsi degli anni dalla mia ultima vicenda e mi volevo scuotere dalla castità forzata a cui mi ero sottoposto.
La donna che scelsi non era bella ed era di qualche anno più grande di me, ma, proprio per questo non mi impauriva.
Devo dire che la complicità di questo capodanno fece il resto e in men che meno ci ritrovammo avvinghiati presso il mio studio. Una volta dentro, però, a lei vennero dei dubbi perché avvertì inspiegabilmente una difficoltà determinata dalla differenza di età e chiedendomi di non prenderla in giro e di andare con le ragazze più giovani, se ne andò. Sparì nella nebbia del mattino che avanzava così come era apparsa.
Evidentemente aveva avuto delle delusioni anche lei e, in maniera misteriosa, ci eravamo avvicinati, annusati e ci eravamo riconosciuti senza bisogno delle parole.
Le persone ferite gravemente non producono ferite agli altri, sapendo quanto è dura la sofferenza.
Il Principe durante quella festa mi stette accanto tutta la sera.
Là socializzammo con tutti i dottori più vecchi e, questa serata divenne estremamente significativa successivamente, quando venne il tempo delle Feriae Matricularum e, di conseguenza, della messa in scena dell’Operetta.
In loro trovammo appoggio incontrastato sia in teatro che fuori.
E’ bello pensare che i Goliardi, nonostante vite diverse, idee spesso contrastanti, abbiano, a volte, la forza di avvertirsi come un corpo unico e di rispondere agli appuntamenti in maniera solidale.
Il 1999 significava principalmente la fine del secolo e del millennio.
In verità un terrore millenaristico si nascondeva tra le pieghe del normale pensare. Sarà stato per una forma di comunicazione generale mediante la quale si cercava un’assonanza con l’altra fine del millennio.
Ma l’unico serio pericolo di crash di tutto il mondo veniva indicato nel “Millennium bug”, una falla nei computer di tutto il mondo al cambio esatto della data.
Per mesi, tutti i giorni se ne sentivano ripetere i rischi in TV e, naturalmente su internet, che nel frattempo era diventato di gran lunga il mezzo di comunicazione di massa più diffuso nel mondo.
La gente cominciava ad organizzare la festa di capodanno già in estate.
Durante il viaggio in Australia con i miei compagni di viaggio ci eravamo dichiarato i nostri intenti in relazione a quella data fatidica.
Dissi loro che, visto che, siccome gran parte della mia vita l’avevo trascorsa tra i Goliardi, avrei voluto trascorrerlo assieme a quel gruppo.
Per l’appunto i Goliardi, vecchi e giovani, mummie e gli studenti di quell’annata, stavano mettendo su un Comitato organizzativo, teso a produrre eventi per il nuovo millennio.
Alla fine aderimmo tutti a tutte le iniziative che avevano pensato.
Principalmente stavano organizzando una festa all’interno dell’Accademia dei Rozzi. Per l’esattezza in platea.
Avevano prenotato i Camaleonti dopo milioni di discussioni su chi chiamare a suonare.
Si agitarono molto nel periodo estivo per cercare di organizzare tutto con precisione.
Bisogna aggiungere che il Comune di Siena, nel frattempo, si stava attrezzando per organizzare un concerto in Piazza del Campo con Gianni Morandi e la gente stava iniziando a preferire l’evento all’aperto rispetto a quello proposto da questi amici al chiuso.
Quindi tutti i loro propositi bellicosi di essere unici nell’organizzazione andarono scomparendo passo, passo che ci si avvicinava al periodo invernale.
Durante il Palio di luglio e di agosto venni contattato di nuovo per la TV per partecipare di nuovo al talk show. Questa volta non dovevo più presentare libri, ma fare l’opinionista.
La cosa mi riuscì abbastanza bene, soprattutto d’agosto, quando, a causa dell’ennesimo cavallo grigio toccato in sorte alla mia Contrada, mi lasciai andare ad uno sfogo di insoddisfazione particolare che raggiunse toni elevati.
Non voglio fare del razzismo equino: un grigio può tranquillamente galoppare di più di un baio e nella storia della Festa spesso hanno vinto dei grigi.
