Il primo dell’anno ce ne andammo a fare una gita nella foresta pluviale australiana.
Non posso dire di essere un vero esperto di foreste, ma ne avevo già viste tante e quella che mi si presentava davanti dava un senso di asettico, di poco selvaggio. Già il fatto di arrivarvi con un trenino d’epoca tagliando per una mezza costa della collina faceva parecchio disney, poi, una volta giunti alla destinazione, vi erano una serie di “store” chiapparelle per turisti con tutto dentro.
In ogni caso vedemmo una serie di pappagalli multicolore bellissimi e ragni, come al solito, giganteschi. Ormai non ci spaventavano più come ai vecchi tempi amazzonici.
Trascorremmo la giornata lietamente, nel frattempo mi stavo spellando completamente. Parevo un serpente che muta la pelle.
Al ritorno avrei voluto comprare un didgeridoo, uno di quegli strumenti etnici degli aborigeni che fanno quel suono ipnotico tipico dei film stile Crockodile Dundee I,II,III.
Meno male mi convinsero a non farlo. Avevamo già l’incredibile tubo da disegno da dover trasportare di volta in volta e aggiungere un altro corpo morto, per di più, enorme sarebbe stato da pazzi. Senza contare che mi sarebbe mancata la capacità per suonarlo e non credo che a Siena, nonostante il conservatorio, le varie scuole di musica e la Chigiana vi sia un corso relativo a quello strumento.
Tornammo a Cairns dove effettuammo gli ultimi acquisti: CD musicali a basso costo, delle magliette con dei pescioloni per le bambine di un nostro amico etc. Insomma le cose tipiche che fai quando in viaggio arrivi all’ultimo giorno in un posto.
Da Cairns volammo a Lizard Island, isola sulla barriera corallina.
Vi andammo con un aereo a otto posti e, come al solito, ci salimmo facendo gli scongiuri di rito.
Il volo fu tranquillo ed atterrammo in questo luogo realmente ameno. Anzi quando i nostri avi hanno creato il termine “ameno” penso che si siano ispirati esattamente a questi casi.
L’isola è esclusivamente deserta tranne che per coloro che lavorano per il resort ed i suoi ospiti.
Il lusso è a livelli molto alti. Il panorama è pazzesco. Il mare è eccezionalmente bello.
Ma eravamo soli.
Meno male che ci dovevamo stare solo un paio di giorni, altrimenti si poteva anche dare di fuori di testa.
Diciamo che una vacanza in quel posto è adatta per chi ha da smaltire le tante tossine della vita urbana ed industrializzata. Credo che anche una coppia in viaggio di nozze possa annoiarsi alla lunga, nonostante la bellezza del posto.
Qui scoprimmo di avere ogni genere di vizio a disposizione. Solo il cognac ed i sigari non erano compresi nel prezzo.
Quindi decidemmo di dare sotto a tutte le nostre richieste.
Al mattino prendevamo maschera e pinne, una barchetta a motore, cesto per il pranzo, carne o pesce a scelta e ce ne andavamo ad esplorare i vari isolotti vicini.
Il bagno risultava strepitoso. Pesci multicolori a moltitudini che ti nuotavano intorno davano l’impressione di stare in un luogo non contaminato e vergine.
La fantasia volava e arrivare a pensare a situazioni idilliache stile “Laguna blu” era un fatto spontaneo.
A quel punto sbarcavamo e, dopo aver apparecchiato con una bella tovaglia a quadri sulla spiaggia, con appetito, davamo l’attacco al lussurioso pasto.
Già. Mi ero dimenticato di dirvi che non eravamo soli.
Non appena arrivavamo a terra venivamo attaccati dai gabbiani, che, completamente privi di paura, cercavano di derubare ogni nostra pietanza.
Altro che laguna blu! Ci trovavamo di fronte a Hitchock e “Uccelli” forse era il film di riferimento più adatto a quella occasione.
La sera a cena, da soli, bevevamo delle belle bordolesi di vino australiano e, un po’ brilli, ci lasciavamo andare al cazzeggio più completo.
Il tutto durava fino all’arrivo del solito fax della fidanzatina arrembante. Da quel momento c’era il massacro del nostro compagno di viaggio, meritevole dei peggiori epiteti, secondo il nostro punto di vista: eravamo una specie di soldataglia in gita.
Dimenticavo anche un’escursione con un barcone con la chiglia trasparente che permetteva di vedere il fondale, naturalmente chiarissimo. Per l’occasione avevamo comprato delle Kodak impermeabili che ci portammo dietro per il bagno.
Qui tentammo audaci foto sottomarine e, durante i vari tentativi, ne riuscì uno in particolare: due squali che inseguivano un gruppo di tonni.
