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Parliamo di me di nome e di fatto Blogger: lucavirgili
Nome: Luca Virgili
Sono un agente immobiliare di giorno e, di notte, per hobby, un autore di teatro e televisione, spesso anche regista di entrambe le forme di spettacolo. Da poco ho iniziato anche a presentare spettacoli dal vivo e a condurre trasmissioni per una piccola rete privata.


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Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons. Affresco Luca Virgili Luca Virgili

postato da lucavirgili alle ore 11:42
lunedì, 02 gennaio 2006

Decidemmo, quindi, di andare in Costa Rica.

Eravamo affascinati dall’idea di attraversare il centro America. Inoltre il Costa Rica era la nazione che ci destava le preoccupazioni minori per quanto riguardava la sicurezza. Tutte le guide turistiche la descrivevano come una specie di Svizzera latino americana.

 

 

Come al solito, prenotammo l’aereo e il primo pernottamento presso l’hotel Corobici.

Partimmo dalla Guaira nel pomeriggio. Presso quella latitudine, verso una certa ora del pomeriggio,  si scatenano sempre degli acquazzoni pazzeschi.

Ecco mentre ci stavamo dirigendo nella rotta verso San Josè, incontrammo una di queste tempeste. Gli assistenti di volo stavano servendo un pasto, quando un fortissimo vuoto d’aria scosse l’aereo in maniera tale da far volare tutte le pietanze ovunque. Si accesero immediatamente le luci per l’aggancio delle cinture di sicurezza. Un passeggero di origine indiana, lo dico in quanto aveva un turbante fucsia in testa, si alzò dal sedile come se avesse perduto la luminaria e si indirizzò verso la prima classe. Venne bloccato da due assistenti di volo ed, in malo modo, venne costretto a sedere in un sedile vuoto dove venne assicurato. Uno dei miei compagni di viaggio, sempre spaventato dall’aereo, si mise a pregare verso l’oblò, come se da lì potesse essere visto meglio da Dio. A me venne una crisi di riso: probabilmente era una forma di alleggerimento della tensione.

Un altro scossone ci colse impreparati. Questa volta fu violentissimo. Il pannello centrale del soffitto del corridoio si staccò, ma, grazie a Dio, non prese nessuno. L’aria condizionata proiettò getti densi, freddi e nebbiosi dentro l’abitacolo. Scesero le maschere dell’ossigeno.

 

 

A questo punto i piloti portarono l’aereo ad una quota più bassa e ci comunicarono che avremmo dovuto fare uno scalo tecnico in Colombia, presso l’aeroporto di Cartagena de Indios.

 

 

Finalmente atterrammo.

Ci fecero uscire. Dovrei dire che ci veniva da baciare la terra come il Papa.

Il cambio di temperatura era imponente. A terra vi era un tasso di umidità pauroso e, fra lo spavento appena passato e la temperatura alta veniva da soffocare.

Oltretutto non ci fecero uscire da un hangar aperto, circondati dalle forze dell’ordine colombiane con cani anti droga.

Che pensavano che gli si portasse noi? La producono loro!!!

Sta di fatto che i passeggeri dell’aereo, si radunavano, come greggi di pecore, sotto ai getti d’aria prodotti da ventilatori a pala appesi sui soffitti.

 

 

Ci comunicarono, dopo due ore, che potevamo imbarcarci di nuovo. Tutti speravamo che ci avessero cambiato l’aereo. Invece ci accorgemmo di essere sullo stesso e fu poco rassicurante.

Una delle poche cazzate dette fu detta da uno dei miei compagni: “se si muore, oggi non abbiamo niente da temere, perché si muore tutti insieme e non si lascia nessuno da ricordare agli altri!”. Fu maledetto e, dopo gli scongiuri del caso, facemmo il resto del viaggio in silenzio.

 

 

La tempesta ci inseguì fino all’atterraggio a San Josè. Durante la manovra si staccò di nuovo il pannello del corridoio e di nuovo ci fu la nebbia nell’abitacolo.

Ma eravamo a terra! Maledicemmo la Viasa, la compagnia aerea di bandiera venezuelana, della quale ci eravamo stupidamente fidati e  ci dirigemmo verso l’hotel Corobici.
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postato da lucavirgili alle ore 18:26
giovedì, 29 dicembre 2005

Non so se ve ne siete accorti ma non parlo mai di Palio in questo mio racconto.

Non ne parlo per scelta. In quanto il Palio è una cosa seria, per noi Senesi, difficile da trattare e da raccontare. E questo nonostante la mia vita sia intrisa di Palio e con un notevolissimo influsso nel mio vivere quotidiano.