Il fatto è che per una venticinquina d’anni ci erano toccati quasi sempre dei grigi: pareva una maledizione. Evidentemente non pareva solo a me, visto il seguito che ebbi in quella esternazione.
Sta di fatto che la televisione lentamente stava prendendo piede all’interno delle mie attenzioni hobbistiche.
Il primo dell’anno ce ne andammo a fare una gita nella foresta pluviale australiana.
Non posso dire di essere un vero esperto di foreste, ma ne avevo già viste tante e quella che mi si presentava davanti dava un senso di asettico, di poco selvaggio. Già il fatto di arrivarvi con un trenino d’epoca tagliando per una mezza costa della collina faceva parecchio disney, poi, una volta giunti alla destinazione, vi erano una serie di “store” chiapparelle per turisti con tutto dentro.
In ogni caso vedemmo una serie di pappagalli multicolore bellissimi e ragni, come al solito, giganteschi. Ormai non ci spaventavano più come ai vecchi tempi amazzonici.
Trascorremmo la giornata lietamente, nel frattempo mi stavo spellando completamente. Parevo un serpente che muta la pelle.
Al ritorno avrei voluto comprare un didgeridoo, uno di quegli strumenti etnici degli aborigeni che fanno quel suono ipnotico tipico dei film stile Crockodile Dundee I,II,III.
Meno male mi convinsero a non farlo. Avevamo già l’incredibile tubo da disegno da dover trasportare di volta in volta e aggiungere un altro corpo morto, per di più, enorme sarebbe stato da pazzi. Senza contare che mi sarebbe mancata la capacità per suonarlo e non credo che a Siena, nonostante il conservatorio, le varie scuole di musica e la Chigiana vi sia un corso relativo a quello strumento.
Tornammo a Cairns dove effettuammo gli ultimi acquisti: CD musicali a basso costo, delle magliette con dei pescioloni per le bambine di un nostro amico etc. Insomma le cose tipiche che fai quando in viaggio arrivi all’ultimo giorno in un posto.
Da Cairns volammo a Lizard Island, isola sulla barriera corallina.
Vi andammo con un aereo a otto posti e, come al solito, ci salimmo facendo gli scongiuri di rito.
Il volo fu tranquillo ed atterrammo in questo luogo realmente ameno. Anzi quando i nostri avi hanno creato il termine “ameno” penso che si siano ispirati esattamente a questi casi.
L’isola è esclusivamente deserta tranne che per coloro che lavorano per il resort ed i suoi ospiti.
Il lusso è a livelli molto alti. Il panorama è pazzesco. Il mare è eccezionalmente bello.
Ma eravamo soli.
Meno male che ci dovevamo stare solo un paio di giorni, altrimenti si poteva anche dare di fuori di testa.
Diciamo che una vacanza in quel posto è adatta per chi ha da smaltire le tante tossine della vita urbana ed industrializzata. Credo che anche una coppia in viaggio di nozze possa annoiarsi alla lunga, nonostante la bellezza del posto.
Qui scoprimmo di avere ogni genere di vizio a disposizione. Solo il cognac ed i sigari non erano compresi nel prezzo.
Quindi decidemmo di dare sotto a tutte le nostre richieste.
Al mattino prendevamo maschera e pinne, una barchetta a motore, cesto per il pranzo, carne o pesce a scelta e ce ne andavamo ad esplorare i vari isolotti vicini.
Il bagno risultava strepitoso. Pesci multicolori a moltitudini che ti nuotavano intorno davano l’impressione di stare in un luogo non contaminato e vergine.
La fantasia volava e arrivare a pensare a situazioni idilliache stile “Laguna blu” era un fatto spontaneo.
A quel punto sbarcavamo e, dopo aver apparecchiato con una bella tovaglia a quadri sulla spiaggia, con appetito, davamo l’attacco al lussurioso pasto.
Già. Mi ero dimenticato di dirvi che non eravamo soli.
Non appena arrivavamo a terra venivamo attaccati dai gabbiani, che, completamente privi di paura, cercavano di derubare ogni nostra pietanza.