Facemmo le foto e scappammo sulla barca. Roba che si avvicinava alla miracolosa camminata sulle acque del nostro Gesù.
Eppure ci avevano detto che gli squali non attraversano mai la barriera!
Mai fidarsi degli autoctoni!
Dopo una camminata ascensionale che portava in direzione del vertice del “tepuy”, denominazione di queste colline, che assomigliano di più ad isole sparse in un’enorme pianura. Alla loro vista ti sorge in mente l’immagine di un mare che non c’è più. Forse non c’è neppure mai stato, ma l’idea è quella.
Dalla vetta, uno spazio, se visto dall’alto, piatto, si diramano dei corsi d’acqua. Sembra quasi che diventino contentori d’acqua. Durante la stagione delle piogge, al Salto Angel, tutta l’acqua viene proiettata verso il basso, da dodici bocche.
L’acqua si proietta nel vuoto per un’altezza comprensiva di mille e duecento metri circa. Naturalmente vi sono dei gradoni rocciosi dove rimbalza e si getta ancora più sotto, fino a confluire nel fiume sottostante.
Le guide ci portarono, durante l’ascensione, in un punto dove potessimo avere un’immagine complessiva della cascata.
Nella foresta si aprì, all’improvviso, l’immagine complessiva del Salto.
I raggi solari impedivano di vedere benissimo in alto, riflettendo sul pulviscolo, ma avemmo la sensazione di trovarsi di fronte ad uno spettacolo fra i più belli offerti in natura.
Eravamo sudati ed anche un po’ stanchi, ma l’emozione ci veicolò in uno stato entusiastico.
Ecco il motivo per cui eravamo venuti in Venezuela.
La guida, una bella ragazza francese, ci portò verso un degrado della cascata.
Lì avremmo potuto fare il bagno: era importante rinfrescarsi un po’ dopo l’ascensione.
Prima di gettarsi, ci avvertì di non allontanarci dalle rocce immediatamente vicine all’accesso.
Là l’acqua stagnava ed era tranquilla. Oltre un certo limite vi erano dei vortici e la cascata tornava viva e degradava verso un’altra, sottostante, per un’altezza di circa una quarantina di metri.
Tutti s’immersero nell’acqua fresca, educatamente, come se non volessero violare la cascata.
Ci fu un imbecille, me medesimo, che si cimentò in un tracotante tuffo.
Azione più stupida non la potevo compiere.
Immediatamente la corrente della cascata mi spinse verso il limite dove batteva l’acqua in caduta. Avvertivo già le gocce bruciarmi la schiena. Provavo a nuotare in avanti, mi dibattevo, ma venivo sempre più spinto indietro verso il vortice oltre l’acqua stagnante.
I polmoni mi esplodevano alla ricerca estrema di ossigeno.
Con gli occhi appannati dall’acqua, scorsi la guida che si arrampicava in una roccia a me vicina. Cercai di spingermi verso di lei. Non sentivo niente di ciò che mi veniva urlato dall’esterno: solo il rombo dell’acqua era ben presente nelle mie orecchie.
Ormai con la testa andavo sotto e risalivo. Era obbiettivamente una situazione drammatica.
Ad un certo punto vidi che la guida si sporgeva con una gamba verso di me.
Decisi di fare uno sforzo estremo: raggiunsi il suo piede e lo afferrai.
Nel frattempo gli amici avevano organizzato una sorta di cordata umana.
Riuscirono a prendermi e a tirarmi fuori.
Mi maledirono.
Con ragione direi.
La sera offrii una cassa di birre alla guida.
Ancora non mi sento in pari con lei.
Forse potrò sdebitarmi in un’altra vita.
Progettammo una mega vacanza.
Talmente erano stati belli i viaggi precedenti e, soprattutto, ben raccontati, che si erano voluti aggiungere a noi due viaggiatori ormai storici, altre sette persone.
Eravamo tutti Goliardi, della stessa età ed avevamo condiviso numerosissime esperienze assieme.
Nonostante questo, viaggiare e condividere decisioni in così tanti non è semplice.
Eravamo consapevoli di queste difficoltà e, fin dalla fase progettuale, ci eravamo dati il concetto di libertà decisionale sul posto: se avessimo avuto idee diverse ci saremmo divisi senza porsi problemi.
D’altronde non eravamo mica fidanzati.
La destinazione era il Venezuela.
Da questo paese ci si aspettava molto: natura, natura selvaggia, mare, montagne, foreste.
Lo pensammo come un viaggio che coprisse tutti gli aspetti.
Come al solito, non organizzammo niente dall’Italia: avevamo solo il volo di andata e di ritorno e la prenotazione in albergo per la prima notte.