Ho voluto provare a immaginarmi come se vivessi in un’altra qualsiasi città toscana.

Del resto credo che, alla fine, certe storie e certe vicende siano assimilabili ovunque.

Tranne che quelle Paliesche, naturalmente.

 

 

Ho voluto fare questa precisazione perché i Palii cadono nel periodo estivo e cadenzano le vacanze estive dei Senesi.

Si parte dopo il Palio di Luglio se non si è vinto. Altrimenti si rimane e si festeggia.

Ecco nel gruppo vacanziero dell’anno precedente, c’era ancora una notevole spinta di divertimento e nessuna nostra Contrada aveva vinto.

Decidemmo immediatamente di ripartire.

Il problema fu da dove.

Fra noi viveva ancora forte il ricordo del viaggio in Venezuela, così, antieconomicamente, decidemmo di farci una puntatina.

 

 

Quando arrivammo trovammo la nazione apparentemente nelle stesse condizioni, ma l’economia era molto peggiorata: alcune banche del luogo erano in stato fallimentare, l’inflazione era molto forte e la gente pareva ancora più sofferente rispetto all’anno precedente.

Credo che i successivi eventi sociali e politici che hanno travolto quel paese abbiano avuto inizio da quel periodo.

 

 

I ricordi di quel secondo viaggio a Caracas furono di due generi.

Una sensazione la ebbi istantaneamente nei confronti dei miei compagni di viaggio.

Durante quell’annata era abbastanza variata la vita di ognuno di noi. C’era chi aveva approfondito relazioni amorose che li avrebbe portati verso il matrimonio, chi invece si era sviluppato nel mondo del lavoro ed aveva subito trasferimenti che ci avevano allontanato.

Ho provato anche a pensare che potesse dipendere da me: solo la mia vita non era cambiata. Ero rimasto single, lavorativo in loco, sempre ben allacciato con Feriae Matricularum.

Di fatto non avvertivo più la sensazione di essere un gruppo ben coeso e solidale.

Provai anche una seconda sensazione, positiva questa volta, di notte.

Dopo cena ci avventurammo nella Caracas pericolosa e, senza dubbio, più divertente di quella che avevamo veduto durante la precedente visita.

Anni dopo hanno utilizzato quei localetti per pubblicizzare una nota marca di rum. Fu spassoso e divertente.
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postato da lucavirgili alle ore 11:20
giovedì, 22 dicembre 2005

 

 

A seguito del periodo trascorso nel bel mezzo del mare selvaggio, ci trasferimmo a Puerto La Cruz, cittadina balneare famosa in Venezuela.

E’ posta in un golfo splendido. In cima ad un colle vi è posto un “morro” una struttura difensiva spagnola del XVII secolo, simbolo della colonizzazione.

In contrasto netto, nella piazza antistante al porto, campeggia un’enorme statua raffigurante un pirata. Evidentemente quei ribaldi hanno lasciato un certo ricordo nella memoria storica collettiva. 

 

 

Qui cominciammo ad avere delle discussioni fra noi su come organizzare gli ultimi giorni della vacanza. C’era chi voleva andare a visitare le Ande e chi voleva rimanere a prendere gli ultimi raggi di sole in questa amena cittadina.

Ci dividemmo.

Un gruppo andò a Merida e si divertirono molto. In quattro rimanemmo sul posto.

La nostra vita si focalizzò come se fossimo in vacanza in una qualsiasi città balneare: sole negli atolli che fronteggiano Puerto La Cruz, pranzetti a base di burritos,tapas, pescioloni alla brace, ostriche a secchi. Mi sentii male: stavo mangiando come un forsennato!

Di sera casinò, discoteca. Presso un ristorante strano, dove i camerieri travestiti da pazzi facevano scherzi terribili agli avventori, conobbi due ragazze che, insieme al nome mi dimostrarono il loro certificato di sana e robusta costituzione. Erano felici di non aver contratto l’AIDS e stavano festeggiando. Ci feci amicizia e le utilizzai soprattutto per imparare le danze latino americane.

Ovunque andassimo mi lasciavo trasportare dalla passione per il ballo: riuscivo a fare dei passi anche nell’ascensore dell’albergo.

Devo dire che mi sono state utili quelle lezioni.

Oggi posso cimentarmi alle feste con una certa proprietà di linguaggio.

 

 

Eravamo ormai alla fine del viaggio.

Mestamente tornammo a Caracas dove attendemmo il rientro del resto del gruppo. Fu divertente ritrovarsi. Pareva che fosse passato un secolo da quando ci eravamo lasciati. Perché, alla fine, se siamo in tanti in vacanza difficilmente vai d’accordo, ma altrettanto difficilmente ti annoi. Soprattutto quando sei giovane e sufficientemente tollerante.