Altro che laguna blu! Ci trovavamo di fronte a Hitchock e “Uccelli” forse era il film di riferimento più adatto a quella occasione.
La sera a cena, da soli, bevevamo delle belle bordolesi di vino australiano e, un po’ brilli, ci lasciavamo andare al cazzeggio più completo.
Il tutto durava fino all’arrivo del solito fax della fidanzatina arrembante. Da quel momento c’era il massacro del nostro compagno di viaggio, meritevole dei peggiori epiteti, secondo il nostro punto di vista: eravamo una specie di soldataglia in gita.
Dimenticavo anche un’escursione con un barcone con la chiglia trasparente che permetteva di vedere il fondale, naturalmente chiarissimo. Per l’occasione avevamo comprato delle Kodak impermeabili che ci portammo dietro per il bagno.
Qui tentammo audaci foto sottomarine e, durante i vari tentativi, ne riuscì uno in particolare: due squali che inseguivano un gruppo di tonni.
Facemmo le foto e scappammo sulla barca. Roba che si avvicinava alla miracolosa camminata sulle acque del nostro Gesù.
Eppure ci avevano detto che gli squali non attraversano mai la barriera!
Mai fidarsi degli autoctoni!
Ma non era ancora finita.
Ancora speravo di poter concludere positivamente la mia relazione con la signorina.
La situazione precipitata avrebbe potuto sortire effetti positivi. Lei avrebbe potuto sciogliere il suo fidanzamento, visto l’accaduto.
Ma non voleva: sosteneva di voler temporeggiare fino alla sua partenza per la Germania.
Quando poi fosse stata là, avrebbe potuto sciogliersi più semplicemente per ordinaria consunzione derivante dalla lontananza.
Continuava ad imbambolarmi.
Quando si legge che l’amore è cieco è vero. E’ proprio vero. E lo era anche per il suo fidanzato ufficiale.
Anche lui pendeva dalle sue labbra. Così accettammo la sua partenza e rimanemmo a guardarsi in cagnesco ogni qual volta ci incontravamo.
Partì.
Era completamente spaventata. Non è semplice partire per tanto tempo, andare in un paese straniero, doverne imparare la lingua, iniziare da capo a costruire una propria rete sociale di conoscenze, curarsi se malati. Ma lei fu coraggiosa e forse era anche ambiziosa.
Mi sentivo stupidamente responsabile nei suoi confronti.
Le telefonavo in Germania. All’inizio, prima di trovar casa, abitava presso una famiglia di conoscenti suoi. Così ecco le telefonate me le passavano i legittimi proprietari. Chissà cosa avranno potuto pensare, vedendola rispondere a me e, sicuramente al suo fidanzato?
Avevo da poco istallato internet in ufficio. Ci mantenemmo in contatto quotidianamente con i pc. Questo strumento aveva abbattuto le barriere della distanza ed avevo la sensazione di viverle a contatto.
Mi pareva che da quando era partita il nostro rapporto fosse addirittura migliorato. Pensavo, speravo, che vivere in un’altra città, lontano dal suo fidanzato, potesse averle schiarito la testa per quanto ci riguardava.
I primi venti giorni trascorsero velocemente e, per le vacanze natalizie, tornò a Siena.
Ci vedemmo subito e subito facemmo l’amore. Come se non fosse accaduto niente, come se non se ne fosse andata, come se fosse stato il primo giorno.
Ero in brodo di giuggiole.
Conoscendo una sua passione per i cappelli, le regalai un cappello color dalmata. Eravamo alla metà degli anni novanta ed andavano di moda. Fu felice.
Trascorremmo anche l’ultimo dell’anno insieme. Per non scatenare ulteriormente le chiacchiere sul nostro conto, decisi di portarla in una balera dove era impossibile incontrare chicchessia.
Ballammo il liscio tutta la sera, fu addirittura molto divertente. Poi rientrammo a casa mia con una bottiglia di champagne in macchina. Allegrissimi facemmo l’amore.
Durante quella notte mi chiese di andare a trovarla in Germania.
Le promisi che lo avrei fatto.
Non aspettavo altro.