A me spettò organizzare una sorta di servizio taxi che ci accompagnasse all’aeroporto a Fiumicino e, naturalmente ci venisse a riprendere. Stipendiammo delle matricole, che notoriamente sono assetate di denaro, affinchè ci offrissero i loro servigi. Per l’andata tutti si fidarono ciecamente, per il ritorno i miei compagni di viaggio furono scioccamente dei malfidati: pensavano che ci lasciassero a Roma.
Invece la mia organizzazione fu perfetta.
Arrivati all’aeroporto di La Guaira, ci trovammo di fronte uno spettacolo eccezionale: una montagna verde si stagliava adiacente al mare. E’ uno spettacolo bellissimo, obbiettivamente poco contaminato. Sicuramente dovette fare grande effetto anche ai navigatori esploratori cinquecenteschi.
Prendemmo dei taxi per raggiungere Caracas.
La città si trova in una conca, di origine vulcanica, al di là della serie di montagne.
L’odore che veniva scaturito dalle auto era completamente diverso dal nostro. Obbiettivamente ci sembrava di essere in un altro mondo.
Obbiettivamente lo era.
Appena iniziato a spoggettare, apparivano i “Rancitos”, povere costruzioni che si accalcavano l’una sull’altra. Passando con la macchina riflettevo su chi vi dovesse abitare, come potesse vivere.
Poco dopo assistemmo sempre sulla strada ad una scena cruda: un furgone della polizia era fermo sul ciglio della strada. All’esterno vi erano delle persone con le mani alla testa e dei poliziotti, con un gilet con la scritta “omicidios” che brandivano delle armi verso i malcapitati.
Ci rendemmo immediatamente conto che eravamo arrivati in un posto dove occorreva prestare attenzione.
Nel settore Feriae Matricularum era diventato Princeps “Carletto”, un bravo ragazzo, di grande statura morale, serio, fin troppo e, diciamolo pure, ricco.
Era così soprannominato “Carletto” per una sua somiglianza con Carlo Sassi, noto giornalista sportivo in quegli anni in voga alla moviola.
I Goliardi anziani lo avevano caldeggiato durante il periodo elettorale sognando cene pantagrueliche condite da ogni genere di vizio.
Invece la sua elezione scontentò gran parte dei Goliardi giovani, i quali lo contestarono durante tutta l’annata: non si sentivano ben rappresentati. Lo ritenevano assolutamente non in grado di portare avanti il gruppo.
Di certo i due candidati che furono trombati non si erano impegnati meno di lui in campagna elettorale.
Anzi anche loro avevano pagato laute cene agli anziani.
Proprio per questo, durante l’annata, lo ostacolarono moralmente e, a seguito di un Operetta non ben riuscita, riuscirono a praticargli la cosiddetta “damnatio memoriae”.
L’ultimo giorno di Feriae, il sabato, mentre passava la Mille Miglia dal centro, gli studenti, come al solito, davanti al Nannini Conca d’Oro, facevano il muraglione umano.
Si trattava di una curva umana finta che indicava un percorso sbagliato alle macchine, imbrogliando il pilota di passaggio con un applauso.
Naturalmente era uno scherzo forte che piaceva tanto alle persone di passaggio: una volta una mia amica, che viveva in Germania, mi telefonò per dirmi che mi aveva visto alla TV di stato tedesca, mentre facevo il cretino con le auto storiche.
Lo scherzo terminava con l’intervento della Polizia in moto che, sorridendo, si imponeva e lasciava scorrere il traffico nel giusto senso.
Durante quell’annata il divertimento fu prolungato ed il Princeps non riuscì a mandare i Balioti ad approntare il pranzo che si sarebbe poi svolto nell’entrone del Palazzo Comunale, in Piazza del Campo.
Partì una polemica infernale contro il povero Carletto, che veniva accusato di essere stato di poco polso.
Fu momentaneamente destituito dal proprio compito. Gli furono tolti i paramenti, il Mantello ed il Goliardo e furono affidati a me, ormai maggiormente affine ai dottori, affinchè gli facessi vedere come avrebbe dovuto organizzare quell’evento.
Per tutto il pomeriggio rimasi con i suoi paramenti addosso.
Poi, la sera, prima dell’avvio dell’Operetta, lo ammanettammo addirittura ad un termosifone del fumoir del teatro, affinchè non cantasse l’inno di partenza dell’Operetta.
Venne il padre e la madre a raccomandarsi che lo sciogliessimo e che lo lasciassimo terminare il proprio compito.
Mossi a compassione, venne liberato.
Anche quelle Feriae ebbero così il loro momento di gloria.
Il Princeps Carletto, nella lapide posta a memoria dei Princeps nel chiostro della cattedrale di S. Francesco, oggi sede della facoltà di economia, venne scolpito col cognome scorretto e volutamente storpiato dal Princeps dell’anno successivo.