Ci piacque ascoltare i loro racconti. Avevano sofferto l’altitudine ed era mancato loro l’ossigeno durante un’ascensione. Ma avevano portato con sè delle immagini e dei ricordi strepitosi.

Avevamo sbagliato noi a non andarvi.

 

 

Prima del ritorno volli fare una scorta di quel liquore locale, il rum.

Misi in valigia otto bottiglie e due nel bagaglio a mano. Naturalmente a mio rischio e pericolo.

Alla dogana dell’aeroporto mi controllarono. Mi sentii male.

Invece feci soltanto la pessima figura dell’ubriacone internazionale: i gendarmi si misero a ridere e mi lasciarono passare.

Una di quelle bottiglie venne stappata nel viaggio di ritorno in aereo.

Assieme ad un mio compagno abbordammo due ragazze spagnole. Ci ubriacammo e tentammo le ragazze per tutta la notte senza sortire alcun tipo di risultato. Il compagno fu ripreso più volte dall’assistente di volo perché faceva troppa confusione. Oltretutto non era neppure tanto bello da vedersi in quanto indossava, senza volerlo mai togliere, un cappello da campesino in paglia.

Era oggettivamente brutto!

Al cambio aereo a Madrid le ragazze, eccessivamente ubriache, non si svegliarono e furono rimesse in sesto dalle hostess.

 

 

Arrivati in Italia c’erano pronti i ragazzi, le matricole, per riportarci a casa.

 

 

Il rientro per me è sempre stato un misto di emozioni tra la felicità e la nostalgia.

Ma mai ho provato il desiderio di rimanere effettivamente in luogo diverso dalla mia città, Siena.
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postato da lucavirgili alle ore 11:43
lunedì, 19 dicembre 2005

 

 

 

 

Dopo una camminata ascensionale che portava in direzione del vertice del “tepuy”, denominazione di queste colline, che assomigliano di più ad isole sparse in un’enorme pianura. Alla loro vista ti sorge  in mente l’immagine di un mare che non c’è più. Forse non c’è neppure mai stato, ma l’idea è quella.

Dalla vetta, uno spazio, se visto dall’alto, piatto, si diramano dei corsi d’acqua. Sembra quasi che diventino contentori d’acqua. Durante la stagione delle piogge, al Salto Angel, tutta l’acqua viene proiettata verso il basso, da dodici bocche.

L’acqua si proietta nel vuoto per un’altezza comprensiva di mille e duecento metri circa. Naturalmente vi sono dei gradoni rocciosi dove rimbalza e si getta ancora più sotto, fino a confluire nel fiume sottostante.

 

 

Le guide ci portarono, durante l’ascensione, in un punto dove potessimo avere un’immagine complessiva della cascata.

Nella foresta si aprì, all’improvviso, l’immagine complessiva del Salto.

I raggi solari impedivano di vedere benissimo in alto, riflettendo sul pulviscolo, ma avemmo la sensazione di trovarsi di fronte ad uno spettacolo fra i più belli offerti in natura.

Eravamo sudati ed anche un po’ stanchi, ma l’emozione ci veicolò in uno stato entusiastico.

 

 

Ecco il motivo per cui eravamo venuti in Venezuela.

 

 

La guida, una bella ragazza francese, ci portò verso un degrado della cascata.

Lì avremmo potuto fare il bagno: era importante rinfrescarsi un po’ dopo l’ascensione.

Prima di gettarsi, ci avvertì di non allontanarci dalle rocce immediatamente vicine all’accesso.

Là l’acqua stagnava ed era tranquilla. Oltre un certo limite vi erano dei vortici e la cascata tornava viva e degradava verso un’altra, sottostante, per un’altezza di circa una quarantina di metri.

 

 

Tutti s’immersero nell’acqua fresca, educatamente, come se non volessero violare la cascata.

Ci fu un imbecille, me medesimo, che si cimentò in un tracotante tuffo.

Azione più stupida non la potevo compiere.

Immediatamente la corrente della cascata mi spinse verso il limite dove batteva l’acqua in caduta. Avvertivo già le gocce bruciarmi la schiena. Provavo a nuotare in avanti, mi dibattevo, ma venivo sempre più spinto indietro verso il vortice oltre l’acqua stagnante.

I polmoni mi esplodevano alla ricerca estrema di ossigeno.