Fu ingiusto nei suoi confronti.
Il 1994 è un anno in cui non ho fatto spettacoli di nessun genere.
Stranamente.
Avevo cessato l’impegno in Contrada per quanto riguardava gli spettacoli estivi.
Avevo terminato, narrativamente parlando, il ciclo che mi ero preposto. Dovevo trovare nuove idee e nuovi spunti.
L’esperienza in regia fatta al Liceo Classico era apparentemente conclusa.
Non avevo neppure la scadenza biennale degli spettacoli per bambini. Quindi mi sentivo in vacanza totale, pronto per ogni genere di stupidaggini.
Fra le varie potrei raccontare questa.
La mia famiglia è proprietaria di una piccola azienda agricola nei pressi di Castellina in Chianti, dove si produce vino ed olio.
La casa è posta nel corpo di un piccolo borgo medievale ubicato a mezza collina.
Il panorama, nelle giornate chiare, è strepitoso.
Da una conca, di origine vulcanica, con gli occhi si spazia verso la Val d’Elsa, si superano le colline del volterrano, dove si ergono, apparentemente immobili, i soffioni boraciferi, fino ad arrivare a supporre il declinare successivo verso la Val di Cecina.
Al di sotto degradano vigneti fino alla base della conca, dove vi è un casale dove vi abitano i proprietari della azienda agricola confinante con la nostra.
Una bella azienda di Chianti Classico con vigneti bagnati dal sole.
Sono cresciuto con i tre fratelli, oggi proprietari di quell’azienda.
Con il maschio abbiamo fatto, in sezioni diverse, il Liceo assieme e tutto il corso goliardico di Feriae Matricularum. E’ un ragazzo eccezionale, generoso, buono d’animo. Insomma, un vero amico, di quelli che ti porti dietro per il resto della vita.
Il padre, un signore di classe, a volte un pò burbero, ma, a proprio modo simpatico, all’epoca, ancora dirigeva l’azienda.
Era quello un momento di gran tiro per il vino: gli americani erano clienti ottimali. I loro rappresentanti venivano in Italia per comporre gli ordini ed eravamo molto soddisfatti per gli affari. Di certo ci trovavamo in una situazione molto diversa da quella odierna, dove ci troviamo di fronte ad una congiuntura economica negativa ed ad una forma di concorrenza mondiale straordinaria.
In primavera invitai degli amici Goliardi a pranzo.
Era una domenica. Me lo ricordo nitidamente perché vi era il Gran Premio di San Marino a Imola. Fu, per l’esattezza, il giorno che Senna ebbe l’incidente mortale.
Alla fine del pasto, un po’ perché volevo ascoltare le notizie del Gran Premio, un po’ perché non volevo che mi disturbassero mentre lavavo i piatti, cacciai gli amici fuori di casa a fare una passeggiata. Doveva servir loro in funzione digestiva, vista l’enorme quantità di vino e cibi consumati.
Invece cosa fecero?
Vista la giornata di sole, il contatto con questa natura bella e selvaggia, decidono di rigenerarsi, di ritemprarsi, di riportarsi alle origini primordiali. Insomma si denudarono completamente e presero a correre nei vigneti adiacenti al casale sottostante. Il tutto bestemmiando e spisciazzando qua e là, come dei veri esseri brutali.
Se ci fosse stato il mio amico non sarebbe accaduto nulla, vista la nostra comune origine goliardica.
Invece vi era il padre con un gruppo di clienti americani che stavano stipulando un contratto per la fornitura di un notevole quantitativo di vino.
Dalle mie finestre aperte avvertii delle urla.
Dopo pochi minuti i cretini apparvero ansimanti a casa e mi dissero che c’era stato uno che li aveva minacciati di morte. Non avendo visto che erano stati nudi, non mi rendevo conto della portata dell’accaduto.
Ad un certo punto mi rivelarono il misfatto. Li feci sloggiare immediatamente.
Tornammo velocemente a Siena.
Nei giorni successivi il mio amico sospettò che li avessi comandati io e dovetti rassicurarlo.
Non ero responsabile del misfatto. Allora studiò, in accordo con il padre, una forma di accomodo: li avrebbe chiamati a casa, a Siena, affinchè si scusassero.
L’incontro avvenne dopo quasi un mese.
Si presentarono col capo cosparso di cenere e le mani gonfie di regali. Erano una truppa di vergognosi scellerati. Dopo una lunga ramanzina, dove loro si sarebbero prestati ad ogni genere di angheria pur di riparare il danno recato, il padre gli fece comparire, da dietro ogni suppellettile, i loro amici Goliardi, precedentemente nascosti, che li sbeffeggiarono bellamente.
La loro vergogna si trasformò in smacco.