Con gli occhi appannati dall’acqua, scorsi la guida che si arrampicava in una roccia a me vicina. Cercai di spingermi verso di lei. Non sentivo niente di ciò che mi veniva urlato dall’esterno: solo il rombo dell’acqua era ben presente nelle mie orecchie.

Ormai con la testa andavo sotto e risalivo. Era obbiettivamente una situazione drammatica.

Ad un certo punto vidi che la guida si sporgeva con una gamba verso di me.

Decisi di fare uno sforzo estremo: raggiunsi il suo piede e lo afferrai.

Nel frattempo gli amici avevano organizzato una sorta di cordata umana.

Riuscirono a prendermi e a tirarmi fuori.  

Mi maledirono.

Con ragione direi.

 

 

La sera offrii una cassa di birre alla guida.

Ancora non mi sento in pari con lei.

Forse potrò sdebitarmi in un’altra vita.
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postato da lucavirgili alle ore 11:31
martedì, 13 dicembre 2005

 

 

Dopo un sonno riparatore del viaggio ed una doccia rigenerante volemmo andare a cena.

Scoprimmo che vi è un quartiere, La Mercedes, dove vi sono concentrati lussuosi ristoranti splendide discoteche, casinò e night club.

 

 

Subito rimanemmo fortemente impressionati dalla differenza che c’era tra coloro che frequentavano quei locali e coloro che abitavano nelle periferie.

Obbiettivamente là pareva di stare in una città degli Stati Uniti.

 

 

Dovemmo imparare a fare la comanda dei cibi che sono criolli, creoli. In genere a base di riso e fagioli neri con carni o pesci di supporto. La cultura ispanica viene fuori quando tirano fuori il Jamon Serrano, un tipo di prosciutto prelibato e la Sangria durante il pasto. Ma la vera scoperta fu il ron - rum in italiano, eravamo abituati ad assaporare solo le schifezze italiane, che, di fatto, servivano solo per preparare i babà, il punch alla livornese e il cuba libre vecchia maniera.

Era quello un liquore ottimo e lo eleggemmo come bevanda della gita.

 

 

Visitammo immediatamente anche una discoteca, l’OZ, che ci era stata consigliata dal concierge dell’albergo e, devo dire, non fu semplicissimo entrarvi.

All’esterno vi era un enorme uomo di colore che faceva la selezione. Lo convincemmo giurando che avremmo consumato due bottiglie di liquore.

Una volta dentro ci accorgemmo che forse non sarebbero bastate.

Là vi era la più grande concentrazione di donne belle mai viste. Eravamo presi dalla disperazione perché l’obbiettivo economico delle signorine era evidentemente alto: il Venezuela è un paese produttore di petrolio e vi sono uomini ricchissimi e potenti. Inoltre vi era l’handicap della danza: non conoscevamo affatto la musica e le danze latino americane.

Ci sentivamo bloccati. Immaginatevi nove ragazzi impotenti davanti a tanto ben di Dio. Non ci rimase altro che consumare ad un tavolo le nostre bevande ed andarcene.

 

 

Il giorno successivo, sempre consigliati dal concierge, andammo presso un agenzia di viaggio dove avviammo il progetto esplorativo della nazione.

Decidemmo di iniziare vistando la foresta amazzonica. Prendemmo questa decisione meditando che avremmo fatto miglior cosa se avessimo affrontato la parte più difficile subito.

 

 

Quindi in mezza giornata eravamo di nuovo in aereo e ci dirigevamo prima verso Ciudad Bolivar, per poi prendere un DC9, che ci portò a Canaima. Qui prendemmo alloggio in un villaggio dal quale partimmo al mattino successivo, con delle piroghe a motore, attraverso il Rio Nigro, per raggiungere il Salto Angel, la cascata più alta del mondo.

 

 

Qui arrivammo camminando. Fu spassoso: uno di noi, miope, soffriva di aracnofobia e ci divertivamo a spaventarlo. Il tutto durò fino a che, con un piede, schiacciò realmente un ragno enorme. Cessammo subito.

 

 

La foresta che ci trovavamo di fronte non era come la nostra. La nostra è più una macchia, intrigata e contorta, difficile da penetrare.

Quella è alta con gli alberi che sono in gara fra loro per andare a ricevere la luce.

 

 

Guardando al suolo vedevo strane impronte. Sei buchi al suolo inspiegabili, fino a che non osservai i piedi delle guide. Queste indossavano fisse delle scarpette dal calcio. Mi fece ridere, ma aveva una propria logica. Intanto di tenuta su di un terreno reso molle dalle frequenti piogge, in secondo luogo, in quell’area, ci spiegarono, le scarpette erano arrivate con gli aiuti umanitari.
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